| La salute degli immigrati |
| di Tommaso Fiore |
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Incontro con Alessandro Leogrande Nelle oltre quaranta pagine del disegno di legge n. 733 (meglio noto come “pacchetto sicurezza”) approvato il 5 febbraio in Senato, a un certo punto, in un passaggio delle “Modifiche al testo unico di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998 n. 286” (meglio noto come Testo unico sull’immigrazione), c’è scritto sbrigativamente: “All’articolo 35, il comma 5 è abrogato”. Sono poche parole, ma il loro effetto può essere devastante, perché possono portarci indietro, e di parecchio, nella storia della civiltà, della democrazia, e della deontologia professionale. C’è sempre qualcosa di sinistro (e non è il caso di evocare le pagine più buie del Novecento) quando un piccolo codicillo burocratico cambia di colpo la vita di centinaia di migliaia di persone. Ma così è, e per capire la gravità di quanto è accaduto il 5 febbraio scorso nell’aula del Senato, per volere dei cacicchi della Lega, è opportuno riportare per esteso che cosa diceva questo particolare comma, il 5, dell’articolo 35 del Testo unico. Ebbene diceva questo: “L’accesso alle strutture sanitarie da parte dello straniero non in regola con le norme sul soggiorno non può comportare alcun tipo di segnalazione all’autorità, salvo i casi in cui sia obbligatorio il referto, a parità di condizioni con il cittadino italiano.” Sopprimendo questo comma, e mandando all’aria il codice deontologico della professione medica, i medici e il personale ospedaliero “potranno” denunciare i “clandestini” che chiedono di essere curati. “Potranno”, non “dovranno”, dicono i sostenitori del provvedimento. Tuttavia, stando ai cambiamenti introdotti dalla stesso pacchetto sicurezza, la soppressione del divieto di denuncia si combinerà con l’introduzione del nuovo reato di ingresso e soggiorno irregolare e con l’inasprimento delle pene per il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Cosa accadrà allora? Accadrà che in quelle parti d’Italia in cui governatore, sindaco e prefetto la pensano in un certo modo (diciamo in modo molto simile a come la pensano i Maroni e i Cota) medici e infermieri saranno indotti, magari dalle stesse forze di polizia, a denunciare i propri pazienti “irregolari”, pena l’accusa di concorso in un altro reato. Per chi conosce un po’ gli ambulatori e i posti di pronto soccorso, non è difficile immaginare quale effetto possa avere una legge del genere su tutto il personale, specie su quello precario, in perenne attesa di rinnovo del contratto. Per farla breve, loro “dovranno”... Ma per fortuna c’è anche un’altra parte d’Italia che ha deciso, immediatamente, di opporsi alle nuove misure della maggioranza. E non si tratta solo di associazioni di medici e di operatori sociali. In Puglia, è stata la stessa Regione – per bocca del presidente Vendola – a dire che si sarebbe organizzata una vasta disobbedienza civile nei confronti del famigerato provvedimento. È la prima volta che la disobbedienza civile, e il modo in cui organizzarla (non un semplice caso individuale di obiezione di coscienza) attraversa un confronto istituzionale Governo-Regione su una questione etico-sociale di vasta portata. Non è una cosa di poco conto, potrebbe essere un importante precedente storico in un’epoca in cui si predica (anche se su tutt’altro versante) la piena attuazione del federalismo. E non stupisce che il terreno di scontro sia ancora una volta, qui come in altri casi, quello medico-sanitario, della cura dei corpi e della vita. In questo caso, di quei 700-800 mila uomini e donne che la Lega al governo definisce – sprezzantemente – non italiani e giammai “italianizzabili”, benché siano in gran parte vittime di grave sfruttamento lavorativo. Abbiamo discusso di queste questioni con Tommaso Fiore, assessore alle politiche sanitarie della Regione Puglia. Medico anestesista, docente presso l’ateneo barese, Fiore è subentrato al precedente assessore alla salute, Alberto Tedesco (Socialisti autonomisti), dimessosi dopo essere stato iscritto nel registro degli indagati per presunti abusi relativi alla fornitura di servizi e strumentazioni, proprio nello stesso giorno in cui la giunta Vendola prendeva posizioni contro l’emendamento della Lega. La fortuita coincidenza dei due eventi, ha avuto l’effetto (con la nomina di Fiore, nipote del grande