| Ma Baricco no! |
| di Rodolfo Sacchettini |
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“La situazione è tragica, ma non seria.” L’ultima idea di “la Repubblica” è stata quella di provocare un dibattito sui finanziamenti pubblici allo spettacolo: protagonista l’ex giovane Holden Alessandro Baricco. Già un’altra volta era andata male, il diritto di una stroncatura rivendicato da Baricco aveva provocato una serie di interventi – inutili, pretenziosi, fuori tempo massimo – sullo stato della critica letteraria. Questa volta per certi versi è pure peggio. Si parla senza avere un’idea di come stanno le cose, si interviene con sicumera da intellettuali navigati e per di più si presume di proporre una visione, un’idea, un progetto. E invece a guardar bene non c’è nulla. Anche a voler guardare con generosità a una mezza parola, un’opinione o un giudizio che in superficie potrebbero avere un barlume di senso tutto si svela subito per essere completamente sconnesso dalla realtà o composto da innumerevoli equivoci. Cultura, scuola, educazione, spettacolo, pubblico, privato, democrazia… Baricco punta in alto, parla di “riflessione”, di “rivoluzione mentale”, di “utopia”. Ma confonde tutto, imbroglia le carte in modo tragico perché parla di cultura pensando alla “comunicazione”, parla del pubblico e pensa a dei “consumatori di intrattenimento”, parla dell’arte e dell’educazione e pensa a “messaggi” da veicolare. Poi riflette sul “contesto” generale e semplifica ogni cosa dividendo “pubblico” e “privato” come fossero mondi separati, quando in Italia non esiste settore in cui i denari non si mescolino in continuazione senza limiti e senza regole chiare. Le parole paiono svuotate di senso, i ragionamenti a tratti imbarazzanti, la logica da compito in classe. Quello che sostiene è che la funzione della cultura come strumento di sopravvivenza per una moderna democrazia è fallita e questo potrebbe essere anche condivisibile, e comunque non è una novità. La “grandiosa diga culturale che avevamo immaginato di issare con i soldi dei contribuenti” ha ceduto al primo Grande Fratello. Il passo successivo è l’inutilità dunque di sperperare denaro, d’altronde i tempi sono cambiati ed è molto più utile puntare al “centro” e investire quei soldi sulla scuola e sulla televisione. Poi interviene di nuovo, cerca di spiegarsi meglio, dà più importanza ai percorsi meritevoli di sostegno e ribadisce l’importanza di aprire il mercato ai privati. Alla fine torna arrogante, i lettori sono tutti giocatori di play-station, disattenti e superficiali, non hanno capito, hanno strumentalizzato, difende il diritto della riflessione e attacca in quel modo adesso molto di moda in una certa sinistra che pensa alla “reazione” come unica possibile “rivoluzione”. Ritira fuori vecchie idee con una fiducia per l’esistente, per le dinamiche “naturali” del mercato che sembra di sentire il colmo dei colmi: “il mercato sarebbe oggi abbastanza maturo e dinamico da fare tranquillamente da solo”, “abituiamoci a dare i nostri soldi a qualcuno che li userà per produrre cultura e profitti”, “sono grandi ormai, chiudiamo questo asilo infantile. Sembra un problema tecnico ma è invece una rivoluzione mentale. I freni sono ideologici non pratici”. Inizia il valzer degli interventi, la girandola di pareri e opinioni, il polverone di favorevoli e contrari. E qui se ne vedono delle belle: chi ha rischiato l’indigestione a forza di sostegni pubblici sputa nel piatto e preferisce il taglio netto, l’arrivo dei privati, la televisione (Muti, Albertazzi). Molti contestano le parole di Baricco, ma a chi il teatro lo fa davvero viene dato poco spazio. Si vorrebbe mimare un dibattito culturale, come ai vecchi tempi, ma invece di Pasolini c’è Baricco (e il parallelismo suona impressionante rispetto a “mutazione”, “televisione”, “educazione”); invece di Sciascia e Calvino, ci sono Scalfari e compagnia bella. Più che un dibattito è come al solito la sua triste parodia, e “la Repubblica” alimenta a botta di paginoni culturali e rimandi in prima pagina un chiacchiericcio inquinante e