Archivio 2009 Febbraio - N. 104 Il caso Soru e la nuova Sardegna
Il caso Soru e la nuova Sardegna
di Costantino Cossu   
Conobbi padre Candido nel 1999. Era il rettore del collegio degli Scolopi a Sanluri. Aveva settantaquattro anni e non so che cosa ne sia stato nel frattempo di lui. Mi ricevette perché gli avevo chiesto di dirmi se si ricordava di quando faceva ancora solo l’insegnante e tra i suoi allievi c’era Renato Soru. Il presidente della Regione Sardegna allora non si occupava di politica. Stava sulle pagine dei giornali per altri motivi. La sua Tiscali, Internet company nata in Sardegna, sfidava con successo i colossi della new economy. Padre Candido, nato a Linate da un cameriere dell’Hotel Terminus e da una casalinga, era arrivato in Sardegna nel 1957 “per volontà di Dio e per ordine dei superiori”. Buon cristiano ma anche spirito pratico, oltre che docente era sempre stato anche l’economo del collegio. Da lui Soru ha imparato come si compila una partita doppia. “Era un ragazzo”, ricordava il rettore, “timido e riservato, ma curioso di tutto. Nei voti era né tra i primi né tra gli ultimi. Alla maturità ha preso un 48. Suo padre, Egidio, era un gran lavoratore. Ha gestito a Sanluri un’agenzia di pompe funebri, un’edicola e un negozio di alimentari. Lo aiutava Gigetta Spada, donna di carattere. Hanno cresciuto cinque figli”. Padre Candido, alto, magro, nello sguardo la stanchezza dell’età, aveva un’ottima memoria. Parlava di Soru, ma aveva altre preoccupazioni. Alla sua scuola non si iscriveva più nessuno: “I giovani pensano solo al denaro, pensano che tra i preti non potranno avere libertà. Ma che cosa ci ricavano dalla libertà, senza altre cose?”.
Dal collegio degli Scolopi di Sanluri Renato Soru passò alla Bocconi di Milano, un posto pieno di gente che coi soldi ha una certa pratica. E quando l’ex allievo di don Candido tornò in Sardegna con la sua laurea, decise di mettersi in affari nel settore dei super market. Aveva a che fare con  sindaci e assessori per l’acquisto di terreni e per la concessione di licenze. Un giorno, in un’importante città costiera della Sardegna, capì che per portare a termine la trattativa per l’apertura di un ipermercato avrebbe dovuto oliare le ruote della macchina amministrativa con le tangenti. In quel momento Soru decise che da allora in avanti i suoi soldi li avrebbe rischiati in un settore economico il più lontano possibile dalla politica, dal controllo della cattiva politica caduto nelle mani di partiti diventati, a destra come a sinistra, comitati d’affari. E scelse il mondo di Internet, terreno vergine dove, per costruire qualcosa, in quegli anni, non servivano mazzette, ma buone idee e voglia di rischiare da soli l’osso del collo. Acquistò da Nicola Grauso, allora editore di “L’unione sarda” e pioniere del web in Italia, la licenza di “Video on line” per la Cecoslovacchia (quando ancora esisteva la Cecoslovacchia) e fuggì via per andare a fare il provider Internet nella Praga del dopo Cortina.
Nessuno ci credeva che il nano del web appena venuto alla luce potesse davvero fare concorrenza al colosso Telecom offrendo gratis il collegamento alla rete. Quasi una follia, Davide contro Golia, i centri di potere romani sfidati da un allora oscuro imprenditore sardo. A credere nel Davide-Renato e a consentirgli di fare il salto decisivo fu Elserino Piol, ex manager Olivetti e all’epoca titolare del Fondo Kiwi, una banca d’investimenti che finanziava progetti imprenditoriali innovativi. Piol entrò in Tiscali versando quattro miliardi di lire, per una quota del dieci per cento della società. A quel punto i soldi c’erano e le idee giuste fecero il resto. Ma prima di rivolgersi a Piol, Soru bussò alle porte di altri banchieri, compresi quelli sardi. E si sentì rispondere di no. Finanziavano altri progetti, ma per Tiscali niente. Ballare da soli, non avere alcuna frequentazione politica e quindi gli appoggi giusti, significava restare tagliati fuori.
