| Il nuovo caporalato, in Puglia e altrove |
| di Stefano Laffi |
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La storia È una vicenda angosciante quella ritratta da Alessandro Leogrande in “Uomini e caporali” (Mondadori 2008) perché si parla di morte, di violenza, di tortura, in un ordine di grandezza ancora da dimensionare, ma che ha i tipici contorni di un fenomeno sommerso. In Polonia si perdono le tracce di figli, figlie e mariti partiti per andare a lavorare in Italia, decine di famiglie non ne sanno più nulla, ma molte delle “ultime” telefonate partono dalla Puglia, dalla provincia di Foggia. Fra la ricostruzioni di quei contatti e le prime denunce di chi riesce a scappare si comincia ad alzare il coperchio e si scopre l’atrocità del lavoro sotto caporalato della raccolta di pomodori nel Tavoliere, della riduzione in schiavitù, dello sfruttamento o della violenza fino al decesso di alcuni fra questi. In proporzione pochi sono riusciti a raccontare, pochi sono i corpi ritrovati senza vita, l’elenco degli scomparsi conta decine di persone. Le vicende si svolgono fra il 2005 e il 2007. Economia e lavoro Forse mai come in questi anni si è parlato tanto di economia, mai è stato così evidente anche al senso comune quanto Marx avesse ragione nel far di quella la lente per ragionare sul mondo, sui suoi rapporti di forza. Con l’economia ci siamo abituati a pensare in termini globali e sistemici, tutti abbiamo capito che dietro ogni guerra attuale c’è una battaglia per le risorse energetiche, che lo sviluppo di Cina e India cambia il prezzo della nostra benzina e della nostra pasta, mai come ora il mondo ti cade addosso, la geopolitica ti entra nel portafoglio, l’affitto e la spesa al mercato sono il giornale che non puoi non leggere. Ma l’economia non è una disciplina semplice, chi la studia lo sa, il lavoro e il consumo sono i nostri due radar, da lì ci accorgiamo cosa succede nel mondo, da lì patiamo gli effetti micro di dinamiche e decisioni non sempre intelligibili, lontane da noi. Per questo la politica ha scelto il consumo – non i valori o le idee, non i diritti o i progetti – come chiave di dialogo con i cittadini, come strumento di gratificazione immediata e generalizzata. Mentre fatica a stabilire sul lavoro – che di quel consumo è la premessa non dichiarata, tanto dal marketing quanto dalla politica – altrettanta complicità, e omette di parlarne nei termini in cui ciascuno possa misurare la propria condizione. Perché sul lavoro si misurano invece alcune delle cose peggiori della contemporaneità: la violenza, lo sfruttamento, il ricatto, il potere, la criminalità, l’insicurezza, più della realizzazione personale, della valorizzazione del merito e del talento, della gratificazione, del progetto e del prestigio, o di altre parole di una retorica fuori tempo. Quando chiedi a un ragazzo cosa si aspetta dal lavoro, dice soldi, per fare altro nella vita, perché più o meno coscientemente ha intuito che gli aspetti negativi stanno consumando le potenzialità positive di un impiego, e l’unità di misura che resta è il denaro. Il fenomeno Di lavoro si muore e ci si ammala. Non c’è solo la disoccupazione e il precariato nella pagina di economia, le morti bianche sono se non altro la palestra quotidiana di una consapevolezza che esclude l’ignoranza sul fatto che in fabbrica o sui campi ci si lascia la vita e la salute. Ma di una vicenda del genere credo che pochi si fossero accorti, sui nostri giornali è appena affiorata; Leogrande pedina pazientemente la vicenda, e alla fine ci dà tutto quello che serve per capire, e per restarne sconcertati. Dalla Polonia si parte leggendo annunci su giornali o siti internet in merito a opportunità di lavoro in Italia nella raccolta di pomodori, per paghe annunciate intorno a 80 euro al giorno, una vera sirena per chi vive in quel paese, per chi ha 20 o 30 anni e non trova lavoro. Un contatto telefonico, un esborso iniziale di 200 euro, poi a volte altri intermediari e altri soldi, percorsi strani in furgone per arrivare in Italia evitando i confini pericolosi, infine a destinazione si viene presi in consegna dal caporale, la figura centrale dell’inchiesta. In baracche fatiscenti, prive di tutto, inizia un incubo fatto di lavoro senza orario sui campi, di fame, di violenze e di umiliazioni, di pestaggi e di persone scomparse, di soldi promessi e mai ricevuti. I carcerieri sono i caporali, per lo più polacchi anche essi, le carceri sono casolari in teoria aperti ma per i braccianti polacchi di fatto chiusi a chiave, perché da lì non si scappa facilmente, in mezzo alla campagna, senza conoscere la lingua, senza sapere nemmeno dove si è, senza telefono, senza soldi e documenti, col terrore delle vendette in caso di ricattura, con l’angoscia dei