Archivio 2009 Giugno - N. 108 La costruzione sociale del terremoto
La costruzione sociale del terremoto
di Carlo Donolo   
1. Il rischio viene calcolato con questa formula: {P probabilità o frequenza dell’evento dannoso x M magnitudo dei possibili effetti}. Nel caso del terremoto abbiamo come variabili naturali: il tempo, il luogo, la durata, l’intensità. Come variabili sociali: la natura dell’insediamento umano, la tipologia del costruito, la sua “salute” intesa come capacità di reggere eventi stressanti. Naturalmente abbiamo anche variabili più istituzionali: la prevenzione, l’organizzazione dei soccorsi, il capitale sociale e umano mobilitato dall’evento dannoso. In sintesi: un evento con certi parametri qualiquantitativi e dotato di una probabilità o frequenza nota produce danni significativi solo in quanto sia moltiplicato per tutta la serie dei fattori sociali e istituzionali rilevanti.

2. Se in una data regione c’è un rischio sismico certo, e probabile solo con riguardo al tempo al luogo e alla sua intensità, abbiamo le spalle coperte per quanto riguarda le variabili naturali: sappiamo e dobbiamo trarre conseguenze. L’attenzione allora deve andare tutta alle variabili riassunte nella formula “magnitudo dei possibili effetti”, in quanto questi sono socialmente determinati. Supponendo che si sia fatto tutto il possibile per conoscere il valore P, la riflessione verte su cosa si nasconde dietro M, ovvero sull’investimento sociale per la riduzione massima possibile degli effetti dannosi, per la parte che sta sotto il controllo umano e sociale.

3. La magnitudo dipende – più da vicino – nel caso del terremoto, dal modo in cui sono stati disegnati, in un lungo processo storico inconscio o invece con una progettazione deliberata, per la componente più recente, gli insediamenti. Densità, vetustà, qualità della costruzione, inserimento di dispositivi preventivi e riduttivi del danno possibile, dimensione e funzione sono alcuni degli aspetti rilevanti. Ciascuno di essi può essere facilmente disaggregato in sottovariabili significative. Per esempio la qualità del costruito dipende da e comprende: qualità della progettazione, anche rispetto ai caratteri del suolo, adozione di misure tecniche pertinenti al rischio, manutenzione ordinaria e straordinaria, e così via. E sotto il profilo sociale: attività di informazione e prevenzione, esercitazioni per il caso critico, predisposizione di risorse per l’emergenza, logistica della catastrofe, predisposizione di presidi “sicuri” e così via.

4. Proprio la numerosità delle variabili intervenenti a cascata nel processo che produce il rischio “rischia” di far dimenticare il minimo comun denominatore di tutte le variabili socioistituzionali pertinenti: il fatto se e in che misura, si siano seguite regole: prudenziali di buon senso, tecniche, fissate per legge e non, compresi i relativi controlli, correzioni, sanzioni, e divieti. La variabile più comprensiva di tutto M sta nella cultura delle regole. Le regole possono essere adeguate o non, tempestive o non, seguite o non (o solo in certa misura), sanzionate e non, parte di una cultura o a essa essenzialmente estranea. Di quale cultura parliamo?  Quella di tutti gli attori che intervengono nella produzione del costruito che poi è il protagonista fisico del rischio. Quindi: imprese, amministrazioni centrali e locali, agenzie tecniche, professioni e loro ordini, media specie locali, istituzioni pubbliche di vario ordine e grado, anche le università e i centri del sapere, gli esperti e i laici. Anche la popolazione direttamente coinvolta, in quanto sia più o meno capace di articolare una domanda di rispetto delle regole o sia connivente con la loro diffusa violazione.

5. La filiera del rischio è lunga, e per essere onesti non esclude nessuno. Tutti gli attori hanno, infatti, una cosa in comune: condividono una cultura delle regole blanda, opportunista, occasionalista, sussultoria e tendenzialmente deregolatoria. Naturalmente il fatto che tanti attori siano coinvolti non dice ancora nulla sulla natura della responsabilità. Vengono prima le responsabilità istituzionali, politiche e tecniche. Vengono poi quelle più diffuse, connesse alla sfera pubblica e alla società civile. Ma in democrazia i “politici” tanto messi sotto torchio, e giustamente, sono eletti dai cittadini.  Fino a un certo punto lo so, eppure è difficile negare che sia cittadini che governanti siano partecipi di una stessa debole e incoerente cultura delle regole. Supponendo che l’abusivismo sia facilitato dal fatto che gli amministratori chiudono un occhio e intascano tangenti o altro, come dimenticare però che ciò corrisponde a una precisa mentalità condivisa. Senza questa comunanza non ci potrebbe essere così tanta domanda e offerta di abusivismo. Ma l’abusivismo, come l’evasione, è solo l’epitome di una sindrome più generale: il bricolage delle regole tra violazioni, omissioni, rinvii, adempimenti parziali, strumentalizzazione. Se un edificio crolla, quando potrebbe non crollare se fosse costruito come si deve e si può, ciò dipende dalle azioni e omissioni di tanti, cointeressati o anche solo negligenti: l’impresa, il direttore dei lavori, il progettista, l’architetto, il collaudatore, l’autorità locale, gli uffici territoriali del governo centrale, la stampa che parla o tace o distorce, l’assessore, l’ordine professionale e così via. Diciamo questo non per diluire le responsabilità. Ma questo discorso non è un processo penale, dove importa la responsabilità individuale. Qui vogliamo solo capire come e perché M assume una dimensione mostruosa e sproporzionata.

