Archivio 2009 Novembre - N. 113 Il romanzo degli anni ottanta
Il romanzo degli anni ottanta
di Goffredo Fofi   

Sono lontani i tempi dell’Italia piccola, municipale, dove si arrivava lentamente all’età adulta come gli jacovittiani Pippo, Pertica e Palla, in ambienti proletari, contadini, paesani, protetti e caldi nonostante la scarsità dei beni di consumo. Gli anni ottanta in cui è cresciuto Nicola Lagioia e che racconta in Riportando tutto a casa (Einaudi) sono assai diversi da quelli del dopoguerra, sono gli anni della grande mutazione, ben più radicale e tremenda di quella del miracolo economico. Anni pessimi, anni decisivi, gli anni ottanta mondiali e italiani hanno chiuso una storia e ne hanno aperta un’altra, anzi, come predisse un provocatore giapponese, un eterno presente senza storia.

Era finita, la “terza guerra mondiale” di cui, per le enormi lotte degli anni precedenti, parlò Chris Marker, e vi si era sostituita una normalità “globale” nel segno delle merci e dei consensi, trainati da una “nuova economia” vincitrice che riusciva a ingannare tutti, a ovest e a est, a sud e a nord, in Italia arricchendoci tutti, e regalandoci un’anestetica tranquillità che gli anni settanta avevano fortemente turbato. Furono gli anni di Craxi e poi della scena e finzione che è stata Mani Pulite, della caduta dell’impero sovietico ma anche di Cernobyl. Gli anni, soprattutto, dei soldi facili, molto più facili da arrivarci che quelli del boom.
Dopo l’apprendistato di Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj, dopo il romanzo on the road su e giù per un’odierna Italia stralunata di Occidente per principianti, Lagioia ci ha messo cinque anni per dare alla luce la sua vera opera seconda, che è anche il suo primo approccio al “vero” romanzo, perché alla struttura itinerante, o negata, qui si contrappone una struttura forte, tradizionale, che è quella del romanzo di formazione. Per flashback, ritornando sui “luoghi del delitto” e “riportando tutto a casa”, una casa bensì terribilmente desolata nella sua più intima essenza. Il contesto è definito storicamente (gli anni ottanta), ma anche economicamente, geograficamente: Bari anni ottanta, in un quadro di risveglio e di ricchezze improvvise e facili, che rallegrano gli storicamente già ricchi come i freschi arricchiti come gli arricchibili. I genitori dei tre adolescenti del romanzo si dispongono lungo quest’ordine, e ne portano le conseguenze. E così come per i genitori la politica è un campo secondario, di protezione e conferma dell’azione al margine di ogni legge, magari gestita da chi la legge la conosce e la pratica per mestiere, non esiste più per i figli nessun richiamo a identità e lotte di qualsivoglia genere. Del passato essi anzi ignorano tutto, e quel passato non può essere né mitizzato né confutato perché, semplicemente, non se ne sa niente.
In questo romanzo (in questo contesto) non esiste in nessuno, né adulto né giovane, alcuna preoccupazione per la polis, alcun senso di responsabilità verso gli altri, verso qualcuno che non appartenga al minimo gruppo famigliare (per gli adulti), a una strettissima cerchia di amici e talvolta a qualche ragazza (i giovani). L’ignavia va però di pari passo con l’avidità, con lo spreco, e con pulsioni psicologiche che non trovando sfoghi alti si devono per forza accontentare del basso. Solo uno dei tre giovani di cui si tratta è guidato da qualche spinta più forte – un oscuro sentimento di vendetta verso i genitori – mentre i due altri, compreso il narratore che è il personaggio internamente più mosso e cercante – non hanno che li muova nessuna particolare forma di consapevolezza, neppure negativa. E la vita, l’età adulta, non potrà così che acciuffarli e tramortirli nella banalità dell’accettazione del “così è e in questo solo posso trovare il mio spazio di mediocrità”, dopo la traversata, a fine decennio, dell’autodistruzione incosciente tramite droga. Che si presenta prima come un consumo più esclusivo di altri, e poi come fascinazione del marginale, del nascosto: l’altra parte della medaglia della ricchezza, affidata alla parte allontanata e rimossa della Città.
Giuseppe, Vincenzo e il narratore sono i tre eroi della vicenda, ma più ancora che loro e i loro percorsi sono vivi nel romanzo i personaggi degli adulti, formidabilmente caratterizzati e descritti come “tipi” di un’Italia in movimento verso il niente o verso il peggio. Con il padre del narratore, soprattutto, si segue l’evoluzione da un proletariato picaro e magliaro, esperto nell’arte di arrangiarsi, verso un’Italia invero nuova, che si fa esperta in quell’arte della truffa, che è poi l’arte di arricchirsi di tutto il paese nella perfetta amoralità degli anni-berlusconi (di cui non si parla mai ma lo si sente; così come si sente, a fianco di questi amorali “berlusconiani”, l’assenza di alternativa, quella che potremmo anche chiamare degli “immorali veltroniani” – perché questi ultimi di cosa fosse morale dovevano avere coscienza per definizione).
L’avidità sprecona di questi adulti porta alla distruzione di tutto, perfino della propria specie: i figli, la famiglia, il futuro. Se nei romanzi di Walter Siti, che divide con Lagioia l’insolita capacità di narrare la mutazione, in mezzo a tanti scrittori vecchi e giovani che la vivono standoci ficcati dentro fino ai capelli e dunque incapaci di vederla e di discuterla, l’autore è il narratore e uno dei protagonisti, ma è diverso da coloro che racconta, qui Lagioia descrive un percorso, il suo passaggio attraverso questo mondo e a queste storie, verso una comprensione dolente e perfino sbalordita, dal di dentro di una condizione condivisa senza scelta, condivisa per obbligo, per nascita e collocazione. Ed è forse per questo che – nel suo generoso sforzo di costruzione, di dare una struttura al proprio immaginario, di “fare romanzo” – Lagioia dimostra la difficoltà che si incontra a “fare storia”, e a fare romanzo come storia, per l’impossibilità di mettere ordine in un universo sociale così sgangherato come è il nostro, dopo gli anni ottanta. In un mondo che va voluttuosamente al disastro, e che sembra felice di andarci, l’accettazione dell’età adulta è accettazione di una sconfinata mediocrità e di una sconfinata brutalità: è violenza su di sé, gli altri, la natura, il pensiero. E il romanzo che non voglia essere solo registrazione o ricostruzione di eventi ha forse bisogno di un più di disperazione o di un più di speranza, di una dimensione, forse, non solo realistica, anche metafisica. Lo esige la durezza dei problemi, tanto più in quanto si tratta di raccontare una Caduta di tutti, nell’incoscienza di tutti.
In attesa di darci i grande romanzi del Presente, che dopo Riportando tutto a casa siamo autorizzati ad aspettarci da Lagioia, e di cui Riportando tutto a casa rappresenta una tappa di avvicinamento molto importante, è però opportuno ricordarci che la Casa non c’è più. Che Bari fa parte di quel mondo dove “il bello è diventato insulto, l’eccesso di vitalità trascolora nel delirio di impotenza, l’arroganza spumeggiante del benessere imbocca la strada della frustrazione”. Questa “ricostruzione del passato” non funziona affatto da terapia, come vorrebbe il narratore, né per lui né per noi, ma certamente inquieta, spinge a pensare. A conti fatti, ci sembra un tassello fondamentale per la coscienza di ciò che è stato e del come e perché è stato.

Goffredo Fofi