Archivio 2009 Giugno - N. 108 Da Del Giudice a Simona Vinci: il bianco e il bianco
Da Del Giudice a Simona Vinci: il bianco e il bianco
di Marcello Benfante   
È un libro molto costruito “Orizzonte mobile” (Einaudi) di Daniele Del Giudice, viaggio a testa in giù verso la “terra incognita” antartica. Il che non è necessariamente un difetto, nell’era postmoderna, ma legittima qualche perplessità, soprattutto alla luce delle stucchevoli polemiche sul premio Strega. E non manca nemmeno di belle pagine, anche se poi l’insieme risulta slegato e altalenante. L’inizio, per esempio, con quei pinguini carrolliani dall’aria stupita e preoccupata che sembrano dire “I’m late, I’m late, for a very important date”, poteva suggerire un’interessante chiave grottesco-fantastica con cui stravolgere la rappresentazione della realtà.
Del Giudice abbozza qualcosa del genere: “È stato opportuno da parte del buon Dio sistemarli quaggiù in Antartide, poiché alle nostre latitudini avrebbero già preso il potere in nome delle forze del Bene e dell’Ilarità, o sarebbero stati sterminati”. Ma purtroppo i suoi pinguini antropormofizzati non vanno oltre un umorismo disneyano e un ecologismo politicamente corretto, cioè al di là di una gradevolezza e di una condivisibilità ampiamente collaudate, mentre avrebbero potuto offrire una più angosciosa dimensione esistenziale.  
E così è pure tutto l’Antartide di Del Giudice: un continente letterario e turistico, qualcosa di vagamente posticcio, come un set allestito in studio con accurata verosimiglianza. Fosse stato almeno un fondale di palcoscenico, l’effetto straniante avrebbe avuto più fascino. Così come se l’impacciata grazia e la malinconica autoironia dei pinguini avesse almeno seguito le orme inquietanti di “Batman – Il ritorno”, con il ghigno dark di Danny DeVito, il bozzettismo sarebbe stato meno scontato. Il viaggio di Del Giudice è invece un rassicurante percorso all’interno di una guida ad usum delphini. Depotenziate, certe intuizioni pregnanti si disperdono nella bonaccia di un testo troppo controllato. È il caso dei paradossi, tra Verne e Einstein,  determinati dalla variabilità del “date lane”, cioè alla variazione del fuso orario dovuta al restringimento polare dei meridiani: “Un pilota di linea per mestiere di queste cancellazioni di tempo deve subirne tante, ma anche tante aggiunte, quando vola verso est, aggiunte di tempo che non ha mai vissuto: alla fine sarà più vecchio? sarà più giovane?”.
Del Giudice invero accoglie questa prospettiva ucronica narrando a intermittenza di quattro viaggi: due suoi, di cui uno reale e l’altro immaginario, e due storici, ovvero la spedizione di Giacomo Bove nel 1882 e quella del belga Adrien de Gerlache nel 1897. Ma la scansione ben ordinata delle cronache non scardina l’asse temporale e si colloca pacificamente all’interno delle consuetudini antologiche. Tuttavia la ricostruzione delle avventurose peripezie degli esploratori del passato garantisce senz’altro una lettura piacevole, a tratti conradiana o salgariana, che è uno degli aspetti più attraenti del libro. Ma l’espediente metaletterario, il palinsesto dell’intrecciata “iperspedizione”, non riesce a scardinare le nostre coordinate culturali, a mettere davvero in crisi una prospettiva diacronica. E anche quando Del Giudice si chiede “in che modo Dante avesse capito che il Purgatorio era quaggiù, dove lo collocò, esattamente sotto il cielo australe”, la nota pare proprio quella di un professore e non si avverte nessuna intenzione di oltrepassare un enigmatico al di là.
Se i territori inesplorati apparvero agli occhi dei pionieri come luoghi stupefacenti come quelli immaginati da Herbert George Wells in altri universi, Del Giudice non sembra tentato dall’ipotesi distopica, nemmeno in forma di blanda allegoria, e resta sul piano di un asettico documentarismo intessuto di reminiscenze letterarie.
