Archivio 2009 Giugno - N. 108 Viva l’Italia, viva Berlusconi
Viva l’Italia, viva Berlusconi
di Goffredo Fofi   
Alcune quotidiane bravate dei nostri governanti sembrano scuotere per un giorno o due gli animi dei lettori di “la Repubblica” e altri giornali progressisti – di quale progresso, sappiamo – ma molto presto quegli animi si placano, vuoi perché le bravate si susseguono con estrema regolarità e in crescendo, vuoi perché l’assuefazione alle peggiori bestialità della politica centrale e locale è avvenuta da tempo, e ci si sveglia davvero solo quando vengono toccati direttamente i nostri interessi o quando – il terremoto – lutto e spettacolo vengono fusi ad arte. Una reazione c’è, lì per lì, ma l’inutilità rituale della deprecazione finisce per avvilire, per far sentire impotenti, e permette alla lunga di sentirsi per un breve tempo migliori (l’uso dell’indignazione stimolato da molti giornalisti e satirici ha ormai la stessa funzione di  un buon digestivo).
Le ultime sconcezze sono note, e non sono solo quelle “private” di una classe dirigente decisamente laida (non vale più lo storico detto, “vizi privati, pubbliche virtù”: delle virtù apparenti non gliene frega più niente a nessuno), non riguardano solo il “personale” del leader ma i destini di migliaia o milioni di persone. Nei giorni in cui il paese si diverte a seguire le esternazioni tardive di una Veronica non Maddalena, il leader dice urbi et orbi che non diventeremo mai, per decreto, un popolo multietnico (e sarebbe curioso sentire cosa pensa di queste dichiarazione un qualsiasi americano e non solo Obama, o anche Sarkozy con le sue non lontane origini straniere), nei giorni in cui finalmente il Papa si degna di visitare i terremotati – prima aveva paura di sporcarsi la tonaca? – e dice giaculatorie ed esprime condanne che più fiacche non si può e mobilita la curia su battaglie di retroguardia che non tengono conto dei bisogni del mondo, ecco che si rimandano in Libia i migranti in fuga dagli orrori africani, ed è tutto un lecca lecca interetnico (interdenaro) tra Berlusconi e Gheddafi. e a Milano si propongono tram e bus separati, per “noi” e per “loro”. Ignorando del tutto gli organismi internazionali, fidando solo nella propria arroganza, Lega e Berlusconi proseguono instancabili nel rivendicare il loro razzismo senza guardare in faccia nessuno e senza che in realtà nessuno reagisca.
Si può ormai parlare solo di mostruosa amoralità per le decisioni dei nostri governanti, ma si deve parlare di amoralità anche per quanto riguarda il paese. Se Berlusconi trionfa è, credo, per la sua amoralità: un popolo cattolicamente dedito al particulare, appare oggi privo di civile super-io come nessun altro popolo sulla terra. E ama Berlusconi proprio perché lo sente estraneo a ogni super-io, perché egli considera bene ciò che lo gratifica e male ciò che lo limita o danneggia. Come un bambino egli si può permettere qualsiasi cosa, e se domani osasse pisciare in pubblico davanti ai grandi della terra, il popolo ne sarebbe esaltato: che coraggio! che spregiudicatezza! Berlusconi piace perché è amorale, mentre i suoi rivali non piacciono perché li si sente e sa immorali, perché dicono A e pensano B, e fanno C. La morale è scomparsa, e in questo ricchi e poveri, potenti e impotenti si somigliano e spalleggiano. Sono passati molti anni da quando il nostro popolo cercò, tra la Resistenza e la Congiuntura – in mezzo la ricostruzione, la Costituzione, la democrazia, la scolarizzazione, la motorizzazione, il boom –  di diventare nazione. Oggi, dagli e ridagli, è tornato a essere “un volgo disperso” il cui nome è buono solo per i mondiali di calcio, ma che ha un leader che piace al Nord come al Sud, ai ricchi come ai poveri, e che lo rappresenta quasi tutto. Il consenso fu la misura della potenza del fascismo; il consenso è la misura del berlusconismo.
Ma se gli altri accettano questo stato di cose, dovremmo forse adattarci anche noi? Lo schifo di doverci sentire simili e vicini ai consenzienti e agli assuefatti può non essere altro che un alibi, se non ne deriva qualcosa, un gesto, un fatto, un’azione. Però nessuno comincia, tutti aspettano che siano altri a farlo, e se poi per caso qualcuno davvero reagisce in modi espliciti, appena gridati, ci si sconcerta, ci si spaventa. La politica (quella della sinistra, nel nostro caso) ci ha talmente abituati alla delega, a rinviare le responsabilità a coloro che abbiamo votato, che ci si sente sempre più soli e sperduti, meno che nelle adunate di folla periodiche, rituali anche queste e più inutili che mai. Il gioco della politica berlusconiana fu molto chiaro, già al tempo del suo primo governo, ma la scomparsa della sinistra lo ha decisamente imbaldanzito. Si cominciava con qualcuno, preferibilmente un buzzurro leghista diventato sindaco o ministro, o un giornalista diventato berlusconiano a suon di promozioni ed emolumenti, che chiedeva qualcosa di sgradevolmente eccessivo, su questo e su quello, contro questo e contro quello, e tutti gridavano allo scandalo; poi Berlusconi “mediava”, riduceva le pretese dei richiedenti, e faceva passare leggi tremende, le sue leggi. Oggi la scomparsa della sinistra, o la sua riduzione a un manipolo di neostalinisti e a un branco di “vendicatori” capitanati da Di Pietro (variante di una tradizione che sembra sempre la stessa, l’altra faccia necessaria del berlusconismo – e però nulla è più imbarazzante che sentire Veltroni che paragona la sua morte politica a quella di Clint Eastwood in “Gran Torino”!) fa di Berlusconi un leader assoluto, grazie proprio a una sinistra istupidita dalla sua imitazione, dall’incapacità di cercare, con coraggio, e rischiando il giusto più che il nuovo, di darsi più arditi obiettivi facendo scelte più radicali. Se Berlusconi domina è perché la stragrande maggioranza del paese ci appare, non appena si guardi da una qualche distanza, antropologicamente berlusconiana. Compresa la sinistra, i suoi leader, il suo pubblico. E la cosa che più ci sconcerta, oggi come oggi, è l’incapacità di reazione perfino delle minoranze migliori, cattolici o atei chi se ne importa. Non è solo di politica (di polis) che si tratta, è proprio di morale, di rifiuto individuale o di gruppo, di un modo di governare che ci rende sempre più barbari, sempre più imbecilli, sempre più mascalzoni.
Goffredo Fofi