6. Si deve capire bene questo punto: una cultura delle regole debole e opportunista rinvia al fatto che le regole non vengono credute, prima ancora spesso non sono conosciute (non c’è una cultura del rischio), e comunque sono ritenute un onere e un vincolo. Ma supponendo una popolazione qualunque che si abitui a pensare alle regole in questi termini, si arriva facilmente a una situazione nella quale le regole non vengono seguite anche perché non si è più capaci di seguirle. Specie, come è successo negli ultimi decenni, quando esse sono diventate nell’insieme più tecniche, più complicate, più esigenti e più sistematiche. In concreto, a partire da imprese e istituzioni, che qui sono gli attori primari, lo sforzo di apprendere come si seguono le regole e perché non viene fatto (non nella misura necessaria per ridurre M a una grandezza accettabile). La storia del casco o delle cinture di sicurezza raccontano già tutta questa storia, di cui è parte integrante la tendenza alla dilazione, al rinvio dell’implementazione, mentre intanto si consolidano pratiche sociali devianti, che poi possono vantare una loro paradossale legittimità nei confronti delle regole stesse delegittimate nel senso comune.
7. Va inserita qui la variabile tempo, che è molto rilevante trattandosi di beni stratificati in un lungo processo. Si pagano errori e omissioni – nei confronti delle regole – del passato. Solo che spesso è un passato molto recente. Si può ragionare così: si comprende che nella fase della ricostruzione e poi anche fino agli anni settanta si procedesse “alla buona”, con tecniche tradizionali oppure con tecniche nuove, ma non ben controllate. Il risparmio nei costi e l’economicità in generale era un valore premiante anche rispetto alla sicurezza. Più tardi questi alibi vengono meno sia per accumulo di esperienze di disastri, sia per la formulazione di regole più rigorose. Ma il pressappochismo regna sovrano, prima e dopo. Non solo nell’edilizia privata, ma ancor più in quella pubblica se consideriamo lo stato dell’edilizia scolastica o ospedaliera. Si danno di questo stato di cose negativo spiegazioni politiche ed economiche: l’incontro tra gli interessi dei costruttori e quello dei politici. Un punto assolutamente decisivo. Ma non risolutivo, perché andrebbe ancora capito perché gli imprenditori possano così facilmente sottrarsi alle regole, e perché i politici diano così facilmente una mano. Tutto ciò non è possibile senza istituzioni cieche, sorde, omissive, in ritardo, in affanno, incapaci, deviate, quando non corrotte. Sullo sfondo condiviso di pratiche ostili alle regole.

8. Infatti, per controprova, là dove le istituzioni funzionano un po’ meglio, anche M diventa una grandezza più accettabile e governabile. Invece, l’Irpinia è il baricentro di un iperbolico PxM, dove non solo retoricamente si è detto che la ricostruzione ha fatto più danni del terremoto. Ma senza una cultura delle regole condivisa le istituzioni non possono fornire la loro prestazione di canalizzazione razionale delle pratiche sociali, per evitare il peggio e qualche volta per realizzare il meglio.

9. L’offerta politica di regole è carente, e sempre in ritardo, quelle che abbiamo finalizzate a ridurre M sono in gran parte di origine comunitaria. La domanda di regole è scarsa, salvo che si tratti di regole finalizzate a una protezione corporativa. Nei dibattiti televisivi imprese, dirigenti pubblici ed esperti hanno difficoltà a spiegare il punto cruciale: da dove vengono le omissioni e le reticenze in materia regolativa. Chi rinvia le norme attuative, chi preme per il lassismo edilizio, chi non vuole spaventare, chi sa e non dice, chi semplicemente non sa fare (come l’edilizia banale e casareccia che costella le periferie italiane, pilastri di cattivo cemento e foratini, magari con un arzigogolo postmoderno appiccicato). Si capisce anche che l’attuazione delle regole produce martiri, i pochi che ci credono e si impegnano e vengono derisi, destituiti, emarginati o denigrati. Ma essi sono come il pedone sulle strisce: sa che la sua vita è appesa al filo non del rispetto delle regole, ma di un attimo di debolezza cristiana dell’automobilista.

10. Come abbiamo trattato i  territori, così ci tratteranno, questa antica saggezza che ha disegnato i nostri paesaggi, è stata da tempo dimenticata. è imbarazzante che vittime e carnefici siano confusi, coabitanti, conniventi. Nella tragedia la presa di parola è per il dolore, per la desolazione, anche per l’accusa di veri o presunti responsabili. Ma il fatto è che il nuovo è costruito male e contra legem, e il vecchio non è mai stato messo in sicurezza. Siamo collettivamente responsabili, anche se ora nel dolore è giusto esonerare le vittime. Lo siamo perché le istituzioni, la politica, anche la cultura d’impresa, le abbiamo costruite con le nostre preferenze storicamente stratificate; ancora ieri chi non festeggiava il piano casa con le sue sopraelevazioni insostenibili? Facevano comodo a tutti e non facevano paura a nessuno. Nessuno pensava ai rischi, tanto meno il legislatore. Il terremoto ci rende più saggi? C’è da non crederlo, considerando la storia postbellica delle nostre catastrofi “naturali”.

11. Da noi la sindrome sregolativa e deregolativa sembra spiegare molto, e fornire anche qualche luce sulle possibili prospettive non immediate. Si noti che l’attuale cultura politica della “sinistra” ha ben pochi anticorpi rispetto a tale sindrome e anche poche idee su come uscirne. Anche altrove le omissioni e gli errori (talora deliberati) producono catastrofi (si veda Katrina e in generale…), in questo certo non siamo soli, ma forse tra i primi. Le regole richiedono cultura civica, capitale umano e sociale; conoscenza e rispetto dei beni comuni; una prospettiva non schiacciata sull’immediato. Siamo capaci solo nella solidarietà della tragedia? E poi?
Carlo Donolo