Archivio 2009 Aprile - N. 106 Storia e poesia dall’Etiopia
Storia e poesia dall’Etiopia
di Haile Gerima   
Incontri con Giancarlo Mancini e Mario Masini
con una nota di Dario Zonta
 
Era da tempo che un regista africano non saliva sulla scena della cinematografia internazionale. È accaduto con “Teza” del regista etiope Haile Gerima, presentato a Venezia e onorato con il Premio Speciale della Giuria (il primo di una lunga serie).
Haile Gerima è uno dei padri del cinema africano, sebbene la sua formazione e l’inizio della sua carriera siano avvenute negli Stati Uniti, dove era andato a rifugiarsi cercando una libertà espressiva altrimenti negata. Negli anni settanta Gerima ha partecipato alla scena americana del cinema nero indipendente realizzando una serie di film (da “Our Glass”, 1971, ad “Ashes and embers”, 1982) anche diseguali nel tentativo di far incontrare valori culturali dei neri con quelli del paese che li ospitava, ma sempre aperti alla sperimentazione e liberi di immaginazione. Insegnante nella università nera di Horward, Washington, il suo ultimo film (se si escludono i documentari, a cui ha dedicato e dedica molta attenzione) risale al 1993, quando gira “Adwa” (incentrato sulla colonizzazione italiana, terminata nel 1941 dopo cinque anni di occupazione) iniziando così un serio ragionamento sulle radici e la storia del proprio paese. “Teza” arriva dopo molti anni (a segnare le difficoltà produttive che si legano a questi progetti non facilmente accettati dal mercato), ma ha una egual tensione, forse anche aumentata e più significativa. “Teza” riprende idealmente il filo di quel discorso sulla Storia, sulla memoria, sulla coscienza politica, sul valore delle tradizioni, sull’arcano mistero che sostiene ogni gesto creduto rivoluzionario e scoperto reazionario e dittatoriale, sul valore della poesia e del racconto in un sistema di trasmissioni dei valori che ancora risiede nel gesto orale, nella storia orale (come avviene, per esempio, nei film di un altro maestro africano, il burkinabe Gaston Kaborè).
Dei film di Gerima “Teza” (Rugiada) sembra il più autobiografico, nel racconto della vicenda, trasfigurata, di Amberder, un giovane medico che va a formarsi in Germania – in pieno periodo movimentista – e che ritorna in patria sull’onda dell’entusiasmo seguita alla destituzione del Negus. Ma il nuovo Signore, Haile Mariam Menghistu, abbracciando il socialismo all’africana con l’aiuto dell’imperialismo sovietico, mantiene lo stesso morso da regime dittatoriale. E così, Anberber, tornato nel suo Paese per mettere a disposizione la sua formazione medica, non vi riesce perché perseguitato come intellettuale. Mutilato e precocemente invecchiato Anberber torna al suo villaggio natio, nella culla del ricordo, nell’abbraccio materno e lentamente riprende a intrecciare i fili del passato e del presente, della memoria e della storia, del desiderio e dell’azione in un percorso doloroso di rielaborazione del lutto in cui è caduto il suo popolo.
Il racconto si sviluppa su tre piani temporali: quello presente, quello passato e quello onirico. L’intreccio di libere associazioni visive e poetiche segue l’andamento apparentemente caotico di una narrazione orale, capace di emozionare e ragionare allo stesso tempo. Seguendo questo spettro Gerima scivola da una stratificazione all’altra, definendo gli elementi temporali attraverso una fotografia virtuosa e significativa. Il direttore della fotografia è l’italiano Mario Masini, operatore di tutti i film di Carmelo Bene. Da tempo Masini si è ritirato dalla scena cinematografica italiana, da quando alla fine degli anni settanta si è recato a Stoccarda per frequentare la scuola Waldorf e diventare maestro. E proprio la connection tedesca (“Teza” ha una coproduzione tedesca, e vede la partecipazione di Karl Baumgertner, importante produttore indipendente attivo negli anni settanta), lo mette in contatto con Gerima per realizzare, dal punto di vista fotografico, una vera impresa.
Masini è famoso perché riesce a sfruttare al massimo, fin quando è possibile, la luce naturale, prendendola da qualsiasi fonte e dando così allo spettro visivo una vivacità altrimenti persa nella piattezza degli spot artificiali. Lo sperimentalismo, d’altronde, è parte importante della formazione di Masini, avendo frequentato la scena della nostra stagione sperimentale. Amico di Paolo Brunatto, Romano Scavolini, Alfredo Leonardi e Alberto Grifi (con i primi collabora, contribuendo alla realizzazione di  “Un’ora prima di Amleto, più Pinocchio”, “A mosca cieca”, “Amore amore”), Masini gira negli anni sessanta tre cortometraggi (“Il sogno di Anita”, “Immagine del tempo” e “Insomma”) e un mediometraggio di grande fascino e originalità,  “X chiama Y”.
L’apporto dato da Masini a “Teza” è molto importante, e più volte riconosciuto dallo stesso regista. Qui di seguito pubblichiamo due interviste all’autore. La prima è a firma di Giancarlo Mancini, critico cinematografico, che ha contribuito a portare il film in Italia, grazie alla sua collaborazione  con la Ripley’s Film di Angelo Draicchio, distributore della pellicola. La seconda è una sorta di intervista-epistolare, fatta a distanza, tra Masini e Gerima per “Lo straniero”. (d.z.)

