Archivio 2009 Giugno - N. 108 I morti invisibili del Mediterraneo
I morti invisibili del Mediterraneo
di Alessandro Triulzi   
Aprile 2009. Un mese da ricordare, per intero. E non solo a partire dalle fatidiche 3,32 del 6 aprile, quando è venuta giù mezza città a L’Aquila e sono crollati interi borghi in Abruzzo dando inizio alla tragica conta dei morti e delle case cadute. E quando si è aperta la valanga di commenti, trasmissioni, e interviste sull’efficienza dei soccorsi, lo spirito di riscossa della popolazione colpita, e le responsabilità sulla mancata prevenzione di quanto era accaduto. Da quel momento in poi, per tre settimane, il terremoto è andato in prima pagina, e in prima serata, senza interruzione riempiendo ogni spazio di comunicazione e di aggiornamento secondo i canoni della nuova pratica di informazione/intrattenimento della Repubblica mediatica. I nuovi imprenditori della comunicazione hanno trovato nei tragici eventi degli Abruzzi il loro spazio ideale di visibilità e di ammonimento sui veri valori di un’Italia ferita, ma unita. La nazione italiana ha così pianto e commemorato i suoi 298 morti fin qui accertati.
Non altrettanto ha fatto l’italica nazione per gli oltre duecento morti e i dispersi (non ancora accertati) tragicamente periti nel naufragio avvenuto al largo delle coste libiche appena una settimana prima. La notizia del tragico evento, avvenuto nella notte tra il 29 e il 30 marzo ma rimbalzato sui media italiani il giorno dopo, scompariva presto dai video e dalle prime pagine nei giorni seguenti, a eccezione del solo “Avvenire”. Poi più nulla. Il naufragio di due imbarcazioni stracolme di migranti partite da un sobborgo di Tripoli e dirette in Italia, con il recupero in extremis di una delle due imbarcazioni da parte di un rimorchiatore italiano e riportata nel luogo di partenza, e l’inabissamento dell’altra con un numero di morti e dispersi a tre cifre (le stesse di L’Aquila), è apparso subito come un non-evento nell’Italia felicemente disinvolta e consenziente in cui viviamo. I naufragi dei migranti sono un facile scoop, da lanciare con forza in prima serata come l’ennesima tragedia del mare, un evento scontato a cui siamo tristemente assuefatti, su cui basta tenere accesi i televisori e le prime pagine dei giornali lo spazio di un mattino, come una delle tante notizie “dal mondo” da sostituire poi il giorno seguente con un nuovo evento, tragedia o sconfitta che sia, da bruciare anch’esso  con la stessa violenza e velocità perché questa, semplicemente, “è la stampa, bellezza”.
Alcune riflessioni si impongono con forza. I morti, come è noto, non sono tutti uguali. Non solo i “nostri” morti in qualche modo fanno sempre aggio su quelli “altrui”, in guerra come in pace, ma le ripetute morti di migranti verificatesi nel Mediterraneo – il nuovo fronte di guerra e cimitero a cielo aperto nella battaglia dichiarata contro la clandestinità migrante (solo i morti accertati da Fortress Europe dal 1994 a oggi nel tratto di mare tra la Libia e Lampedusa sono più di tremila) fanno parte di una statistica mortuaria che è vista come l’inevitabile prezzo dei viaggi della disperazione, senza meta o ragione, dei nuovi dannati della terra alla mercé di trafficanti senza scrupoli. Se chi muore è clandestino, e in più è nero o slavo o mediorientale (pare fossero quasi tutti egiziani i morti al largo della Libia il 30 marzo), il costo umano della ecatombe sembra improvvisamente diminuire di peso, oltre che cambiare di colore. Come in ogni guerra “coloniale”, a partire da quella dell’Algeria e poi del Vietnam, per continuare con quelle tra Israele e i paesi arabi fino all’ultima di Gaza, e quelle dell’Occidente in Iraq I e II e oggi in Afghanistan, la conta dei morti ribelli o resistenti “nemici” inclusi i civili sovrasta massicciamente le perdite militari e i soldati “di casa”, mille a uno, occhio e croce, come già avvenne nella prima guerra “umanitaria” in Iraq.
Forse è per questo che la coscienza civile del paese non si sente più chiamata in causa dalle continue ecatombe di migranti, perché considera questi viaggi della disperazione del tutto velleitari, clandestini e colpevoli i loro autori, da reprimere alla stessa stregua dei trafficanti, scordando o non volendo vedere che i sans papier del mare sono solo il dieci per cento della migrazione c.d. irregolare. Si tratta inoltre di morti largamente annunciate e soprattutto invisibili. Fuori dagli occhi di testimoni attendibili, coperti dal silenzio di chi arriva, oltre che dai media che si limitano per lo più a riportare di volta in volta notizie di agenzia sugli “incidenti” del mare senza intraprendere inchieste approfondite. Perciò si ritiene tutto sommato ragionevole, da destra come da sinistra, che il governo italiano continui le sue pratiche di dissuasione dell’immigrazione “irregolare” e affidi il controllo dei flussi migratori verso le coste italiane a strumenti e agenti esterni: la corrotta polizia libica che si intende riaddestrare, il pattugliamento congiunto dei mari e delle coste nell’ambito del programma europeo Frontex, la sorveglianza dei confini sud dei paesi africani mediterranei, gli accordi di rimpatrio con i paesi di partenza o di transito: tutte misure atte a prevenire e arrestare i flussi dei migranti africani a prescindere dalla loro sostenibilità e dai diritti dei molti rifugiati e richiedenti asilo in fuga da fame, guerre e regimi autoritari.
