| L’eredità di Kapuscinski |
| di Gianfranco Bettin |
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“Non riesco a immaginare che si possa scrivere un libro per cercare di racchiudere il mondo odierno in una formula fatta e finita”: così Ryszard Kapuscinski chiude il suo ultimo volume tradotto in italiano, una raccolta di citazioni, scritti e testi di conferenze sui problemi del mondo contemporaneo che rappresenta sia una buona introduzione all’opera del grande reporter e scrittore polacco sia una stimolante guida ai problemi del secolo in cui siamo da poco e drammaticamente entrati. “Nel turbine della storia. Riflessioni sul XXI secolo” (a cura di Krystyna Straczek, traduzione di Vera Verdiani, Feltrinelli) esce quasi insieme al Meridiano che Mondadori dedica a “Kapu”, consacrandone editorialmente ciò che da tempo ormai era per molti acquisito, e cioè la grande statura di scrittore (Opere, a cura di Silvana De Fanti, traduzioni di Vera Verdiani, che raccoglie pressoché tutti i suoi più celebri reportage dal “Negus” a “Ebano” da “Imperium” a “Shah-in-Shah” a “In viaggio con Erodono” eccetera fino a testi inediti, comprese alcune poesie). Se il Meridiano, per così dire, evidenzia, e un po’ monumentalizza, l’importanza del lavoro di Kapuscinski (oltre a fornirne un accuratissimo percorso biografico con le note di De Fanti), la nuova raccolta Feltrinelli, nel suo carattere spurio e pur con la presenza di testi scritti a caldo e, perciò, più d’intuito che di meditata analisi (ma preziosi forse proprio per questo, anche nelle smentite che hanno ricevuto dal corso degli eventi, peraltro rare dati il suo intuito finissimo e la sua conoscenza profonda delle cose) ce ne mostra la stringente attualità di approccio e fa sentire un rinnovato dolore per la scomparsa, nel gennaio del 2007, di questo straordinario uomo, una sorta di Erodoto “glocal”. Il neologismo è magari brutto ma pertinente al suo caso di indagatore delle grandi tendenze e delle grandi strutture del mondo attraverso lo scavo nelle situazioni specifiche (cogliendone l’originalità preziosa ma anche le possibili degenerazioni: “Le piccole patrie possono di colpo trasformarsi in campi insanguinati e nel più atroce infermo”, non meno che i territori estesi della grande Storia), nelle vite specifiche, in particolare dei poveri, delle moltitudini – mai senza volto, per lui, mai senza storia. “Ci accomiatiamo dal XX secolo convinti che questo momento non concluda affatto un’epoca ma che, al contrario, il nostro secolo abbia dato vita a una quantità di forze e di fenomeni che probabilmente si svilupperanno appieno solo nel secolo entrante”: scrive in uno dei testi chiave, “Il sistema degli specchi. Culture contro globalizzazione”, in esplicita polemica con chi, come Fukuyama, dopo l’89 (e anche da prima, in effetti) parla di “fine della storia” o chi, come Huntington, vorrebbe rinchiudere la storia nello “scontro di civiltà”. Il mondo è più complicato, nella sua semplicità, sembra dire, con un falso ossimoro, “Kapu”, ed è dunque insieme più umano e tragico (“L’essenza della struttura del mondo è l’ingiustizia e, oltretutto, un’ingiustizia crescente”) ma anche più ricco di aperture, di incroci, di possibilità, e forse – forse – di speranze. “Nel 2002 ero in Perù. In un paesino delle Ande fotografai la seguente situazione: una vecchia india era scesa dalla montagna con cinque uova da vendere. Non sapendo né leggere né scrivere e ignorando dove si trovasse, si era fermata lungo la strada cercando di vendere le sue cinque uova davanti a uno di quei piccoli internet caffé come ce ne sono in tutto il mondo. Questo terribile, tragico contrasto è la risposta da dare alle persone convinte che il problema della disuguaglianza sociale si possa risolvere per mezzo della tecnologia, mentre si tratta di una questione di cultura, di consapevolezza, di scienze sociali. Sono convinto che stiamo mettendo insieme delle forze dirette a modificare questa situazione di sempre crescente disparità”, scrive nel testo sull’America Latina, “Il laboratorio del nuovo secolo”. In questo raccontino c’è il suo metodo e c’è la sua lezione. Andare alle radici della situazione in atto, alle radici del mondo attuale, è il suo metodo. Allargare lo sguardo al contesto, che ora è davvero globale, la sua prospettiva (affrontata con una credibilità personale costruita in una vita di lavoro davvero “on the road”; chi altri potrebbe scrivere senza suscitare ironie una frase come: “Ero in India quando la popolazione indiana ha superato il miliardo di abitanti”?). Quanto alla lezione, sta nel vedere i nessi tra condizioni e culture, tra storie e Storia, e sta nella sua scelta di campo: assumere il punto di vista dei poveri, specchio della storia, e mostrare come sia ormai impossibile escluderli, coltivando l’autosufficienza del mondo ricco. “Il mondo ricco non riuscirà più a isolarsi per conto proprio. Oggi non si può più dire: ‘quello che succede fuori di qui non mi riguarda’. Il mondo è un sistema di vasi comunicanti e la situazione degli abitanti delle sue zone povere è destinata, prima o poi, a ripercuotersi sulle sue zone ricche”. Allo stesso modo, la riscoperta del valore e della solidità delle culture, anche le più apparentemente inermi di fronte alla tempesta della globalizzazione (che a volte si è capaci di usare per migliorare un po’ la propria condizione, magari sfruttando ai propri fini McDonald’s e Coca cola e Adidas, come dice Kapuscinski in un singolare passaggio del libro), mostra che la complessità della vita e del mondo è difficile da sradicare, e che rappresenta una delle vere grandi risorse del pianeta, soprattutto in quest’epoca di “turbini”. “La sconfitta della futurologia ha dimostrato che la nostra immaginazione non riesce a stare dietro all’accelerazione storica e alla profonda trasformazione di cui siamo testimoni e partecipi”, scrive insieme, denunciando la nostra “impotenza cognitiva”, la “labilità della memoria”, invasi come siamo da un flusso continuo e anarchico di informazioni, e segnati dal lavoro costante dei media elettronici che tende a trasformarci in meri fruitori del presente, delle ultime news, perdendo progressivamente il legame con la storia lunga, anche con quella intima nostra, per fagocitarci nel vortice dell’eterno ultimo istante in cui viviamo, anche per nostra responsabilità (“Il voler vivere nel presente deriva da una crisi della nostra immaginazione e dall’insufficiente capienza della nostra mente”). Accettare la sfida del “turbine”, affrontarlo sulle vie del mondo, nei luoghi reali e con le persone concrete, “ibridarsi” nelle culture e nelle esperienze, rigenerare la nostra capacità di immaginazione, e scrivere di questo, narrarlo, è stata la vocazione di “Kapu” ed è ancora e sarà a lungo la sua preziosa eredità. Gianfranco Bettin
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