I.
Come è nata l’idea di un film così complesso strutturalmente e storicamente?
Più o meno mentre ero a Berlino a presentare “Sankofa”. Era il 1993, credo. Ho sentito il bisogno di fare il punto sulla mia esistenza e su quella del mio paese, l’Etiopia. I due piani, quello personale e quello generale, si intrecciavano naturalmente sin dall’inizio, senza dover fare alcuno sforzo di “fiction storiografica”. In quegli anni, sotto il regime di Menghistu, ho visto molti amici correre dietro alla speranza di un progresso a cui, la dominazione italiana prima e il ritorno del Negus poi, avevano opposto un soffocante tappo. Le cose non sono andate come molti di noi avevano sperato, a una casta di dominatori se ne è sostituita presto un’altra, sono ricominciati gli scontri tra etnie, fazioni, i rastrellamenti delle bande, le razzie, gli abusi sulle donne del villaggio rivale, una lunghissima situazione di caos dove regnava la violenza. Durante questo stato di cose ho perso mia sorella e un cugino. Provengo da una famiglia modesta, mio padre era un cantastorie, un “griot”, e mia madre una maestra. Per farmi studiare hanno dovuto compiere degli sforzi immensi e appena laureato ho cercato di ripagarli con l’impegno continuo in ogni cosa a cui mi sono dedicato. Quando decisi di tornare in Etiopia, volevo a tutti i costi ripagare le fatiche di una vita con la sicurezza economica che non avevano mai avuto. Ma loro non volevano i soldi, volevano che li guarissi dalle malattie e io questo ovviamente non potevo farlo, almeno non nelle modalità magico-sciamaniche prospettate. Ne è derivato un pervasivo e duraturo senso di frustrazione, di umiliazione, di inutilità. E in fondo, se il film ha una traccia principale, è proprio quella del ritorno a casa, delle difficoltà che ne sorgono, della loro insormontabilità.

Ci può raccontare l’arco storico di cui si è occupato?
Per me era importante trovare una modalità espressiva fluida, capace di restituire il caos a cui molte vite sono state consegnate nel mio paese, i rapimenti dei bambini soldato, le lotte intestine, le faide tra bande. Soltanto in questo modo la mia vicenda poteva armonizzarsi con il contesto storico e con la memoria collettiva della mia gente, attraverso una struttura libera, capace di tematizzare il disordine, di assumerlo come principio compositivo. Gli zingari etiopi vanno in giro a ricordare alle genti di non affogare nel materialismo, di non escludere l’imponderabile dalla sfera delle cose possibili, il loro servire un principio superiore, spirituale se si vuole.

