| Katyn, storia d’Europa |
| di Francesco Ciafaloni |
|
Il film di Andrzej Wajda, “Katyn”, racconta la storia di alcuni fra le migliaia di ufficiali polacchi che, sconfitti dal doppio attacco tedesco e russo, dopo il patto Ribbentrop-Molotov, finirono prigionieri dei russi e vennero sterminati e sepolti, dalla polizia segreta e dall’esercito russo, in fosse comuni, nel 1940, nella foresta di Katyn. La storia loro, delle loro famiglie, della difficile ricostruzione della loro sorte, della impossibilità, a lungo, anche di onorarne la memoria. Il film comincia con il doppio flusso di profughi, quelli che fuggono da est a ovest per scampare ai russi e quelli che fuggono da ovest a est per scampare ai tedeschi. Sono, come i profughi di allora, quasi tutti a piedi: carretti, biciclette, vecchi, madri, bambini. Molti poveri, molto ceto medio. Qualche rara automobile per l’alta borghesia. Da un’automobile che va verso ovest una altera signora di mezza età, moglie di un generale prigioniero, cerca di convincere una donna giovane, con bambina e bicicletta, che va verso est, che dall’altra parte c’è una casa accogliente, quella di suo suocero professore universitario, l’occupazione tedesca, certo, ma, forse, la sicurezza del rango e dell’Europa. Non a est, da dove lei sta fuggendo e dove stanno arrivando i russi. La donna con la bambina sa però che suo marito capitano, il figlio del professore e padre della bambina, è prigioniero dei russi, a est, ed è lì che andrà. All’inizio, come è successo dappertutto allora, tutto è vago e permeabile. Un prete informa sui prigionieri e tiene la bicicletta, gli ufficiali prigionieri sono facilmente raggiungibili e neppure veramente sorvegliati. Chi volesse fuggire potrebbe farlo, salvo la lealtà verso i compagni. Si trova ospitalità. Si viene censiti, sorvegliati e smistati tra est e ovest da una commissione mista delle due potenze occupanti, con una parvenza di legalità. Poi il cerchio comincia a stringersi e il tritacarne a funzionare. Le mogli e i figli degli ufficiali prigionieri vengono prelevati di notte da macchine nere e spariscono nel nulla. I tedeschi, l’Europa, stritolano l’università, imprigionano e un po’ alla volta uccidono i docenti, incluso il padre del colonnello. La madre e la bambina dell’inizio, moglie e figlia del capitano il cui taccuino ritrovato tra i morti – una volta aperte le fosse – fa da guida alla narrazione, sfuggono alla cattura e alla soppressione perché un ufficiale russo loro vicino, l’unico degli occupanti con un volto, le nasconde usando la sua autorità, prima di partire per la Finlandia, dove sa di morire. Per gli ufficiali prigionieri è uno stillicidio di scomparse. Non ci sarà salvezza. La narrazione segue i familiari e gli ufficiali fino a che di essi arrivano notizie. Poi, negli anni della guerra, solo la difficile sopravvivenza e la disperata richiesta di notizie dei familiari. Alla fine, quando le fosse vengono aperte e i corpi identificati, quando un sopravvissuto ritorna e i rari documenti consentono una ricostruzione, si torna all’ultimo viaggio degli ufficiali. Il trasporto in giganteschi, minacciosi, scuri cellulari, quasi senza vetri, fino alla foresta, dove gli ufficiali di grado più basso vengono falciati dalle mitragliatrici direttamente nelle fosse e i generali ammazzati uno per uno in uno scantinato, con un colpo alla nuca. “Alzata di spalle dell’eternità”, commentava Koestler in “Buio a mezzogiorno”. Ognuno, arrivato sulla soglia dell’antro dove verrà ucciso, cerca vanamente di resistere e viene trascinato davanti al boia, che periodicamente cambia il caricatore della pistola. I cadaveri cadono su un nastro trasportatore che li riporta in superficie per essere gettati nelle fosse. Ai familiari, alla moglie del generale, alla madre e alla moglie del capitano autore del diario, arrivano notizie contraddittorie. Poi la certezza. Ognuno elaborerà il lutto alla sua maniera, in un paese di fatto sotto occupazione russa, fino a Solidarnosc, come sappiamo. La moglie del generale rovescia tutto il suo disprezzo sull’ufficiale ritornato, sopravvissuto a patto di mentire sulla data del massacro, che si suiciderà. Il nipote del capitano rifiuta di essere diplomatico, di prendere precauzioni e si fa ammazzare. La sorella di un altro tenente, che avrebbe una carriera di attrice, decide che lei è Antigone. Vende i capelli per pagare una lapide con la data giusta, 1940, anche se sa benissimo che per averlo fatto lei verrà arrestata e la lapide distrutta. Lo schematico sunto serve a rendere comprensibile qualche commento altrettanto schematico sui fatti e sul film. In genere non si mette nei commenti ai film e ai racconti come va a finire. In questo caso è impossibile non metterlo. Gli ufficiali e i loro familiari non hanno scelta. Qualunque cosa facciano sono morti. La