Archivio 2009 Febbraio - N. 104 Fare leggi non basta
Fare leggi non basta
di Felice Casson   
Incontro con Enzo Ferrara

Nominato magistrato nel 1980, Felice Casson è stato giudice istruttore e pubblico ministero in diversi processi “scomodi” degli ultimi decenni, da quello sulla strage di Peteano, compiuta da Ordine Nuovo nel 1972, che svelò l’Operazione Gladio, a quelli sulla tangentopoli veneta e sul rogo del Teatro la Fenice di Venezia, fino alle inchieste sulle morti per amianto alla Fincantieri e per i veleni chimici alla Montedison, entrambe a Porto Marghera. Nel 2005, pochi mesi dopo la sentenza di condanna nel processo al Petrolchimico Montedison, Casson ha lasciato la magistratura. Attualmente insegna Diritto dell’ambiente all’Istituto Universitario di Architettura nella città di Venezia, dove è anche Consigliere comunale. Dal 2006 è senatore della Repubblica e in questa veste ha fatto parte fino al novembre 2008 della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno degli infortuni sul lavoro con particolare riguardo alle cosiddette “morti bianche”. Felice Casson ha pubblicato: “Banda Armata” (Avvenimenti 1991), il saggio “L’opposizione del segreto di Stato” (in “Segreto di Stato o ragion di Stato?”, Atti di convegno, Potenza 1993), “Lo stato violato” (Il Cardo 1994), “La fabbrica dei veleni” (Sperling & Kupfer 2007).

Senatore Casson, lei ha cambiato pagina, la sua esperienza come magistrato fa parte di un passato su cui preferirebbe forse non tornare. Tuttavia proprio quell’esperienza e il suo lavoro sono stati di riferimento per numerose iniziative a sostegno del diritto alla salute, fuori e dentro i luoghi di lavoro, e del diritto ambientale. Che cosa è rimasto di quel passato?
Partirei proprio dai risultati ottenuti. Da un punto di vista giuridico e più strettamente processuale si sono conclusi, uno definitivamente e uno in primo grado, due importanti processi. Quello concluso definitivamente riguardava i fatti del petrolchimico di Marghera, che ho riportato nel libro “La fabbrica dei veleni”. In quel caso, dopo una sentenza vergognosa di primo grado, c’è stata una sentenza di appello che invece ha dato ragione all’impostazione nostra per quanto riguarda gli omicidi colposi e le lesioni, sentenza poi confermata dalla Cassazione nel maggio 2006. Quindi c’è stato un risultato importante proprio per quanto riguarda le malattie professionali e il riconoscimento dell’esistenza di un nesso causale fra esposizione a una sostanza cancerogena genotossica, come il cloruro di vinile monomero, e la patologia letale in cui sono incorsi numerosi lavoratori. Questo è un primo dato importante. In secondo luogo è emerso sempre nell’ambito di quel processo il fatto che decine e decine di reati in materia ambientale sono stati dichiarati prescritti, tra l’altro una parte già in primo grado, e poi una grandissima parte in secondo grado e in Cassazione. Questo accade perché, purtroppo, in materia ambientale si prevedono essenzialmente e soprattutto dei reati contravvenzionali il cui tempo di prescrizione è così rapido che all’inizio del dibattimento di primo grado molti di essi sono già prescritti. Queste sono peraltro materie giuridiche molto complicate e molto difficili che richiedono indagini e consulenze tecniche molto approfondite, il tempo invece corre via molto rapido. E in questo ambito ricordo che le contravvenzioni, in particolare per quanto riguarda la zona della Laguna di Venezia, sono state riscontrate fino praticamente all’inizio delle indagini preliminari, cioè fino quasi alla metà degli anni novanta. Questo è un dato storico che va rimarcato. Il secondo processo importante che voglio ricordare è quello in materia di amianto che si è concluso in primo grado nel mese di luglio del 2008. Su questo argomento nel mio ultimo libro facevo solo un accenno, perché ero arrivato a seguirlo fino alla conclusione della fase preparatoria: avevo curato le indagini preliminari e l’udienza preliminare fino al febbraio 2005 quando fu disposto il rinvio a giudizio dei vertici e degli amministratori delegati di Fincantieri-Breda. Poi a marzo ho cambiato vita. Quel processo si è concluso in primo grado nel luglio dello scorso anno con il riconoscimento delle responsabilità penali degli amministratori delegati e di altissimi dirigenti di Fincantieri-Breda sia per mesotelioma pleurico che per tumore polmonare, le malattie che avevano colpito i loro operai. Un’altra cosa importantissima è che è stato riconosciuto il nesso causale anche per il decesso di tre mogli di operai che per alcuni decenni avevano lavato, stirato e sistemato i vestiti da lavoro dei loro mariti. Questo processualmente è un dato nuovo sicuramente importante, anche perché svolgendo la mia nuova attività e girando l’Italia, ho avuto modo di verificare che la stessa cosa è accaduta anche in altre zone del paese. Eventi di questo genere sono noti storicamente, per esempio nel caso dei minatori del Sudafrica, ma episodi di mogli di operai morte di mesotelioma pleurico si sono avuti, purtroppo, anche per i cantieri navali di Monfalcone e, in Piemonte, per l’Eternit di Casale Monferrato. Processualmente il caso della Fincantieri è stato il primo riscontro positivo. Tra l’altro, grazie a quell’esperienza credo che sia emerso con evidenza almeno nella zona nostra, l’area veneziana, un senso di aumentata sensibilità sociale per le questioni della salute, sia all’interno che all’esterno dell’ambiente di lavoro. Quella sentenza ha funzionato da volano per il diffondersi di una sensibilizzazione generalizzata, un altro riscontro che considero molto positivo.