Ci sono molti momenti emozionanti del film in cui ci vengono mostrati gli aspetti rituali della sua gente, legati a un mondo arcaico. Lei pensa che questo permanere così radicale di un certo tipo di tradizioni abbia rallentato l’evoluzione del suo paese, il suo progresso sociale e civile?
Appartengo a una generazione che ha avuto un rapporto conflittuale con le proprie tradizioni. Oltretutto, avendo studiato all’estero, ho per anni lottato per dimenticare quel retaggio. Ma, come accade al protagonista dopo l’incidente in Germania (in cui viene linciato da un gruppo di naziskin, ndr), quando questa volontà di essere diversi da ciò che naturalmente si è si allenta, si torna a vedere quelle cose in un’ottica diversa, accettandole tutto sommato come parte integrante del proprio bagaglio, continuando magari a non credere a certe pratiche ma convivendoci pacificamente. La tragedia dei popoli africani quando si sono liberati dalla schiavitù del colonialismo è stata anche, secondo me, quella di buttare tutte le tradizioni pensando di diventare adulti solo rifiutando il passato. Questo è per me il messaggio più importante che il film si incarica di dare alle generazioni più giovani, di non combattere contro il proprio popolo, sulla scorta di verità scientifiche importate da altre culture. Molti intellettuali africani, tra cui anche alcuni amici, sono annegati nell’alcolismo di fronte alla tragedia di non riuscire a comunicare efficacemente con la gente comune.

Lei sta dicendo che il razionalismo è stato la malattia della sua generazione?
Ho creduto molto nella funzione dell’intellettuale come educatore collettivo. E il marxismo è una dottrina che eleva il principio scientifico a suprema verità a disposizione dell’uomo. Questa saldatura tra razionalismo e politica divenne per noi una missione primaria. Importata però dall’Europa ha comportato un salto in avanti inaudito, gigantesco, forse inumano. Paradossalmente la assumevamo come una medicina salvifica di tutti i mali del nostro popolo. Il film è rivolto soprattutto alle generazioni nuove, cresciute nella violenza, senza speranza, abbandonate a se stesse. Occorre recuperare fiducia in se stessi, nelle proprie capacità, cercando di costruire un domani migliore, non cadendo nei nostri errori ma traendovi insegnamento.

Una delle scene iniziali rimanda direttamente, non solo per l’ambientazione, agli anni della dominazione italiana su cui lei sta preparando anche un documentario incentrato sulle testimonianze dei sopravvissuti. Ce ne vuole parlare?
Sono nato a Gondar, nel ’46, una delle città, a parte Addis Abeba, che porta i segni più evidenti della dominazione italiana. Nel film questo aspetto attraversa soprattutto l’infanzia, dove si prende coscienza del passato attraverso i ricordi, le testimonianze degli adulti. Il mio prossimo film riguarderà proprio questo argomento, sarà un documentario con molto materiale d’archivio e spero che anche voi italiani possiate darmi una mano per il reperimento dei filmati. Ho raccolto una considerevole mole di contributi di prima mano che integrerò con cinegiornali e filmati, facendo i conti anzitutto con le pagine più dolorose e umilianti.

II.
So che a Toronto il film è stato molto apprezzato. Quale sarà il prossimo festival?
Molti festival hanno chiesto il film ma sono piuttosto stanco di rispondere a tutte le richieste. Infatti si aspettavano che tu andassi in Grecia come miglior rappresentante del film oltre al tuo grande contributo al film stesso. Teza è presente nella selezione del Festival di Cartagine in Tunisia (la prima presentazione africana), in due festival in Francia, in Polonia e all’International Film Festival di Dubai. Stiamo organizzando una proiezione in Etiopia. Ti terrò aggiornato se dovrai partecipare alla presentazione.