Tra il didascalismo e il consumismo vacanziero, Del Giudice riesce però a collocare alcuni brani intensi e alcune notevoli suggestioni. Sono efficaci le descrizioni di Ushuaia, “la città più meridionale del mondo”, in realtà un piccolo borgo provvisto di un carcere militare e di una pletora di funzionari esiliati, che vive di burocrazia e dei pochi legumi coltivabili in un “clima così rude”. L’emblema congelato di ogni Sud.
Ed è pure di grande interesse l’analisi etno-antropologica degli Yagan, “il popolo più meridionale del mondo”, che già Darwin credette erroneamente dei cannibali, una serie di clan usi a lotte fratricide e devoti a “una fantasmologia, una metafisica delle presenze”. Il tono un po’ enciclopedico è qui stemperato da una vera simpatia umana, fatta più di ammirazione che di pietà. Un accoramento più partecipe si avverte invece nella narrazione dello sterminio degli indios e delle efferate persecuzioni del regime di Pinochet, che di quelle coloniali furono la logica prosecuzione, così come si apparentano pure al brutale eccidio degli animali.
Se l’Antartide è il grande laboratorio del pianeta, la “cartina di tornasole delle immondizie messe in circolo dal globo”, l’America Latina è il gabinetto degli orrori politici in cui ogni viaggio è sempre una discesa in un cuore di tenebra. L’orizzonte mobile di Del Giudice è in realtà una serie di fotografie fuori dal tempo, una galleria di paesaggi cristallizzati e personaggi ibernati. E una silloge araldica di eroi, della realtà e della finzione, che appartengono eternamente a “una singolare commedia geografica delle maschere”.
Come ogni album, anche quello di Del Giudice deve essere completato. Vi si accenna a Poe, ma non c’è la folle desolazione del “Gordon Pym”. Al Verne di “La Sfinge dei ghiacci”, ma senza claustrofobia. Né si scorge traccia del parossismo fobico del finale del “Frankestein” di Mary Shelley. Il sacro orrore per il deserto glaciale è del tutto assente dallo sguardo pacificato e televisivo di Del Giudice. La sua mitografia, che spazia dalle saghe scandinave ai record dell’era tecnologica, manca di un centro, di un cuore narrativo. La scrittura è talora esangue, come afflitta da “anemia polare”, e talora invece si ravviva nei brani apocrifi.
Se è fin troppo ovvio “che questo paesaggio non sa che farsene dei deliqui di un osservatore”, è presumibile che al testo avrebbero giovato i sogni e i deliri di un approccio più visionario. Invece Del Giudice rimane sempre un po’ troppo sorvegliato e cartesiano. Il dichiarato interesse per il “rapporto tra la natura e le storie” è in buona sostanza disatteso. La natura antartica se ne sta in disparte, indifferente ai travagli umani, raccolta nel suo candido letargo. Il compito della scrittura doveva essere quello di colmare questo iato. Del Giudice invece resta intrappolato in una “storia di paesaggio” che non riesce a comunicare, a convertire in racconto. “Ogni ghiaccio, ogni pietra, ogni nebbia ha per me lo stupore di una scoperta e il senso di una violazione”: sennonché questo senso sacrilego del meraviglioso resta tutto suo e non passa al lettore. Perché l’equivoco sta proprio qui: il paesaggio racconta a chi lo vede, ma lo scrittore deve farlo vedere attraverso il racconto. La semplice evocazione di una sensazione non ce la fa rivivere se non diventa una storia.
Su questo piano “Orizzonte mobile” è un ipertesto di pregevole fattura ma parzialmente inadeguato, che funziona meglio nelle sue imposture, piuttosto che nelle sue pretese di “wanderung” psico-geografica.
Simona Vinci, col suo diario di viaggio “Nel bianco” (Rizzoli), muove invece da altre problematiche. Perché si parte, verso dove e da cosa? In che consistono l’inizio e l’arrivo? Sono diversi, opposti, coincidenti? Forse è vero quel che diceva il diplomatico francese Paul Morand, per il quale “viaggiare è fuggire il proprio demone familiare, distanziare la propria ombra, seminare il proprio doppio”. Ovvero, una fuga impossibile, inane.
