Archivio 2009 Aprile - N. 106 Tra esilio e regno
Tra esilio e regno
di Vittorio Giacopini   
Dopo il voto in Sardegna e altre mazzate l’ultimo velo di Maja si è strappato. Niente di nuovo e tutto perfettamente nuovo, in qualche modo. Di profezie – facilmente verificabili, autoavveranti – sulla fine della sinistra o la sua morte su questa rivista se ne sono scritte sin troppe, a conti fatti, e aver avuto ragione non consola. “Giungemmo, è il fine”, faceva dire il poeta al suo Alessandro Magno, il condottiero, ma il fine, oggi, è proprio il contrario del suo: quel mare aperto, lo sconfinato e affascinante orizzonte di un Ignoto. Claustrofobia e stagnante immobilismo, insofferenza: siamo qui dove stiamo, in una fogna. Un paesaggio di macerie, un mondo stanco, una società più disgustosa che marcia, irredimibile. D’accordo, era tutto previsto, ma che importa? Nel disastro generale, perdere di vista i dettagli è il primo errore. Oggi che anche i più fiduciosi, anche i più machiavellici e i più illusi, si rendono conto bene o male di non aver più neanche uno straccio di sponda, un alleato, crogiolarsi in una vana “cupio dissolvi” serve a poco.  La situazione è sgradevolmente semplice, lineare. C’è poco, molto poco da dire ma restano un mucchio di cose da fare – e da far bene – però nel vuoto della teoria, senza visione, nella consapevolezza triste di un’impotenza. C’è un unico paradosso che in qualche modo sconcerta o fa sperare. Di cambiare la società, cambiare il mondo, non se ne parla più e anche a ragione (perché chi ne parla è un cialtrone o un demagogo) ma il fatto strano è che mai come adesso il mondo e la società cambiano e in fretta e il territorio che ci circonda – davvero come un nemico, un avversario – è una scena mutante e indecifrabile che non riconosci più, e non sei il solo. Anche comicamente, se vogliamo, la sinistra celebra il suo funerale nell’isteria mentre certe sue vecchie ragioni – o profezie – si prendono una mesta rivincita nei fatti e il corso del mondo si rivela per l’ennesima volta una beffa fantastica, una burla. Giravolte della storia, inciampi, casi strani. Bisognerebbe provare a ragionarci su, senza impazienza.
Non avendo teorie, visioni, strategie proviamo almeno a farci storici del presente, a essere attenti. Ci costringono (il potere e i media, che poi è la stessa cosa, la stessa trappola) a guardare sempre da un’altra parte, quella sbagliata. Mistificazione, si chiama, ideologia. Nei giorni delle elezioni in Sardegna, tanto per dire, abbiamo vissuto tutti dentro una bolla di vetro, e nell’inganno, ossessionati dall’ombra artificiale di una morte privata costretta in pubblico, incantati dalla violenza indecente di un imbroglio. Quella ridicola disfida tra la vita e la morte, l’anima e il corpo, sul letto di morte di una ragazza già morta da una vita… Bioetica e biopotere, crucci anche seri, ridotti a puro talk-show, farsa demente. Nelle “Mille luci di New York” – il molto sopravvalutato libro-culto che avrebbe aperto la breve stagione del minimalismo – alle irrilevanti vicende del protagonista, un piccolo yuppie isterico, nevrotico, faceva da contrappunto terrificante il coro greco di una voce pubblica assordante (radio, tv, giornali, chiacchiere da bar)  impegnata nel perenne commento-aggiornamento della famosa vicenda del bambino in coma. Come se il “coma” fosse la chiave segreta del tempo, la sua croce e mistero, la verità. Cose di ieri che sembrano cose di oggi, attualità. Guardare sempre da un’altra parte, quella sbagliata, aggirare le questioni più serie, quelle più urgenti: se c’è una verità, o una lezione, andrebbe letta alla rovescia, dentro uno specchio: il coma riguarda i vivi, le coscienze, quella cosa che chiamavano una volta democrazia e adesso conserva quel nome soltanto per distrattissima inerzia o abitudine.  Che avere il potere significhi imporre l’ordine del discorso, delimitarlo, è una banalità di base irrefutabile ma qui veramente spiazzante, preoccupante, e l’idiozia congenita di tutta una società, di una cultura, l’assoluta incapacità di sottrarsi a questo gioco, sabotarlo.