meridionalista Tommaso Fiore, autore di “Un popolo di formiche” e di “Il cafone all’inferno”) di spostare “più a sinistra” le posizioni dell’amministrazione pugliese in fatto di questioni sanitarie in un momento particolare. Staremo a vedere cosa accadrà nei prossimi mesi. Quanto alla soppressione del divieto di denuncia dei sans papiers, l’intervista con Fiore è stata realizzata la sera del 10 febbraio scorso, subito dopo la prima riunione presso l’assessorato alla salute della Regione Puglia per decidere il da farsi, in che modo contrastare o aggirare il provvedimento voluto dalla Lega qualora venisse approvato anche dalla Camera. È stata fatta, quindi, nel pieno degli eventi, quando altre riunioni erano ancora da farsi per precisare meglio la strategia della regione. È una conversazione che testimonia al meglio quello che è un lavoro contro-legislativo in progress. Ed è altresì testimonianza – crediamo – di un precedente storico nel rapporto tra il governo Berlusconi da una parte e le regioni dall’altra, perché apre la strada, concretamente, a un modo di interpretare e praticare un’autonomia e un federalismo ragionevoli, democratici, antiautoritari, pervasi di tensioni universalistiche. In un’Italia politicamente incancrenita, in cui l’opposizione parlamentare del Pd e dell’IdV subisce non solo il trionfo culturale del berlusconismo e del leghismo (venendone spesso contagiata: in materia di immigrazione, il programma di Di Pietro non è molto dissimile), ma anche le loro decretazioni d’urgenza in ogni ambito e grado, forse l’unico stadio in cui riattivare un’opposizione concreta, per tracciare una linea, è quello che passa per i governi regionali. Di alcuni governi, almeno. Laddove è ancora possibile praticare questo piano politico, come in Puglia, va analizzato fino in fondo, perché rimanga un esempio estendibile anche altrove. L’Italia è diventato un paese tribale e frammentato, si dice spesso. Ma alcuni frammenti (anche particolarmente grandi, come le regioni appunto) possono essere trattenuti dalla slavina. E possono continuare a essere, ancora, degli spazi politici, culturali, sociali all’altezza delle nostre migliori tradizioni democratiche. (a.l.) Il governatore Vendola ha annunciato che in Puglia le denunce degli immigrati irregolari, da parte dei medici, saranno vietate. E ha precisato: “chi sottoscrive convenzioni con noi dovrà sottostare a questa regola”. Quindi si presuppone l’introduzione di una norma regionale, o di qualcosa del genere, ma in che modo è possibile renderla efficace? È chiaro che non può esserci un decreto. Può esserci semmai una normativa o una direttiva che va concordata con le parti. Nel caso specifico, si tratta di concordarla con i medici di medicina generale e con i medici della cosiddetta continuità assistenziale, cioè la guardia medica: sono loro, principalmente, a interagire con i pazienti che non sono in possesso di un regolare permesso di soggiorno. L’eventuale legge del governo che sopprime il divieto di segnalazione può essere annullata dal fatto che, all’interno di una procedura di urgenza, il medico è comunque tenuto a prestare la sua opera medica: non agisce in una condizione di libero professionista, bensì all’interno di un’organizzazione generale che può al massimo prevedere una segnalazione (nel caso che dovesse venir fuori l’obbligo di segnalazione) a chi dirige la Asl, ma non direttamente alla polizia. Questo è l’elemento su cui stiamo ragionando dal punto di vista tecnico, insieme ai nostri giuristi, per rendere di fatto nullo il provvedimento governativo. La regione Puglia si era già dimostrata all’avanguardia grazie a un altro provvedimento dell’estate scorsa, contenuto nel piano sanitario regionale, che prevedeva l’assegnazione del medico di base (e non semplicemente l’accesso al pronto soccorso) per i “clandestini”. L’assistenza e la cura dei pazienti sprovvisti di permesso di soggiorno è già una realtà in Puglia... Certo. Ci sono stati prima dei progetti sperimentali, e poi la misura è stata estesa all’intera scala regionale. Fondamentalmente è stata individuata la categoria dei cosiddetti Stp (stranieri temporaneamente presenti), tutti coloro cioè che pur sprovvisti di un regolare permesso di soggiorno necessitano di cure sanitarie, ed è stato fatto un regolare accordo con i medici di medicina generale, per cui tutto funziona per il meglio. In questi casi, il