Per la Vinci viaggiare significa essere disponibili ad accettare l’imprevisto e il cambiamento, la possibilità di diventare altri da sé. Al contrario di Morand, la scrittrice padana insegue nel viaggio il suo doppio, ma nella consapevolezza che esso è il vero detentore della sua anima. Proprio come l’Odissea, l’archetipo dell’erranza, ogni viaggio è “nostos”, ritorno, riscoperta dell’io e della strada di casa, come una sorta di capriola che ci riporta al nostro assetto naturale. Per dirla con Bill Holm, “gli umani viaggiano per vedere più chiaramente il posto da cui provengono”. Ecco perché la Vinci, più che la sorpresa, cerca nella meta l’assuefazione, la stanca delusione del sempre uguale: “A me interessa soprattutto l’abitudine: riuscire a restare in un posto abbastanza a lungo da annoiarmici, perché sono convinta che è solo nella noia che di colpo le cose si svelano nella loro luce più vera”. Capire l’altrove, dunque, equivale a stufarsene, a vederlo come una sostanziale replica del nostro luogo di partenza. Oppure a riconsiderare le nostre scaturigini con un occhio diverso che le rinnova e trasforma. L’atto del partire è allora un movimento ambiguo che cambia l’approdo e invera il punto da cui si è salpati, invertendo le parti e i ruoli.
La Vinci è mossa da un’oscura paura, una morbosa, interiore paura di tutto che per anni l’ha costretta all’immobilità. Un capodanno, con un rito apotropaico, si scrolla questa fobia paralizzante e decide di tornare a viaggiare. Dapprima con la testa. Poi raggiunge l’Africa. Infine decide di affrontare l’esperienza iniziatica del viaggio solitario.
A spingerla verso mete lontanissime è pure il disgusto per il “tutto pieno” italiano, le coste devastate dal cemento, le strade intasate, la brulicante densità di un territorio congestionato. Nella scelta della meta opera la suggestione dei passaggi innevati dei romanzi di Jack London. D’altronde, i grandi esploratori italiani (in gran parte romagnoli, chissà perché) avevano costruito il proprio desiderio di avventura sulle pagine di Salgari e di Verne. Anche la Vinci che parte senza programmi né tabelle di marcia per l’Islanda pare mossa fondamentalmente dal desiderio di vedere il vulcano Snaefelness da cui il professor Lindenbrock e la sua spedizione iniziano il loro “Viaggio al centro della terra”. Ma Reikjavik le appare subito “oscena” con i suoi onnipresenti cantieri e i call center che simulano una socialità svuotata di senso. In Islanda i poeti sono santi protettori, ma la marcia delle betoniere procede anche qui trionfalmente, accorciando le distanze con la natura antropizzata dell’occidente cementizio. Sarà per questo che Simona Vinci è più attratta dai segreti che si celano dietro le finestre orizzontali delle case islandesi che non dal paesaggio, verso cui tutti i turisti rivolgono i loro avidi sguardi fotografici.
Il senso del viaggiare è per lei l’incontro con l’altro (cioè con il medesimo). “Senza uomini, non c’è racconto”. Il sublime della maestosità naturale può essere ridotto a mero souvenir filmico o incorniciato in una diapositiva da ammannire ad annoiati ospiti o imprigionato in un album di piccole prede. Ciò che più conta invece è chi si cela oltre i vetri di un’abitazione così diversa dalle nostre, eppure così simile nella sua funzione ancestrale di riscaldare e proteggere. “Il mondo non è un panorama”, diceva Schopenhauer. È vita. Ma frotte di turisti superattrezzati si recano “in Groenlandia per fare una vacanza sportiva dimenticandosi che qui loro, gli inuit, ci vivono”. Non se ne scorda la Vinci, che vi giunge da sola, in lotta con il proprio “demone della paura”, come in un rito di passaggio, in una traumatica e insieme liberatoria “personale esplorazione dell’ignoto”. Alla scrittrice interessano soprattutto gli uomini, i miti e gentili inuit con la loro incomprensibile risata, i danesi un po’ spaesati che cercano di portare raziocinio e tecnocrazia nell’accecante e inflessibile disumanità dei ghiacci. Qui tutto è “bellissimo e raccapricciante al tempo stesso”. Ancora una volta è la letteratura a fornire la chiave interpretativa del viaggio: l’orrore che suscita ovunque il bianco nelle sue infinite sfumature è lo sgomento senza nome, mistico, ineffabile descritto da Melville. La Vinci si guarda intorno attonita come se dappertutto scorgesse il fantasma di Moby Dick. Le stesse montagne sembrano balene bianche scolpite nel ghiaccio. E in questo “panorama perfetto”, immobile e astratto, che vibra di luce e in cui si stende un “silenzio minerale”, si può essere colti dall’intuizione vertiginosa dell’inutilità dell’arte e della cultura, che in realtà è solo la lugubre constatazione dell’impotenza umana nei confronti di una natura incoercibile e sovrana.