Qual era la caverna nella quale abbiamo girato con le fiaccole? Il luogo segreto utilizzato per fuggire dai soldati italiani?
Era simile a molte altre insenature in quell’area dove c’erano i rifugi risalenti al tempo dell’invasione e dei tumulti. Infatti, come ho verificato nella mia ricerca, quando Gragne Mohammed ha invaso la parte cristiana dell’Etiopia questa era principalmente localizzata nell’area intorno al lago Tana, incluse le molte isole che storicamente sono servite come rifugio per le schiere di fedeli e il clero della chiesa ortodossa cristiana. In quel periodo, visto che Mohammed stava dando fuoco ai monasteri e alle chiese, i preti nascondevano i tabernacoli e centinaia di etiopi cristiani paranaphelia dentro queste grotte e proprio in una di quelle spararono a Teza. Durante la breve occupazione, i patrioti etiopi e la guerriglia si nascosero nelle caverne durante i bombardamenti dei fascisti italiani. Ancora, se ti ricordi, molti giovani etiopi le hanno usate durante la giunta militare dopo l’imperatore Hailé Selassié. Li abbiamo filmati, allora, nel modo in cui usavano nascondersi e ci hanno raccontato diverse e interessanti storie sui soldati che perlustravano l’area per stanarli.  

Quali erano i nomi incisi sui muri della grotta?
Beh, l’idea di scrivere sui muri viene da un’altra caverna. Se ti ricordi ti ho portato durante la pre-produzione in giro per alcuni siti e grotte dove poi non abbiamo girato. Sfortunatamente la caverna dove c’erano le scritture non era idonea per la fotografia. I nomi incisi erano quelli dei giovani morti nel combattere la giunta militare.

Da dove deriva il simbolo del drago che la tua gente associa alla libertà? È connesso con la vostra mitologia?
Sì, in Etiopia, prima che si diffondessero le diverse religioni, c’era una leggenda su un gruppo di etiopi che veniva dalle campagne: si diceva avessero origine appunto da un drago. Quando arrivò la cristianità, la versione ortodossa etiope emerse specificatamente da una piccola parte del sistema dominante. Ufficialmente censurarono tutta quella mitologia considerandola non conciliabile e in opposizione all’idea di creazione/origine da Adamo, Davide e la dinastia di Salomone. La ragione di questa censura, nel film, è solo una voce fuori campo, questo perché era del prete che aveva il dovere di proferire quelle parole di rifiuto dopo che aveva appreso che sarebbe stato espulso o censurato dal vescovo etiope. Mi ha detto che lui aveva studiato la mitologia in seminario, ma aveva fatto voto che non l’avrebbe mai più diffusa.

Quali impressioni e memorie sono rimaste nelle vecchie generazioni dal tempo della colonizzazione italiana? E quali dalla dittatura marxista di Menghistu?
Dei tempi dell’esperienza etiope-italiana ti ho parlato spesso altre volte, e io stesso sono l’immediato prodotto dell’occupazione italiana e del legame con essa attraverso mio padre, mia nonna e mia madre. Oggi sono ancora aperte tutte le questioni sociali e culturali che ci riportano alle atrocità commesse durante la breve occupazione. A proposito sto girando un documentario intitolato “I bambini di Adwa”: ho raccolto circa sessanta ore di interviste a uomini e donne che hanno combattuto gli italiani in quel periodo. Spero che il mio lavoro aiuti a smascherare le falsità che vengono sostenute da molti italiani. Quanto alla giunta militare (sotto il regime di Menghistu), che è un altro periodo drammatico, gli effetti delle sue conseguenze si riverberano ancora in molti aspetti del presente dell’Etiopia. Spero che “Teza” possa contribuire ulteriormente all’elaborazione del trauma del regime di Menghistu.
Haile Gerima 
incontri con Giancarlo Mancini e Mario Masini
con una nota di Dario Zonta