medico procede regolarmente a fare la sua prestazione, e le spese vengono coperte dal servizio sanitario nazionale. Ora, quello che potrebbe accadere rischia di portarci indietro di molti anni. Difatti potrebbe diventare attuativo il provvedimento che inibisce la norma attualmente prevista dalla legge, in base alla quale tu hai l’obbligo di non denunciare. Il governo dice: noi non introduciamo l’obbligo di denuncia; semplicemente diciamo “tu non hai l’obbligo di non denunciare”. Messa così, è una cosa francamente capziosa. Da una parte potrebbe essere interpretata come una scelta che ognuno può intraprendere per i fatti suoi, ma se contemporaneamente (all’interno dello stesso “pacchetto sicurezza”) si individua nella clandestinità un reato, allora scatta un’altra norma, più generale, che dispone che tu necessariamente devi denunciare quel reato. È questo aspetto tartufesco a essere particolarmente antipatico, odioso. Tuttavia il provvedimento ancora non c’è, e il ragionamento che abbiamo fatto è il seguente: per le procedure di urgenza, la situazione potrebbe anche essere risolta attraverso la normativa che ho già detto. Noi introduciamo questo principio: tu medico hai un obbligo, ma quest’obbligo lo ribalti sulla Asl, la tua organizzazione, la quale una volta al mese farà un report generico sull’eventuale accesso degli irregolari, sull’incidenza di tali prestazioni, senza fare nomi e cognomi. Questo può essere fatto; la questione però diventa più delicata per tutte quelle persone che stanno male e non guariscono in un solo giorno, ma hanno bisogno di un percorso terapeutico più lungo. È questo il motivo per cui, dopo una lunghissima discussione su aspetti tecnici che ancora devono essere meglio approfonditi per trovare una soluzione regionale, abbiamo convenuto che prima di imbarcarci su questa strada, dobbiamo comunque aprire una battaglia politica perché il provvedimento non passi definitivamente. E abbiamo pensato di farlo non in quanto medici di medicina generale o in quanto medici ospedalieri, ma in quanto medici. Quindi abbiamo attivato il circuito degli ordini dei medici. A livello nazionale c’è già una grande mobilitazione; per quel che riguarda la Puglia, abbiamo proposto ai presidenti degli ordini dei medici di attivarsi direttamente, e loro si sono detti pienamente disponibili. Il percorso che vogliamo intraprendere è quello di ancorarci al fondamento culturale della professione medica, facendo leva sull’esistenza di un codice deontologico che sancisce il segreto professionale. Non solo: quanto sta accadendo richiede un ragionamento più profondo, che riguarda appunto i fondamenti della professione, non è semplicemente una questione tecnico-convenzionale. Per cui abbiamo bisogno che questo dibattito entri dentro la professione e la attraversi. Quindi, per precisare ulteriormente la questione ed evitare fraintendimenti, ripetiamolo, un ente regionale non può fare una circolare in cui dice: qui questa legge non vale. No. Se noi facessimo una legge di questo tipo, sarebbe immediatamente osservata a livello nazionale. Alle regioni non è stata delegata una potestà in ordine alla sicurezza pubblica. Non abbiamo questo spazio. Abbiamo però, di fatto, uno spazio normativo diverso, che può essere di natura interpretativa e applicativa. In altre parole noi possiamo dire: questa è la norma nazionale, ma in Puglia la si applica così. E nel momento in cui la applichi in un modo che non sia odioso per il singolo, ma che si trasformi in un meccanismo diverso (si segnala cioè la problematica generale, la presenza o meno di un certo numero di pazienti sprovvisti di permesso di soggiorno, ma non si segnala la singola persona), ovviamente tu ne dai un’interpretazione che non ha effetti negativi sulla vita degli immigrati. Ma questo accordo è possibile perché c’è già una convergenza di vedute con le Asl... Non c’è dubbio. Qui innanzitutto abbiamo l’accordo con i medici, che vogliamo consolidare attraverso futuri incontri che ribadiscano i principi etici della professione. Per quanto riguarda invece il sistema nel suo complesso, bisogna ricordare che i sistemi regionali sono dei sistemi fortemente piramidali. Non esiste la possibilità di una obiezione da parte del singolo direttore generale, e questo gioca a nostro favore. Detto questo, va comunque ricordato che i direttori generali pugliesi sono le stesse persone che hanno