inevitabilità della loro morte è il film. Qualcuno sopravvive per caso. Anche se non possono cambiare la loro sorte finale, tutti però, come i prigionieri di Uomini ad Auschwitz di Langbein, la loro scelta è morale: non li sottrae alla morte, salvo circostanze assolutamente casuali, ma consente loro di conservarsi esseri umani. Il capitano potrebbe fuggire, ma sceglie di non lasciare i suoi ufficiali. Suo nipote potrebbe inchinarsi, essere prudente, ma sceglie di vivere liberamente. La sorella del tenente potrebbe fingere di credere alla propaganda, ma sceglie di rendere testimonianza e di farsi arrestare. Non sono scelte necessarie, non farle non sarebbe vergognoso. Ma le fanno. Un po’ di contesto. Durante la guerra fu ucciso un polacco su quattro – il 23%. Tra gli istruiti la mortalità fu però doppia: morì il 50% dei laureati. Furono uccisi tutti i quadri del partito comunista con carica superiore a quella di segretario di sezione – lo racconta Karol in La Polonia da Pilsudskij a Gomulka: Stalin pensava che non avrebbero accettato l’accordo con i tedeschi per la spartizione del paese e perciò li convocò a Mosca per discuterne e li fece ammazzare. Altri furono ammazzati dai tedeschi, anche su indicazione dei russi. Il patto Ribbentrop-Molotov, che per Hitler serviva a guadagnare tempo, a vincere la guerra a occidente prima di attaccare a oriente, per Stalin era una scelta strategica fondamentale. Quando i tedeschi attaccarono, all’alba del 22 di giugno del 1941, Stalin impiegò vari giorni a riprendersi, a elaborare una strategia, ad andare alla radio a fare il discorso dell’unità nazionale, che cominciava “Compagni, cittadini, fratelli miei…” Questo era perfettamente chiaro allora. Era chiaro a Koestler (“Schiuma della terra”), a Valiani, che uscirono dai partiti comunisti, a Silone, che era già uscito, a quelli che, non essendo stati convocati a Mosca, poterono scegliere. Poi la grande guerra patriottica ha declassato il patto a un intermezzo. Le classi dirigenti polacche dovevano morire o sottomettersi totalmente, sia nell’ottica dei tedeschi, che era la conquista totale, sia nell’ottica dei russi, che era l’annessione della metà orientale. Basil Davidson diceva che la seconda guerra mondiale è stata combattuta per ammazzare gli ebrei e ridurre gli slavi in schiavitù – slavo viene da “sclavus”, commentava. L’Europa occidentale ha importato schiavi da quella orientale fino alla Rivoluzione francese, scrive Marc Bloch in “La servitù nella società medioevale”. Ma gli ufficiali e i professori universitari sono schiavi indocili, salvo quelli che si vendono totalmente e fanno da kapò dei loro inferiori, e perciò vanno ammazzati. Per contestualizzare anche questi fatti, bisogna ricordare che nella guerra morì anche il 15% dei russi e il 10% degli jugoslavi, e che il 90% dei morti furono civili. In Italia, tra guerra e guerra civile, morì invece lo 0,89% dei residenti, meno che in Inghilterra, che pure la guerra la vinse, e dove i morti furono un po’ più dello 0,9%. Alla frontiera tra oriente e occidente tutti ammazzarono tutti. Villaggi furono interamente sterminati, fosse comuni furono riempite, città furono bruciate. Gli ebrei furono colpiti percentualmente più di tutti gli altri, ma i sei milioni di morti della shoah sono solo il 10% dei 60 milioni di morti totali. Questo macello, un episodio del macello, può essere raccontato in tanti modi. È possibile che la ricerca delle tracce, come in “Ogni cosa è illuminata” di Jonathan Safran Foer o i lampi della memoria, le ombre del non detto, funzionino meglio della narrazione diretta, come una docufiction, di “Katyn”. La narrazione diretta è, per forza, sempre lacunosa, proprio perché dovrebbe raccontare tutto. Malgrado le pozze di sangue e le secchiate d’acqua per lavarlo, “Katyn” sembra idilliaco rispetto a quello che raccontano le storie militari (come “Stalingrad to Berlin” di Earl Ziemke), o le memorie (come il racconto, anche autobiografico, di ignota autrice, dello stupro di massa delle donne tedesche durante la riconquista). Le città polacche erano come la Berlino di “Germania anno zero”. Forse anche peggio. Il rinek di Varsavia che si vede ora è stato rifatto interamente, e filologicamente. Come per il ghetto, i tedeschi avevano fatto saltare anche le rovine perché non restasse pietra su pietra. Forse ci avevano sparso anche il sale. Ma anche “Katyn” è duro abbastanza. Senza strafare, racconta bene il chiudersi dei destini, il verde che sparisce e il bruno che avanza, la scomparsa della fiducia e del futuro, la disperazione degli affetti. I morti e i carcerati per una data, 1940, che non bisogna dire, perché i tedeschi attaccarono nel ’41 e nel 1940 a Katyn i padroni erano i russi. Gli assassini, al di là delle menzogne degli altoparlanti, non potevano essere che loro. Francesco Ciafaloni |