Ma già. Le morti sono invisibili fino a quando non le si vedono in faccia, e bucano il video del telegiornale della sera o di qualche programma di intrattenimento. Ci sono voluti un paio di giornalisti intraprendenti, di cui uno tedesco, e il rimbalzare della notizia in un programma di prima serata e sui media internazionali, per convincere il governo italiano a desistere dalla sua improvvida azione di tira e molla con il governo maltese per permettere alla nave turca Pinar E, che inopinatamente aveva soccorso il 16 aprile (dieci giorni dopo il terremoto di L’Aquila) 154 migranti africani alla deriva, di entrare nelle acque territoriali italiane e dare soccorso ai naufraghi esausti e in pericolo di vita. A bordo della Pinar E, mentre in Italia si commemoravano con riti solenni i “nostri” morti, quelli del terremoto, e si discettava sulle ore che separavano il crollo dai primi soccorsi, per tre giorni il corpo senza vita di una ragazza di diciotto anni incinta veniva trascinato da una barca legata da una fune alla nave turca per timore di contagio, e 154 migranti esausti e esasperati hanno atteso che il governo si decidesse a concedere il diritto di soccorso in loro favore. Due pesi e due misure che nessuna autorità civile, politica o morale di casa nostra ha pensato di dover rilevare in occasione del funerale ai terremotati dell’Abruzzo. Ma che paese è questo, diceva Sciascia, nell’apice della guerra contro la mafia in Sicilia, e ancora oggi non si può che ripetere, ma che paese è questo? Di quale pasta è fatto un paese, ma in realtà un mondo, in cui le cui prime pagine di giornale vengono riempite (come al momento della scrittura di queste poche parole) dalle esternazioni di Veronica sui motivi per cui lascia Silvio lasciando un assai misero spazio all’uccisione di una bambina di tredici anni e al ferimento dei suoi parenti colpiti dal fuoco di sbarramento di una pattuglia militare, questa volta italiana, che ha fermato un’altra Toyota Corolla, come quella di Calipari e Sgrena, che non si era arrestata all’ordine di fermarsi? Ma che mondo è questo?
Onore dunque ai migranti, rifugiati e clandestini africani, asiatici e mediorientali che alla Scuola Asinitas di viale Ostiense a Roma, il 16 aprile, mentre cominciavano a trapelare in Italia le prime notizie sulla Pinar E, hanno voluto commemorare i morti della disperazione e dell’indifferenza accomunando in un unico fascio di dolore e di smarrimento il dolore per la perdita dei loro simili a quello per i caduti  del terremoto in Abruzzo. Così Rashid, un giovane sudanese, ha pregato a nome di tutti: “Fratelli e sorelle, miei maestri e ospiti. Vi ringrazio tutti per questo momento. Siamo qui per ricordare tutti quelli che sono morti tre settimane fa nel Mediterraneo, vicino alla costa della Libia, che sono morti per tanti motivi. E non possiamo nemmeno dimenticare tutti quelli che sono morti a L’Aquila la settimana scora. Noi sentiamo la loro mancanza e per questo dobbiamo pregare Dio e chiediamo al nostro Dio di farli entrare in paradiso.” Così, mentre a L’Aquila primi ministri, vescovi e generali commemoravano i loro morti e celebravano dietro il tricolore l’Italia unita che risorge dalle rovine del terremoto, immemore delle altrui sciagure e del proprio passato di dolorosa emigrazione, a Roma, cento e più migranti, rifugiati e “clandestini” da più parti del mondo testimoniavano insieme l’improvvisa, tragica caduta delle stelle, di ogni stella.
“Nel mio popolo”, ha recitato Asmerom, un giovane rifugiato eritreo, in un silenzio colmo di dolore, “c’è un detto che dice ‘non guardare il cielo se la stella è in caduta’ perché significa che qualcuno sta morendo. Quando ho sentito che ci sono barche che sono affondate nel Mediterraneo e che più di 300 persone sono scomparse, è stato uno shock e ho sentito una tale rabbia che ho iniziato a incolpare tutti. Alla fine mi sono calmato e ho pensato che nella notte di questa tragedia il cielo avrebbe dovuto essere illuminato, come le stelle dei fuochi d’artificio, con la luce di tutti quelli che hanno perso la vita. Quante stelle sono cadute? Alcune di loro sono grandi e brillanti, alcune non lo sono. Alcune di esse erano con la loro famiglia, alcune da sole, perché hanno lasciato le  loro famiglie, i loro compagni, i loro amati figli. Ognuna ha la sua ragione, il suo motivo per partire. Alcune erano stanche di essere costrette nella stessa orbita. E alcune pensavano che questo mondo era il migliore. Si sono trovate in tante situazioni difficili, hanno dovuto attraversare uno spazio vuoto in cui non si trovava nulla. Alcune sono state attratte dalla forza di gravità di altre galassie e sono state costrette a perdere parte della loro brillantezza. E certo, alcune hanno perso la vita per la strada. E coloro che sono riuscite a raggiungere l’atmosfera di questo mondo si trovano a fronteggiare l’attrito con l’aria ed è il luogo in cui la maggiore parte di loro si perde.
So che per alcuni di voi queste sono solo delle comete o degli alieni. Ma per me, per il mio  popolo, sono stelle che hanno perso la vita. Noi crediamo che per ogni essere umano esiste una stella che brilla nel cielo. Coloro che sono morti erano stelle che avevano bisogno di sopravvivenza ma nessuno sa chi erano e non c’è nessuno che ha detto qualcosa su di loro o ha fatto qualcosa per prevenire la loro morte. Possiamo solo pregare che Dio li faccia riposare in pace e che la loro brillantezza non si disperda mai nei nostri cuori e che queste situazioni non avvengano più.”
Alessandro Triulzi