autorizzato e sviluppato i sistemi di assistenza agli immigrati (anche se privi di permesso di soggiorno) negli scorsi mesi, o addirittura negli scorsi anni. In alcuni distretti, come dicevo prima, alcune di queste esperienze sono partite a livello sperimentale già anni fa, e – vedendo che funzionavano – sono poi state estese all’intera regione. Certo, questa relazione va consolidata perché la normativa possa funzionare. Tuttavia non ci sarà un’opposizione del sistema a una iniziativa del genere. Dal punto di vista politico più generale, c’è un aspetto molto interessante. Con questo provvedimento, come con altri della giunta Vendola (basti pensare ad esempio alla legge sulla diossina o a quella sull’emersione del lavoro nero), passa l’idea di un federalismo positivo, ragionevole: un federalismo normativo che non si arrocca in se stesso, ma che al contrario supera delle leggi inique, riallacciandosi o a normative europee o alla carta costituzionale o a a codici deontologici preesistenti... Questo spunto è emerso appieno nella prima riunione che abbiamo avuto, ed è una cosa a cui tengo molto. Qui dobbiamo imparare a interpretare il regionalismo non necessariamente in modo negativo. Questo significa – fondamentalmente – che noi ci riprendiamo la libertà di lavorare secondo quello che noi riteniamo essere giusto, e chiediamo che lo Stato faccia un passo indietro rispetto a quelle che sono delle ingerenze nella nostra autonomia. D’altra parte, come tutti sappiamo, quello di autonomia è un concetto generale. È una parola bellissima, che puoi giocarti bene o giocarti male, e noi dobbiamo interpretarla al meglio. La norma che prevede l’assegnazione del medico di base ai “clandestini” è stata pensata all’interno di un pacchetto di provvedimenti più ampio contro il caporalato e lo sfruttamento. Il principio era questo: non si risolve il problema delle nuove schiavitù unicamente con nuove leggi sul lavoro, sulla responsabilità delle imprese o sui controlli, ma varando anche delle misure sociali molto precise che favoriscano la fuoriuscita dall’esclusione e dal degrado. E quindi: accesso alle cure, accesso all’acqua, alloggi diffusi eccetera. Qualora il provvedimento leghista dovesse andare in porto, quali sarebbero le conseguenze immediate? Parto da un concetto banale: se tu vuoi occuparti della salute della popolazione che abita un territorio, devi prima conoscere le condizioni di salute della popolazione che abita quel territorio, indipendentemente dalla nazionalità, dalla tessera che hanno in tasca, dai documenti che hanno o non hanno. All’interno di una realtà territoriale, non puoi separare le persone in base alla loro condizione amministrativa. Inoltre è importante che le persone che arrivano in Italia, specie quelle poste in una condizione di maggiore debolezza, vengano protette dalla possibilità di contrarre malattie e di far sviluppare malattie sul territorio. Questa legge è anche una legge molto miope, per almeno due motivi. Innanzitutto, perché favorirà un mercato clandestino, una rete alternativa di assistenza priva delle tutele del servizio sanitario nazionale. Esporrà queste persone a un nuovo sfruttamento, perché avranno paura di andare da un medico pubblico e quindi cercheranno altra strade; avranno i loro curatori improvvisati oppure gli stessi medici si faranno pagare in nero, di nascosto. È un illecito prevedibile. Ma, oltre a questo, ci sarà anche una ricaduta negativa più generale, per quel che riguarda il controllo delle malattie e di eventuali focolai, dal momento che qui non stiamo parlando di tre persone, bensì di una massa enorme di persone. Siamo di fronte a un offuscamento radicale della ragione: quando ti fai ottenebrare dall’ideologia, spingi fino a tal punto questa rincorsa ideologica da procurarti un danno. Tra l’altro questo è riscontrabile anche in altre vicende recenti, con le scorrazzate sui corpi. Noi ci stiamo lentamente abituando al barocco più spietato: si scorrazza prima nel corpo delle donne con la legge 40, poi sul corpo di Eluana Englaro e di chi versa in condizioni simili, poi ancora sul corpo degli immigrati con questa faccenda del diniego – di fatto – all’assistenza. È un modo terribile, questo, di passare con dei trattori sul corpo degli uomini e delle donne. Il paradosso bioetico è che, negli stessi giorni, le stesse forze di destra hanno mostrato un accanimento morboso “per salvare una