Qui si onora Sila, il dio-tempo: un essere vivente e capriccioso, un organismo infido e minaccioso che tende agguati, che detiene il potere di vita e di morte su ogni creatura. Il fulgido splendore di questa natura superba e ancora in parte virginale non riesce pertanto a essere consolatorio: “Ho paura di tutto e mi sento lontanissima da casa, la bellezza del paesaggio non compensa in alcun modo la desolazione che vedo”. E ciò non solo agli occhi angosciati della narratrice, ma anche a quelli degli indigeni. Alcolismo e suicidi (soprattutto adolescenziali) sono le piaghe di una popolazione isolata, già succube della tecnologia ma lontanissima dagli standard di un progresso non si sa quanto auspicabile, che ha perduto la propria identità atavica e ora si trova circondata dal nulla, senza passato e senza futuro.
L’Artico duro, violento, inclemente che emerge dal racconto della Vinci somiglia a quello raffigurato dal pittore Caspar David Friedrich nel celebre quadro del 1823 “Il mare di ghiaccio”: un deserto gelato e alieno che si stende come un sudario irto di scaglie affilate come rasoi, nella cui morsa tenace sono intrappolati e schiacciati i resti di una civiltà inerme e soccombente. Per una volta l’ottica si ribalta: non è più la Natura ad arretrare sotto la spinta devastante dell’Uomo, ma è quest’ultimo a smarrirsi e a soggiacere nell’incanto misterioso di una forza primordiale. Tutto sommato è rassicurante questa resistenza dell’arcaico sul moderno, anche se non ci facciamo illusioni sull’esito finale di questo apocalittico confronto.
Pur disponibile e partecipe, aperta e attenta, in più di un’occasione la Vinci ci appare come una naufraga trafitta da un’inaspettata nostalgia: “Perché, anche se diciamo a noi stessi che è casa dappertutto, che casa è qualsiasi luogo dove si posi il cappello e che potremmo vivere ovunque, forse non è vero”. Ma il beneficio del dubbio è quasi soltanto teorico. Pericoli e incomunicabilità mettono la scrittrice nella condizione straniante di sentirsi “l’unico essere umano sopravvissuto” in un mondo di creature mutanti. Ed è strano che la Vinci (come anche Del Giudice) non ricordi tra le sue pagine il teratologico prometeismo e la solitudine del diverso nell’orrido scenario polare narrato con cui la Shelley si congeda misteriosamente dal lettore.
È tuttavia in questi brividi di terrore la prosa piana di “Nel bianco”, a metà strada tra reportage giornalistico e diario di bordo, ma con fulminei lacerti di fiction e divagazioni letterarie, restituisce il fascino arcano e inquietante di questa “fortezza della solitudine” che è la Groelandia, di cui la Vinci, con sciamanico lirismo, avverte la fatale attrazione (simile a quella che confessa per i cimiteri e gli ospedali).
La contraddizione è insita nel testo. All’indifferenza di una natura implacabile l’autrice si accosta con un atteggiamento privo di prosopopea antropocentrica mutuato da Thoreau, ma nella sua memoria riecheggia la spietata matrigna leopardiana, “di volto mezzo tra bello e terribile”. Così come l’elogio dell’andare oltre i propri confini si arena paradossalmente nella scoperta tautologica che “tutte le vite si somigliano, in fondo. Ogni vita, e ogni morte, potrebbe essere la nostra”. Che è un po’ come ammettere l’insensatezza di domandarsi dove suona la campana. Suona anche qui. Adesso.
Marcello Benfante