Alle regionali, quelle che poi Soru vinse nel giugno del 2004, mancava poco meno di un anno e mezzo. La Sardegna era governata da una giunta di centrodestra presieduta dal pupillo sardo di Silvio Berlusconi, Mauro Pili. Il centrosinistra era sulla difensiva. Il vento berlusconiano, anche allora, soffiava forte, come ormai da vent’anni capita ciclicamente. Ma soprattutto mancava, al fronte avverso al Cavaliere, un progetto alternativo, un’idea convincente di futuro. Era un centrosinistra governato da un notabilato che controllava i consensi attraverso un uso largamente discrezionale delle finanze pubbliche. Speculare, in questo, alla destra, ma con altri clientes: il micidiale meccanismo che aveva indotto Soru a scappare a Praga e poi gli aveva sbattuto in faccia le porte del credito. Ma la macchina infernale le porte in faccia non le chiudeva soltanto a presidente di Tiscali. A restare fuori era una fetta intera della società sarda, quella che negli spiragli aperti dall’economia globale s’era infilata con idee e scommesse nuove e che non aveva bisogno di padrinaggi politici, ma di buone regole e di sostegno finanziario senza ricatti. Una Sardegna nuova cresciuta a poco a poco fuori dalle maglie del controllo dei comitati politico-affaristici e che voleva camminare sulle proprie gambe. Una Sardegna cresciuta insieme con Soru e in buona parte prima di Soru. Fatta di giovani imprenditori ma anche d’imprese cooperative e d’iniziative no profit, di gruppi intellettuali in rotta di collisione con i miti identitari che facevano da copertura all’andazzo clientelare di sempre, di movimenti di base che chiedevano finisse il sacco delle coste perpetrato dagli speculatori e dagli immobiliaristi di tutti i colori politici e che la Sardegna fosse liberata dal peso delle servitù militari. Una Sardegna non più disposta al vassallaggio verso una casta di notabili in gran parte messi fuori gioco, o almeno messi in seria difficoltà, dall’apertura dell’economia nazionale e di quella regionale ai mercati internazionali e dalle fortissime tensioni che le politiche liberistiche e monetaristiche scaricavano sulle finanze pubbliche, con la conseguente chiusura di molti dei rubinetti ai quali si alimentava il fiume del consenso elettorale.
È questa Sardegna che ha scelto Soru come suo leader politico. Una scelta in un certo senso necessaria, per consonanza d’intenti e di visioni sul futuro dell’isola e non solo. è questa Sardegna che all’ex presidente di Tiscali ha fatto vincere le elezioni regionali di quattro anni fa. Ma con un’avvertenza, che poi spiega molto di ciò che è avvenuto in seguito e di ciò che sta accadendo in questi ultimi mesi, in vista delle prossime regionali, quelle che, dopo le dimissioni di Soru, si terranno a metà febbraio del 2009. L’avvertenza è che questa Sardegna nuova, rispetto alla vecchia era ed è tuttora minoritaria. La partita è stata vinta per effetto di un azzardo riuscito e di una serie di contingenti circostanze favorevoli. Quando Soru dichiarò, con una lettera ai giornali sardi (fatto già di per sé inconsueto), che  si metteva a disposizione dello schieramento anti Berlusconi se avesse voluto  sceglierlo come candidato presidente per le regionali del 2004, il centrosinistra si spaccò. La maggioranza dei Ds e della Margherita erano contrari, volevano un uomo d’apparato espresso dalle segreterie. Rifondazione era tiepida e molti, nel campo della sinistra radicale, tuonavano contro il “candidato imprenditore”, contro il “Berlusconi sardo”. L’azzardo è consistito nella scelta di Soru di fondare un suo movimento organizzato (anche se in maniera molto molto leggera): Progetto Sardegna. Le contingenti circostanze favorevoli sono consistite  nel fatto che le minoranze interne ai Ds e alla Margherita hanno utilizzato, in larghissima misura strumentalmente, il loro appoggio alla candidatura di Soru come arma per rovesciare a loro favore gli equilibri interni ai rispettivi partiti. Obiettivo che  sono riuscite a raggiungere, ma solo dopo la vittoria elettorale di Soru. Prima di quella vittoria, decisivo è stato il ruolo di Progetto Sardegna, al quale i sondaggi pre-elettorali assegnavano una forza  intorno all’otto per cento dei suffragi, poi confermata dalle urne.