vita contro la morte”, come ha detto un Berlusconi esasperato a proposito di Eluana Englaro, e contemporaneamente – come se nulla fosse – la ferma volontà di sancire un apartheid sanitario, mettendo a repentaglio la salute di centinaia di migliaia di uomini e donne. Da una parte la decretazione d’urgenza contro la sospensione dell’alimentazione, dall’altro un disegno di legge per la sospensione delle cure ai non-italiani (tramite la minaccia della delazione). Io non le metterei in contraddizione, perché sono due vicende che lasciano intravedere lo stesso segno. L’operazione che è stata fatta intorno al letto di Eluana, è un’operazione sul corpo di Eluana. Loro sostengono: che diritto hai di sospendere l’alimentazione e l’idratazione? Ma, dall’altra parte, è giusto ribadire: che diritto hai tu di occupartene? Il punto è proprio questo: il diritto di intervenire su questo corpo. Se tu stabilisci in questa maniera occhiuta, che arriva fino al dettaglio più inqualificabile, cosa è lecito o cosa non è lecito, cosa fare e cosa non fare, oppure quanti embrioni impiantare, se uno, due o tre... oltrepassi un limite. Questo apparato di provvedimenti espropria totalmente il medico della sua autonomia scientifica. Quindi su questo punto un dibattito va fatto. In tutto il bailamme su Eluana nessuno ha avanzato una riflessione seria sulla condizione di questi pazienti, su chi sono, sull’enorme varietà di casi che non possono essere facilmente ricondotti a unità ma che devono essere studiati nella loro complessità. La tradizione scientifica cui apparteniamo, che è quella che dice – in certi casi – fermiamoci un attimo e ragioniamo, viene così travolta da incursioni di tipo politico-ideologico. Bisogna quindi riappropriarsi dell’autonomia della professione. Per quanto sia difficile lavorare con le grandi professioni, che certamente non hanno tradizioni democratiche, forse su questi aspetti, qualcosa comincia a smuoversi. Stando alle prese di posizione dell’ordine dei medici, sembra che sia così: questa grande professione, che è legata a una tradizione culturale antichissima, comincia a essere preoccupata di questa invasione di campo, questo elemento pervasivo della cattiva politica nei suoi confronti. D’Avanzo ha scritto su “la Repubblica”, e credo abbia ragione, che alla Lega in realtà non importa un fico secco che in Puglia si pratichi la disobbedienza civile, o che la regione Lazio si accodi. Quello che le interessa è portare a casa una nuova legge nazionale che permetta ai suoi amministratori, nelle “sue” regioni, di condurre una feroce “lotta contro i clandestini”. Così la posizione di un medico che si oppone al provvedimento a Treviso sarà radicalmente diversa da quella di chi si oppone allo stesso provvedimento a Bari. Quest’ultimo troverà di fronte a sé una struttura che accoglie e mette in pratica l’idea dell’aggiramento, mentre il primo si troverà a fronteggiare quotidianamente un fronte unico composto dal sindaco, il prefetto, il questore e magari anche il suo stesso primario. È chiaro che per lui la disobbedienza civile vorrà dire tutta un’altra cosa, e allora la domanda è: che cosa facciamo per quei medici? Occorre coinvolgere nella battaglia politica gli ordini dei medici di quelle regioni? Io penso che l’effetto paura possa funzionare in doppia direzione, e non è detto che funzioni fino in fondo. Certo, c’è la paura del primo tipo: che cosa dirà il mio direttore se non faccio questo? Ma c’è anche una paura più strutturale di futuro, che direi di secondo tipo: se io dico sì oggi, a cos’altro dovrò dire sì domani? È questo il punto. E chi ha fatto dell’autonomia un valore (anche quando non l’ha fatto nel migliore dei modi) comincia a capire che questi meccanismi sono pericolosissimi. Insisto su questo aspetto: noi non abbiamo a che fare con dei giocattolini; abbiamo a che fare con una grande professione. E le grandi professioni a un certo punto alzano la voce. Così come alzano la voce quando non li vuoi far guadagnare i soldi della libera attività professionale, alzano la voce anche quando gli imponi troppe regole. Per cui io non sono completamente pessimista. Mi sembra che ci siano le premesse, in Italia, per dare una risposta medica agli attacchi del governo, che sia all’altezza delle migliori tradizioni della disciplina. Tommaso Fiore incontro con Alessandro Leogrande
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