compagni scomparsi. Ma qualcuno riesce a fare di nascosto una telefonata alla madre, tre ragazzi riescono a scappare ed esporre denuncia nell’agosto del 2005, il primo blitz dei carabinieri a Orta Nova trova in poche ore 110 braccianti in quelle condizioni, i giornali polacchi (non quelli italiani) e le autorità polacche denunciano e premono, il console polacco in Puglia diventa il paladino dei loro diritti, si apre un’inchiesta, un primo caporale si pente e racconta, il processo sul caporalato arriva a una sentenza di condanna in primo grado nel febbraio del 2008. Meccanismi Alessandro Leogrande vuole capire prima che denunciare, il suo è un racconto razionale e dolente, ha la dignità di chi lì ci è nato, ha visitato tutto ciò di cui parla, ha intervistato tutti, persino se stesso e si vedrà in che modo, ha seguito il processo, ha raccolto chissà quanti appunti, ci ha messo anni, per avere le connessioni che servono, per raggiungere la sua scoperta, che è la comprensione di un fenomeno. Insomma questo è un nuovo caporalato, non italiano ma internazionale, che parla la lingua degli sfruttati non degli sfruttatori. Gli sfruttati non sono africani ma spesso neocomunitari, col progetto non di insediarsi ma di guadagnare e quindi più ricattabili, con qualsiasi paga. E sono più ingenui, credono a un’offerta di lavoro che inizia con l’estorsione di denaro, non sanno che il sequestro del passaporto da parte del caporale non blocca un neocomunitario. E la paga non arriva mai, perché i caporali promettono una cifra ma non pagano, o non subito, se non a loro discrezione, rendendo impossibile l’accumulo e quindi spegnendo l’idea di un veloce rientro o di una fuga. Eppure si lavora, anche oltre le proprie possibilità, perché i caporali vendono anche le anfetamine per riuscire a resistere ai ritmi che loro stessi impongono. Mentre la fuga è impossibile quando non sai nulla di dove sei – la localizzazione geografica, il nome, la lingua, come ci si arriva e come si parte – e non sai nulla di chi è accanto a te. Ma è difficile anche intervenire, per le ragioni più varie: a volte nemmeno si capisce la lingua nelle intercettazioni telefoniche, il reato di caporalato in Italia non esiste (e infatti si è costretti a usare l’articolo di legge sulla riduzione in schiavitù) così come non esiste lo sconto di pena quando a pentirsi è un caporale, e non si può ottenere l’accusa di omicidio senza testimoni, per persone scomparse, senza rinvenimenti recenti di corpi. E poi le connessioni: Leogrande affronta la raccolta del pomodoro nella provincia di Foggi ma ritrova meccanismi di sfruttamento analoghi nella raccolta delle olive in Calabria o in quelle delle fragole in Inghilterra, s’imbatte nel flusso dei polacchi, ora in estinzione, ma fa in tempo a scorgere i segnali della nuova leva di romeni, confronta le tecniche di raccolta e capisce che la rinuncia locale alla meccanizzazione è il vero indice della diffusione del caporalato, il cui lucro si basa sullo sfruttamento di braccia, non sulla produttività delle macchine. Un’inchiesta “soggettiva” Non puoi fare inchiesta se non chiarisci il tuo rapporto con la materia, non esiste la neutralità presunta dalla vulgata accademica ma solo la chiarezza delle proprie posizioni. Leogrande lo fa in modo radicale, anzi forse parte proprio da lì. Perché un suo trisavolo fu in qualche modo parte in causa nella strage di contadini che avvenne nel 1920 vicino a Gioia del Colle, quando il padrone di un podere – d’accordo con altri padroni della zona – ordinò a persone prezzolate raggruppate appostate e nascoste di sparare contro un gruppo di braccianti, arrivati senza armi a reclamare la paga. Leogrande svolge quindi un’inchiesta parallela, storica, non meno avvincente, sul suo passato familiare, sulla complicità che possa per sangue legarlo a una forma antica della violenza che studia oggi. E l’inquietudine personale dà probabilmente un colore particolare alla storia, la anima più di un’inchiesta comune, lo costringe a un’urgenza non scontata, alla necessità di capire davvero per non lasciare conti in sospeso. I due piani temporali si intrecciano, e ne esce quasi un romanzo, in cui la comprensione del fenomeno è fatta non per teoremi ma attraverso l’umano in tutte le sue forme, quindi ritratti, parole, descrizione minuziose di gesti e situazioni. Leogrande racconta una vicenda troppo grave per essere urlata – ci mette 50 pagine prima di usare la parola “schiavitù”, e con molta discrezione ricorda quanto la vicenda evochi i lager nazisti e le liste di desaparecidos – non addita colpevoli, ma ricostruisce la cronaca dei fatti, salda il debito col passato, e con la nostra realtà, che tutti noi ignoravamo. Stefano Laffi
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