Nel dicembre del 2007, insieme al senatore Cesare Salvi, lei ha presentato un disegno di legge che per il reato di omicidio colposo prevedeva una condanna da uno a sette anni per i responsabili di aziende dove siano avvenuti infortuni gravi e morti. Poi è caduto il governo Prodi. Quel disegno di legge è rimasto sulla carta, oppure vi è ancora uno spazio legislativo per discorsi del genere?
Mi porto dietro, assieme all’esperienza, anche l’ostinazione del passato. Avevamo presentato questo disegno di legge con Cesare Salvi, per innalzare la pena per l’omicidio colposo in materia di lavoro da uno a sette anni. Poi tutto si era fermato per la cessazione della precedente legislatura. Ora, sembra non esserne al corrente quasi nessuno, ma quando con la nuova legislatura la scorsa primavera è stato presentato il decreto legge sulla sicurezza abbiamo proposto un emendamento in cui si innalzava la pena fino a sette anni anche per omicidio colposo aggravato in caso di morte o infortunio sul lavoro. Non so quanti se ne siano accorti, ma l’emendamento è passato e anche questo è un risultato positivo. L’aggravamento della pena fino a sette anni per l’articolo 589 del codice penale (omicidio colposo, ndr) riguarda gli incidenti stradali ma anche gli infortuni e le morti sul lavoro, e quindi anche le malattie professionali. È un dato importante: si proponeva una pena fino a sei anni, ma ho voluto ribadire l’impostazione del disegno di legge precedente perché, in teoria, con pena fino a sette anni si può procedere al fermo di polizia giudiziaria di un imputato, per evitare che si dilegui. Pensando in astratto perché ormai il tempo è passato, nel caso della Thyssen-Krupp un dirigente avrebbe potuto subire il fermo di polizia giudiziaria. L’aggravamento della pena in questo senso è importante anche per dare idea dell’importanza che si comincia ad attribuire a episodi di questo genere, che devono essere curati e perseguiti sotto ogni punto di vista, sia in fase preventiva attraverso verifiche e controlli, ma anche nella fase repressiva. Insisto sul fatto che questo è un dato nuovo ed è un buon risultato, anche se è sfuggito a molti. Il Decreto legge è il numero 92 del 2008 e l’emendamento è il numero 1.20, di cui sono stato il primo firmatario. Con questo emendamento abbiamo superato l’esigenza di un nuovo  disegno di legge.

Qual è la sua riflessione sulla vicenda Thyssen-Krupp, con l’amministratore delegato accusato di omicidio volontario con dolo eventuale e cinque dirigenti locali accusati di omicidio colposo e omissione dolosa di cautele antinfortunistiche?
Io non parlerei di omicidio volontario, parlerei piuttosto di omicidio a titolo di dolo eventuale. Può sembrare una finezza giuridica però da un punto di vista sociale e anche politico è un dato estremamente rilevante. Ricordo che nella fase dell’indagine preliminare di Porto Marghera avevamo contestato anche noi il dolo eventuale ma per questa forma di imputazione sono previste delle rigidità probatorie molto  forti. Il problema è proprio questo: trattare la vicenda delle morti e dell’inquinamento di Porto Marghera è un conto, ma una vicenda che costituisce per molti versi un fatto isolato, un trauma fortissimo, però preciso nel tempo, molto lineare e istantaneo, è cosa ben diversa. A Marghera avevamo omicidi colposi, lesioni colpose e inquinamenti della laguna che andavano avanti da alcune decine di anni. A Torino si è trattato di un evento singolo, lo scoppio di un incendio, cronologicamente ben individuabile anche per quel che riguarda tutte le conseguenze. A Marghera si trattava di dover provare un dolo eventuale per molti eventi diversi e per tante persone per trent’anni; a Torino invece da un punto di vista processuale potrebbe teoricamente essere più semplice, anche se sarà in ogni caso estremamente difficile in ambito dibattimentale portare elementi a sostegno del dolo eventuale. Vedremo, ma sicuramente anche questo è un dato importante. D’altra parte giuridicamente tra l’omicidio colposo con l’aggravante della previsione dell’evento e l’omicidio volontario col dolo eventuale, la linea di demarcazione è estremamente sottile. È tutto un problema di prova, molto difficile da accertare. È quasi una “probatio diabolica”, io però credo che il dibattimento sia stato impostato correttamente. Nel vaglio del dibattimento il pubblico ministero porterà le prove al giudice; sarà il giudice a dover dare una conferma o meno dell’imputazione. Ricordiamo che in materie così particolari come la sicurezza sul lavoro e il danno ambientale, ci si trova spesso in zone grigie del diritto e questo vale sia da un punto di vista normativo sia da un punto di vista probatorio, di responsabilità personale. Siamo in una zona grigia; per un furto o per una rapina è molto più facile provare un reato, qui si tratta di situazioni ben più complesse.