dannoso. L’intervento di Scalfari è spudorato. Distilla in pochi punti la sua inquietante visione di cultura, tra “morte” e “denaro”: “Lo Stato non deve essere etico ma neppure privo di pensiero. Deve tutelare il patrimonio culturale della società che lo esprime. Quindi l’archeologia. La memoria collettiva. I reperti. I repertori. Deve renderli accessibili”. Come se la cultura non fosse già da tempo trasformata in monumento funebre, come se il passato non fosse già stato ridotto a un cimitero da visitare per qualche anniversario o celebrazione. Continua: “I privati debbono avere piena libertà di intraprendere facendo della cultura un mezzo per ottenere un lecito profitto. Siano liberi di farlo a proprio rischio così come si costruiscono automobili, reti televisive, telefoni satellitari e mille altre cose e servizi”. E il “lecito” profitto sarebbe quello delle aziende automobilistiche, di Mediaset e delle compagnie telefoniche? Il “capitale” (sempre e in ogni campo intrecciato tra soldi pubblici e privati, compreso i quotidiani) continua a trionfare e perfino il Ministro Bondi – che conta poco – corre ai ripari difendendo il controllo dello Stato sulla Cultura (quella comunque “servile” e piegata al Potere, non alla committenza): “Opera, musica e teatro sono inestimabili forme di mecenatismo ereditate dalla società di corte […] Baricco critica la cultura di sinistra. È paradossale che debba essere io a difendere lo stato culturale”. Ma la vera risposta istituzionale appare su “la Repubblica” ed è del ministro Brunetta: “I tagli hanno il pregio di colpire gli sprechi e le insensatezze, e sono dolorosi quando riguardano spese utili. Si può ben diffondere la cultura cercando, al tempo stesso, un lecito profitto. Lo ha ricordato ieri Eugenio Scalfari”. La situazione non è seria e in fin dei conti è impossibile essere con o contro Baricco perché il suo intervento – così come molti di quelli che sono seguiti – non dice nulla: è una poltiglia di parole e pensieri, di riflessioni sulla nascita della democrazia mescolata all’attuale (e fantomatica) “intelligenza di massa”, è una corsa alla semplificazione, un invito senza senso a schierarsi a favore o contro i soldi allo spettacolo. In modo molto demagogico si contrappone il teatro alla scuola e nel gioco della torre, quando la velocità lo impone, si tiene solo la scuola. L’educazione va rimessa al centro e perché sia “educazione per tutti” bisogna tornare a reinvestire i soldi – gli spiccioli dati allo spettacolo – nella scuola (come se fosse solo un problema di denaro) e nella televisione. Baricco evidentemente di scuola non sa nulla e si vede. Ne ha fondata una per aspiranti scrittori che è all’origine dell’attuale delirio dei laboratori di scrittura creativa. Parla di “scuola” in astratto e l’affianca alla televisione: un buon programma per milioni di persone per civilizzare milioni di spettatori, solo così si cambia la società. La strada da seguire, più o meno sottintesa, è quella tracciata da Roberto Benigni, ormai un “eroe” del nostro tempo, che legge la “Divina Commedia” in televisione e cita Oscar Wilde al Festival di Sanremo. Osannato da tutti Benigni non fa altro che la parafrasi, spiega, semplifica, spettacolarizza la poesia, rende medio l’altissimo, predica male e razzola bene (molto bene). Il caso Benigni – vero artista di Stato – sarebbe da approfondire così come i consensi che ottiene per ogni dove. Ma il riferimento più diretto è probabilmente a se stesso e ai suoi “Pickwick” e “Totem” andati in tv negli anni novanta con grande successo. Nessun tabù dunque a ipotizzare una televisione intelligente e divulgativa, basta volerla! L’idea di entrare nell’occhio del televisore è comunque del tutto assurda, si sottovaluta enormemente la potenza del mezzo, la capacità di spappolare anche le migliori intenzioni. E la necessità di essere più presenti, di uscire anche “fuori” e di non chiudersi nei circoli protetti viene qui completamente distorta da un’attrazione insana per la visibilità. Viene in mente Castoriadis quando parla di televisione: “si adatta come un guanto a questa