Per ottenere la candidatura Soru dovette minacciare di correre da solo con quel suo otto per cento. Che significava, per il centrosinistra e per  i suoi leader, sconfitta sicura nel confronto con la corazzata del centrodestra berlusconiano. Perciò fu necessario ingoiare il rospo Soru. Era un male necessario, inevitabile se si voleva vincere. Come infatti dimostrarono i risultati delle elezioni. In Sardegna nel 2004 si votò contemporaneamente per le regionali e per le europee. Dalle urne uscirono due responsi diversi: alle europee il centrosinistra, senza l’effetto di trascinamento di Soru, perse; alle regionali riuscì a battere il candidato di Berlusconi. Ma – questo è il punto davvero decisivo – non bisogna dimenticare mai che la Sardegna nuova, quella di cui Soru in fondo rappresenta soltanto una delle tante facce, è larghissimamente minoritaria: il nucleo originario di Progetto Sardegna allargato a una  parte della sinistra fuori dai Ds. Ciò che è avvenuto è che un’area politica e sociale minoritaria è riuscita a esprimere un leader che, poi, con questa debolezza politica di fondo si è trovato a fare i conti nella quotidiana azione di governo.
Alla debolezza originaria Soru ha aggiunto una serie di errori tutti suoi. Si è chiuso in una gestione personalistica dell’azione di governo che ha accentuato il suo isolamento e gli ha fatto perdere alleati preziosi.  A scelte rigorose in materia urbanistica e di protezione delle coste dall’assalto degli speculatori, ne ha aggiunto altre molto discutibili, come lo smantellamento di fatto del sistema dei parchi nazionali (Gennargentu, La Maddalena e Asinara) e il tentativo di vendere le miniere dismesse del Sulcis Iglesiente alle multinazionali del turismo. Ha bloccato lo sviluppo incontrollato dell’eolico per scegliere il carbone (con conseguente sacrosanta reprimenda dell’Unione europea). Di fronte al crollo di quel po’ d’industria che c’è in Sardegna (quasi solo petrolchimico, in crisi), non ha saputo delineare una politica coerente ed efficace di sviluppo basato sul sostegno delle risorse imprenditoriali locali. E alla fine, con la nascita del Pd, è  rimasto impantanato nelle beghe interne di un partito dentro il quale il peso dei notabili, vecchi e nuovi, torna a essere preponderante.
Il dato politico più rilevante, dopo quattro anni e mezzo di esperienza soriana e con le elezioni regionali già fissate per il 15 e il 16 febbraio, è che i cambiamenti veri non possono essere realizzati  attraverso una “rivoluzione dall’alto”. La Sardegna nuova e insieme minoritaria che ha scommesso su Renato Soru comincia a capire che per andare avanti il leaderismo non serve (anzi, in una certa misura è dannoso). Per andare avanti a sinistra – alleati o meno con Soru è questione secondaria – bisogna marcare una netta autonomia politica e organizzativa. Ripartire dal basso, dalla crisi drammatica del sistema industriale e dalla disoccupazione dilagante, dalla devastazione del territorio per effetto della speculazione edilizia, dalla cessione  di vastissime aree dell’isola all’industria bellica, dallo spopolamento che riduce le campagne a un deserto e induce nuovamente la gente a prendere la via dell’emigrazione, dallo sfascio del sistema dell’istruzione. Alla coalizione guidata da Soru su queste cose bisogna chiedere precisi impegni programmatici. Ma al di là delle elezioni, dopo servirà una autonoma capacità di movimento e di proposta, che sappia immettere nel sistema politico e istituzionale le domande forti di cambiamento che l’eterno trasversale notabilato tende a cancellare.
Costantino Cossu