Archivio 2009 Maggio - N. 107 Le memorie del grande Ballard
Le memorie del grande Ballard
di Paolo Bertinetti   
Diceva Adorno che nell’età moderna non era più possibile raccontare. Raccontare significa avere da dire qualcosa di particolare e proprio questo non era più consentito in un mondo appiattito dalla standardizzazione e dal sempre eguale. La sola possibilità veniva dalla rinuncia al realismo; e in particolare da una scrittura, ad esempio quella di Beckett, caratterizzata dalla più totale negatività. Su Beckett e sulla rinuncia al realismo ottocentesco Adorno aveva ragione. Ma gli sfuggivano le altre possibilità del “raccontare”. Gli sfuggiva, ad esempio, la possibilità del grottesco, “Il tamburo di latta” di Günter Grass, tanto per restare in area tedesca; o la possibilità del ricorso a quel “real maravilloso” teorizzato e praticato da Alejo Carpentier, in cui poi si mosse larga parte della narrativa latinoamericana a partire dalla fine degli anni sessanta. In quanto alla fantascienza, il punto cruciale sarebbe stato se considerarla letteratura o no.
J. G. Ballard ha affidato la rappresentazione della realtà alla fantascienza, a una forma di narrazione in cui la realtà non è quello che c’è intorno a noi, ma quello che potrebbe  esserci – in un futuro magari prossimo, o in un futuro lontano. Il perché e il come di questa scelta lo spiega lui stesso nel suo libro di ricordi autobiografici, “I miracoli della vita” (Feltrinelli), che parte dalla sua nascita a Shanghai nel 1930 per concludersi nel settembre 2007 nella sua casa di Shepperton dopo una lunga cura contro il cancro che gli ha ridato la possibilità di vivere decentemente e di lavorare, senza “illudersi sull’inevitabile fine”.
Le pagine più belle sono quelle della prima parte, sulla sua infanzia e adolescenza a Shanghai, l’esperienza da cui è nato il libro che in molti riteniamo il suo capolavoro, “L’impero del sole”. Ma interessantissime, anche per il tono diretto, colloquiale, senza il seppur minimo fronzolo letterario, sono quelle che riguardano gli ultimi anni cinquanta e i primi anni sessanta, quando la fantascienza, paradossalmente dopo il lancio dello Sputnik, registrò un forte declino perché, dice Ballard, per far presa sui lettori avrebbe dovuto “essere messaggera del nuovo, non promemoria del vecchio” (dove il vecchio era la fantascienza che immaginava un futuro con le navicelle spaziali). Ma al tempo stesso Ballard aveva maturato la convinzione che “la fantascienza era molto più vicina alla realtà di quanto lo fosse il romanzo realista”. La cosa curiosa è che tale convinzione gli venne non dalla letteratura ma dalle arti figurative, dalla mostra “This is Tomorrow”, che fu probabilmente l’atto di nascita della pop art in Inghilterra.
Il primo romanzo di Ballard, “Il mondo sommerso”, è del 1963. Fu uno straordinario successo. L’idea che lo sorreggeva era che la fantascienza doveva tendere verso lo spazio psicologico, uno “spazio interno”, qualcosa di simile a quello che si ritrova nei migliori film noir e nei racconti di Kafka. Da quella postazione Ballard osservava la società dei consumi (da tempo non si dice più così; forse perché non si vuole neppure nominare la nostra condizione, così come non si nomina la parola cancro), osservava i mutamenti ancora sotterranei operati dai “persuasori occulti” del mercato che andavano modificando le abitudini, i comportamenti, i valori quotidiani del mondo occidentale.
La sua fantascienza non ha avuto bisogno di collocarsi in un futuro più o meno lontano, come avviene in due dei romanzi da lui ritenuti fondamentali, “1984” di Orwell e “Il mondo nuovo” di Huxley; ma ha saputo muoversi benissimo ai giorni nostri. Come in “Crash”, il suo romanzo di maggior successo internazionale, anche per merito del film di Cronenberg; o come in “Regno a venire”, esemplare distopia in cui il vero protagonista del romanzo è il gigantesco “shopping mall” di una cittadina non lontana da Londra. Questo tempio del consumo, in cui si professa la religione dell’acquisto coatto, diventa una specie di piccolo regno autonomo, intento a diventare quasi uno stato nello stato, che solo un banale imprevisto riesce a distruggere. “Regno a venire”, forse ancor più che gli altri romanzi recenti, è un atto di accusa lucido e violento contro la miseria dei valori dominanti. Paradossalmente lo si potrebbe definire un romanzo politico, anche se sarebbe illegittimo arruolare Ballard sotto una qualsivoglia bandiera.
Ballard non avanza proposte, né accenna a possibili vie d’uscita. In fondo è un autore che affida alla negatività (come sarebbe piaciuto ad Adorno) il sogno di un mondo in cui le cose stiano altrimenti. Ma in Ballard c’è poi una diffidenza prudente nei confronti del genere umano, che nella seconda guerra mondiale, come nelle più recenti guerre balcaniche, africane e asiatiche, si è esibito in massacri di massa di inaudita ferocia e che anche nella quotidianità privata continua a essere capace dei misfatti più orrendi. Sotto la fragile pellicola della civiltà si nasconde un potenziale di aggressività e violenza che ha solo bisogno delle circostanze adeguate per scatenarsi. È per questo, ha spiegato Ballard in un’intervista, che “nella noiosissima vita tipica del mondo consumistico” la violenza proposta nella finzione, soprattutto televisiva, può avere un così grande fascino. Ma il problema è che la contemplazione della violenza, invece di essere un sostitutivo dell’esercizio della violenza stessa, rischia di trasformarsi in un suggerimento a metterla in atto. Magari in una forma direttamente politica, “come già è stato con il nazismo”. E, soprattutto se guardiamo a casa nostra, come continua ad esserlo.
P.S. “I miracoli della vita” riserva una curiosa sorpresa. Gli anni sessanta (e i “sessantottini”) sono sistematicamente presentati, oggi, in Italia, come l’anticamera del terrorismo. Ma Ballard, che non legge i giornali italiani, può tranquillamente affermare che furono un periodo rivoluzionario, “un decennio eccitante” in cui si realizzò “una vera e propria rivoluzione sociale”, oltre che artistica e culturale. In Inghilterra.
Paolo Bertinetti