società, e sarebbe assurdo illudersi di poter cambiare qualcosa cambiando il ‘contenuto’ dei programmi. La tecnica e la sua utilizzazione sono inseparabili da ciò che veicolano”. Comunque è inutile girarci intorno o arrampicarsi sugli specchi: il teatro, nella sua interezza, vive di “sprechi” ed è assurdo pensare che possa produrre denaro. Produce altri “beni”, altri “mondi”, nel migliore dei casi ha un valore “riproduttivo” di alterità e diversità, ma il denaro vero non sta qui. Togliere i soldi pubblici significa solo accelerare un processo, già in atto da anni, di deterioramento – in piccola parte economico in gran parte umano – che riguarda prima di tutto una questione “ambientale”. Quello che va a morire è, per dirla ancora con Castoriadis, “prima di tutto l’humus dei valori nel quale l’opera di cultura può germogliare e che essa in cambio può nutrire e fertilizzare. Le relazioni, qui, sono più che pluridimensionali: sono indescrivibili”. I tagli sono appena iniziati, le previsioni sono pessime per tutti. Non è solo il Fondo Unico per lo Spettacolo a essere decurtato, ma il taglio riguarda di conseguenza anche tutti i soldi provenienti da Comuni, Province e Regioni. Il problema è che il taglio non sarà solo a “pioggia”, ma verrà mirato – come accenna il ministro Brunetta – a quei soldi “mal spesi” che sovvenzionano “le camarille intellettualoidi, quindi sottratti alla diffusione della cultura”. Quello che si prospetta non è una crisi economica, ma una “guerra”, già in corso peraltro, a tutto ciò che ha una parvenza di pensiero e di senso. La situazione è tragica davvero e l’intervento di Baricco risulta alla fine “spensierato” e “incosciente” e forse anche un po’ “furbetto” nello sperare, chissà, di tornare in tv. In questa situazione politica quello che scrive non è un autogol. È come voler smettere di giocare, prendere la benzina e bruciare l’intero campo. Desertificare anche quel poco di verde che, malgrado le polverose e funeree operazioni “archeologiche”, malgrado il cemento del teatro “commerciale” più spinto che ha trasformato in molti casi la scena in televisione, rubandole i protagonisti, ancora resisteva soprattutto nell’area del “rigore”. Bruciare tutto, significa rendere deserto un ambiente, certo in via di estinzione, ma in fin dei conti ancora vivo. Il sistema dei finanziamenti pubblici allo spettacolo è una macchina che non funziona, composta da lobby e ingiustizie varie, potentati grandi e piccoli, commistioni enormi con la politica e sprechi ingiustificati. Che molto debba essere cambiato viene detto da decenni, anche se non c’è mai stata una forte presa di responsabilità, nemmeno dal mondo del teatro che ha preferito accontentarsi vilmente di uno status quo. In questi ultimi anni la proliferazione di festival e festivalini, di notti “rosa”, “bianche” e “azzurre” ha investito ogni provincia italiana (Veltroni docet). Il mondo dello spettacolo ha aderito in massa senza tanti sensi di colpi, ma la scelta è stata tutta della politica che ha cercato nell’intrattenimento consensi e plausi. Dopo tanta bonaccia inizia la tempesta. Ma è falso dire che tutto inizia adesso. Il male cova da anni e ora si manifesta con violenza. Quello che spaventa è il futuro-presente. Ogni giorno si supera un limite, in tutti i campi. La mancanza di soldi porterà un ridimensionamento dell’intero sistema, e questo non sarebbe in sé negativo, il fatto è che prevarranno i poteri forti, le protezioni politiche, la capacità di attirare un pubblico numeroso. Per gli altri l’obbligo di realizzare spettacoli facili e leggeri, pochissime spese e pochissimi attori. Chi azzarda qualcosa in più viene (e verrà sempre di più) messo ai margini del sistema. Inseguire cose di valore sarà sempre di più una caccia al tesoro in un panorama tendenzialmente fatto di punti. La legge del mercato (che comunque è sempre un mercato fittizio, complesso e drogato) impone alcune regole feroci, altro che meritocrazia!, andranno avanti i più forti e forse (forse!) pochi artisti eccellenti. Rodolfo Sacchettini
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