Archivio 2009 Marzo - N. 105 La notte che l’Italia
La notte che l’Italia
di Gianfranco Bettin   
Che cosa pensi che sia successo, quella notte, al quarto piano della Questura?, chiede infine l’immaginaria ragazza di vent’anni alla quale Adriano Sofri si rivolge per raccontare la vicenda di Pino Pinelli. Non lo so, risponde Sofri, chiudendo il libro.
Sembra una chiusa desolante, impotente. Ma, opposta e speculare, è invece una risposta della stessa natura di quella data da Pier Paolo Pasolini sulle responsabilità dei crimini che hanno resa buia la storia dell’Italia repubblicana: “Io so. Io so i nomi… ma non ho le prove”.
“La notte che Pinelli” (Sellerio) è forse il libro più bello scritto sugli anni delle trame e delle stragi nere e di stato. Sofri racconta immaginando di parlare, appunto, a una ragazza d’oggi, e ci mette di fronte agli indizi, alle prove, alle ipotesi, alle suggestioni che, in realtà, possono condurci a un giudizio chiaro sia sullo specifico episodio – Pinelli che cade dalla finestra della Questura milanese – sia sulla trama generale incentrata sulla strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969.
Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico di 41 anni, fermato lo stesso pomeriggio della strage perché sospettato di saperne qualcosa, ma del tutto innocente, dopo giorni di interrogatori precipiterà alla mezzanotte tra il 15 e il 16 dicembre. Dalla Questura si dirà subito che il suo è stato un suicidio, commesso perché si era convinto che a mettere le bombe del 12 dicembre fossero stati i suoi compagni, in particolare Pietro Valpreda. È tutta una montatura, naturalmente, che verrà poi smascherata, anche se sul piano giudiziario nessuno verrà mai condannato per aver provocato o comunque agevolato la morte di Pinelli (e neanche per la strage di piazza Fontana). Il mistero intorno a cui ruota il libro è tutto qui: perché Pinelli è volato giù da quella finestra? è, però, un mistero che sta dentro un mistero più grande: perché ci sono state le stragi in Italia, perché piazza Fontana e perché le altre? Chi ne è responsabile? E perché, mistero più misterioso ancora, nessuno ha pagato? Sul piano giudiziario, a quasi tutte queste  domande si può rispondere come Sofri: “Non lo so”.
Sul piano politico, e morale, e anche sul piano letterario – che non significa affatto “astratto”, o “velleitario”, “inconsistente” – si può dire invece “Io so”. Si può dirlo con Pasolini ma anche con l’Adriano Sofri di questo libro bellissimo e tragico, la cui chiusa “in negativo” contiene lo stesso pathos conoscitivo e la stessa intuizione poetico-politica della sicura affermazione pasoliniana.  
Oltre al nitore della scrittura, che rende agevole seguirne l’ostico percorso tra atti giudiziari e chiacchiere depistanti, tra resoconti e verbali e perizie, oltre al rigore della ricostruzione storica, del libro si può apprezzare in particolare la sincerità, la volontà di riconoscere senza pregiudizi ragioni e torti, motivazioni e argomenti di ognuno dei protagonisti.
Non, ovviamente, restando “super partes”. Non è certo possibile in una vicenda del genere, tanto meno a uno come Sofri che in quegli anni c’era, eccome, e che dentro questa vicenda è stato poi riscaraventato molti anni dopo dall’“affaire Marino” e dall’incredibile vicenda giudiziaria del “caso Calabresi” (vissuta tuttavia con una libertà intellettuale e morale inversamente proporzionale alle concrete restrizioni inflittegli). Sulla sua vicenda personale, che è in realtà una vicenda corale, Sofri ribadisce qui la radicale critica di parole e gesti di quegli anni, a cominciare da ciò di cui si sente più diretto responsabile (“La campagna condotta da ‘Lotta Continua’ contro Calabresi tra il 1970 e il 1972 fu un linciaggio moralmente responsabile, benché nient’affatto penalmente, della morte di Calabresi”).