Lei si è occupato anche del caso Taranto dove i dati sulle emissioni inquinanti, soprattutto la diossina emessa dalle ciminiere dell’Ilva, sono inquietanti, così come quelli sull’aumento dei tumori, oltre agli incidenti che si aggiungono alle “classiche” morti bianche. La giunta Vendola ha varato una legge ambientale per la riduzione delle emissioni, sul modello della legge friulana, che ha recepito i parametri europei, già adottati in Austria e Germania. Staremo a vedere quale sarà in Puglia la posizione dei vertici Ilva, che probabilmente minacceranno una ricaduta occupazionale, e dei sindacati. Il punto però è: anche in presenza di un governo centrale irresponsabile, c’è uno spazio amministrativo e legislativo locale e regionale che può essere praticato?
Anche se non in modo approfondito, conosco la questione di Taranto e Brindisi perché ho avuto più volte occasione di recarmi in Puglia per incontri e dibattiti sui temi della sicurezza sul lavoro e dell’ambiente, e dovrò anche ritornarci prossimamente. Di fronte a una linea di condotta come quella del governo attuale è opportuno e sicuramente utile che a livello regionale, provinciale, comunale si pensi a trovare degli spazi legislativi, se possibile, e comunque degli spazi regolamentari nuovi. Abbiamo un ministro che più che dell’ambiente io chiamerei del disastro ambientale. Si stanno distruggendo delle normative – e questo accade dall’epoca del ministro Matteoli, nel precedente governo Berlusconi – in materia ambientale che erano certamente adeguate. In materia di sicurezza sul lavoro, dopo che faticosamente si era arrivati nella passata legislatura alla redazione di un testo unico sulle norme sul lavoro, sicuramente non perfetto, sicuramente non in assoluto la cosa migliore, però comunque positivo perché offriva una razionalizzazione del settore, stiamo assistendo anche in questo campo a un tentativo di ridurre il più possibile i controlli, le verifiche e anche la repressione. Qui c’è una linea chiara di governo, a mio giudizio totalmente negativa, che va contrastata. Istituzionalmente, una strada è quella di percorrere e seguire le possibilità che si hanno a livello delle amministrazioni locali di intervenire con normative specifiche. La giunta Vendola in Puglia sta lavorando in questo senso, e fa sicuramente bene. Il guaio – e questo è l’assurdo – è che abbiamo maggioranze, a livello territoriale e regionale, molto diverse: ci sono regioni su una linea assolutamente analoga a quella dell’attuale ministro del disastro ambientale, così come ce ne sono altre che invece cercano di migliorare la normativa nazionale. Non è nemmeno un discorso di destra o di sinistra, credo piuttosto che sia questione di una sensibilità maggiore o minore nei confronti della sicurezza sul lavoro e della tutela ambientale; e, in questo campo, alle volte si va anche al di là degli schieramenti.

Come si può controllare la catena del subappalto, che è la condizione principale in cui lievitano gli infortuni, in un mondo del lavoro sempre più frastagliato?
Quando è stata fatta l’indagine parlamentare sulle cosiddette “morti bianche” – che sarebbe meglio chiamare morti sul lavoro e basta – uno dei capitoli che sono stati affrontati e approfonditi è stato proprio quello relativo ai subappalti. In questa situazione, ma anche in casi correlati, come per il lavoro nero o nel caso degli immigrati soprattutto al Nord, si osserva che si verificano infortuni in percentuali più rilevanti rispetto ai casi ordinari. La soluzione, se fosse possibile – ma sappiamo che non lo è – sarebbe quella di ridurre i contratti di subappalto. Quando questi comunque ci sono, occorrerebbe che le norme che valgono per le ditte che stipulano il contratto fossero trasferite in maniera rigida e giuridicamente vincolante anche alle ditte in subappalto, mantenendo peraltro la responsabilità del subappaltante. Un tale sistema giuridico consentirebbe di mantenere e forse addirittura di stringere e irrigidire i controlli in casi di subappalto, ma non è questo ciò che al momento viene perseguito. Allora, credo che a livello normativo sarebbe possibile muoversi in questo senso, ma credo anche e soprattutto che a livello di amministrazioni locali, come quelle comunali o regionali, o anche provinciali quando è il caso, si possono definire i modi di gestione dei contratti imponendo alle ditte in subappalto vere e proprie clausole contrattuali per la tutela e la sicurezza dei lavoratori e, quando se ne verificano le condizioni, anche per la tutela ambientale. Credo che gli strumenti giuridici ci siano. Bisognerebbe però che ci fosse anche e soprattutto la volontà politica, perché è la volontà politica, intesa nel senso migliore del termine, quella che consente di operare e muoversi nella tutela di quelli che sono i diritti fondamentali.
Felice Casson
incontro Enzo Ferrara