Diciamo pure che sono beghe nostre, farse italiche. Ma il vasto mondo di fuori, l’orizzonte? Parlare di “crisi economica globale” è in qualche modo soltanto un eufemismo (e non ha torto chi – d’accordo, comicamente, goffamente – ciancia di “rifondare il capitalismo” dal principio).  Di star vivendo una fase in qualche modo “epocale”, una catastrofe, se ne accorgono un po’ tutti, naturalmente, tranne chi avrebbe sommesse ragioni da rivendicare, altri principi (probabilmente perché a quelle ragioni e principi ha già abiurato). La storia è davvero una farsa, una commedia. Dieci anni fa – perché son passati dieci anni, tragicamente – la battaglia di Seattle venne spacciata per una jacquerie romantica, primitivismo. Dieci anni dopo quegli anarchici scombinati, quei mezzi grunge, potrebbero reclamare a buon diritto cattedre di economia, ricchi stipendi da manager, ruoli da guru. A rendere oggi tanto esasperante e cupa la situazione, non è tanto l’eutanasia della sinistra ma la constatazione che questo processo costante e inarrestabile si è svolto di pari passo, in parallelo, a una mutazione più ampia, più profonda. Nella débacle delle borse mondiali, nel crollo dell’economia, in questo pantano, le cupe ombre di un nuovo ’29 sono soltanto un corno del problema. Forse in modo meno eclatante, mascherato, quel che accade è la realizzazione di un’altra profezia che la “sinistra” dava per assodata secoli fa  e adesso ha del tutto rimosso, o abbandonato: tra capitalismo e democrazia (tra il denaro e la politica, volendo) c’è un’incompatibilità strutturale, quasi ontologica, e questo conflitto segreto, mai sopito, è venuto allo scoperto, con clamore, facendo saltare equilibri consolidati, stentati compromessi, patti occulti. Allora – secoli fa – si sarebbe parlato di “crollo” e “contraddizioni” del capitale, di situazione… rivoluzionaria. Chiacchiere probabilmente, ma non del tutto folli, quasi sensate. Così continuiamo a giocare con gli eterni “se” di sempre, con i “magari”… Se ci fosse una sinistra; magari ci fosse. Chiacchiere pure queste, del tutto vane.
I “se”, i “magari”, i “forse”: sogni mediocri in cui tocca continuare a dibattersi, affannati, perché questa è la scena obbligata, e non si scappa, e un’altra non è pensabile, al momento. Dalla politica (dalla sinistra), a cui non chiediamo più niente o praticamente niente da un bel pezzo, oggi bisognerebbe aspettarsi una semplice presa d’atto, facile e onesta che, data la situazione, è un’Utopia. Del Partito democratico era facile dire male, tempo fa, ma oggi soltanto dirne qualcosa è già un’impresa. Se c’è una lezione piccola piccola e banale banale da trarne, quasi ovvia, è che quella sua parola-bandiera (democrazia) non è più la soluzione ma il problema. Cioè un manto, una scusa, un vuoto, una retorica. In questa stagione qui, in questo paesaggio, la sinistra di domani – non quella che ci sarà; quella che ci vorrebbe, è naturale – è facile da immaginare e impossibile da costruire, temo e sospetto. Ripartire ma sempre… da un’altra parte, in un altro modo. Lo slogan di Luckas stavolta è vero a metà, obiettivamente. Nei giorni del secondo ’29 o quel che è, una sinistra utile dovrebbe ripartire dalle sue ragioni disperse, rifiutate. Una sinistra radical, socialista, libertaria, con un pizzico di “decency” orwelliana per rifiutare l’involgarimento del mondo, l’istupidimento del discorso pubblico, la resa anestetizzata all’andazzo del presente, alla sua violenza diffusa, al suo rancore. Ai politici – se hanno ancora la forza o la voglia di far qualcosa, e non è chiaro – il compito almeno in teoria evidente, molto limpido, di creare nuove alleanze, strade diverse, e, se sono di sinistra, andare davvero a sinistra, e alla radice.
Ma poi non lo faranno; almeno non ora. È un problema? È un problema e non è un problema, al tempo stesso. Nel disastro generale, e fuori dalla politica, ovviamente, restano queste mille cose da fare, e da far bene, e ci sono gruppi, esperienze, iniziative (nella scuola, nei quartieri, coi bambini, con gli immigrati, nella… cultura) che continuano ad andare avanti, con inventiva, coraggio, ostinazione, e sempre più diventano operazioni sulla linea del fronte, resistenza creativa, sabotaggio dei diktat del presente, del suo rumore.  Se lo slogan delle sante buone pratiche,  del ben-fare (il proprio lavoro, la buona azione di turno, il pensierino devoto e  bla bla bla) resta una ricetta da niente, reazionaria, bisogna anche qui ridefinire parametri e valori, priorità. Ci sono cose più serie e meno serie; impegni arrischiati sulla linea del fronte e riti vuoti, consolazioni vane e piccolo-borghesi. Sapere capire e scegliere, anche qui, è ancora una volta essenziale, decisivo. E almeno qui, nessuna fretta di trovare nuovi alleati o sponde, garanzie (ma, al massimo, amici e compagni, le solite minoranze attive).
Quanto a questa società disgustosa e sul serio troppo meschina, intollerabile, bisogna prenderne atto: è quel che c’è. Personalmente, come scribacchino da niente, ruminante anima in pena, imbrattacarte, posso anche continuare a rigirarmi nella testa il vecchio motto evangelico e ripetere all’infinito, desolato, che “il mio regno non è di questo mondo”, sta in un altrove. Giustissimo, a patto di non trasformare anche questa verità sacrosanta, proprio terribile, nell’ennesimo vuoto mantra, o in una scusa. Il mio, il nostro regno non è di questo mondo ma non sta scritto proprio da nessuna parte che sia necessario vivere in un “regno”. Si vive e si agisce e si parla fuori dal regno ed è giusto che sia così, è necessario.  Viviamo “tra esilio e regno”, diceva Camus, in questa scialba e avvilita terra di nessuno, e se non c’è più niente da dire, poco male. Restano un mucchio di cose da fare, sperimentare, qualche affilato pensiero, molta rabbia. Istinti, impulsi e doveri per cui vale ancora la pena di darsi da fare oggi; non domani.
Vittorio Giacopini