Allo stesso modo rivendica orgogliosamente le cose giuste di allora e non rinuncia a scavare nei torti del potere, a contrastarne l’oblio (così “inattuale”, questo libro è proprio perciò, senza che ci sia stata giustizia per Pinelli, il più attuale dei libri), a  combatterne la minimizzazione (come nel tentativo di ridurre la strage di piazza Fontana a un errore commesso nel tentativo di compiere solo un attentato dimostrativo: Sofri controbatte a questa tesi, condividendo gli argomenti di studiosi come Giorgio Boatti, autore del fondamentale “Piazza Fontana. 12 dicembre 1969: il giorno dell’innocenza perduta”, Einaudi, da leggere almeno insieme al libro di Luciano Lanza, “Bombe e segreti. Piazza Fontana: una strage senza colpevoli”, che contiene una lunga intervista al pm Guido Salvini, edizioni elèuthera).
Il libro di Sofri è anche un omaggio a Pino Pinelli (e a Licia, la moglie, che ne ha difeso con dignità e coraggio la memoria), la cui figura risalta qui ingrandita non tanto dal tempo, che invece minaccia di cancellarne perfino il ricordo, bensì dalla viva restituzione del suo ritratto, della sua vita quotidiana, tra lavoro e militanza e famiglia, e delle sue parole, a rammentarci che abbiamo anche il dovere di non lasciare all’oblio o, peggio, alla diffamazione la storia delle persone giuste (e Pinelli lo era). Tra l’altro, Sofri ne pubblica una lettera, scritta proprio nel pomeriggio del 12 dicembre, ancora ignaro della strage e poco prima del suo fermo. La scrive a un giovane anarchico in carcere a San Vittore perché ingiustamente accusato di essere coinvolto in alcuni attentati (commessi sempre dai medesimi registi ed esecutori della trama che porterà a piazza Fontana). è un bel documento della tempra morale, della personalità limpida di Pinelli, che afferma tra l’altro che “l’anarchismo non è violenza, la rigettiamo”, l’anarchia è “ragionamento e responsabilità”.
Infine, questo è un libro sull’Italia, e non solo di quegli anni. “Forse l’Italia non sarà mai un paese normale. Forse è il paese in cui tutto diventa normale. Si telefonava al centralino della Camera dei Deputati e si diceva: ‘Le Stragi, per favore’, e quello rispondeva: ‘Resti in linea, prego’, e ti passava la Commissione Stragi”: l’incipit chiarisce già il quadro in cui si pone “La notte che Pinelli”. È la notte che l’Italia, in effetti. L’intrigo, l’arroganza, la meschinità, la sciatteria, il crimine, l’orrore perfino in cui si perde – si nasconde, e si rivela – la verità su Pinelli e sulle stragi è davvero tipica di una certa Italia, del potere, del sottopotere, delle subculture, delle antropologie e delle psicologie, che vi regnano o vi prosperano da tempo immemorabile.
Sofri ne dà conto, a volte in rapidi schizzi, in ritratti illuminanti, e in molte pagine che convincono e indignano, che rendono desolati e furibondi, che a volte fanno ridere e altre volte venir voglia di andarsene. Si pensa al povero Pinelli e ci si dispera per lui, e con lui, chiuso in quelle stanze affumicate, da sottoposti di quel potere che appaiono insieme volgarmente kafkiani e beceramente machiavellici. Si pensa, scorati, che, in quelle mani e alla mercè di quelle teste, non poteva che andare così. Senza verità e senza giustizia. E che a ogni domanda non si può che rispondere “Non lo so”, appunto. Non possiamo, non si potrà sapere.
Siccome, però, possiamo invece dire anche noi “Io so” e portare questa speciale conoscenza in quella storia buia, portarla come una chiaroveggenza, un sesto senso (prodotto, tuttavia, dalla tensione alla verità di tutti gli altri cinque: Pasolini diceva di poter dire “Io so” perché si reputava “un intellettuale, uno scrittore, che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero”), per questo, non possiamo non vedere, grazie anche a pagine come queste di Sofri, che la verità è sotto i nostri occhi. Non c’è solo oscurità, nella notte italiana.
Gianfranco Bettin