Archivio 2009 Luglio - N. 109 Lettera da Sarroch: tre morti per il petrolio
Lettera da Sarroch: tre morti per il petrolio
di Costantino Cossu   
La fiamma della torre più alta dello stabilimento di Sarroch arde giorno e notte sul Golfo degli angeli. D’estate, quando il sole tramonta e l’aria è tersa e il cielo sgombro di nuvole, la lunga lingua di fuoco è come un enorme faro che illumina le acque nere. La si vede dai contrafforti del Castello di Cagliari, nitida di bagliori rossastri sulla costa che a sud ovest corre bassa e sfuggente verso Santa Margherita di Pula. Le luci della raffineria sono i ceri che illuminano la grande cattedrale eretta al progresso e alla modernità dal petroliere Angelo Moratti nel 1963.
Era l’Italia del miracolo economico, dentro la quale la Sardegna, terra di antica povertà e di silenzi eterni, entrava come poteva, ovvero come volevano i poteri che decidevano la grande partita della modernizzazione. Nell’isola, d’industria ce n’era poca. Solo il bacino carbonifero di Iglesias e di Carbonia, dove già il Senato di Roma spediva “ad metalla” i condannati per reati comuni e dove, tra fine Ottocento e primi del Novecento, sbarcarono capitali stranieri, inglesi per lo più, per sfruttare una ricchezza magra. Ma al tornante della seconda metà del secolo scorso, i mercati mondiali avevano già messo fuori gioco i pozzi di Ingurtosu e di Scivu. Molto meglio acquistare altrove, dove si spuntavano prezzi più bassi e un prodotto migliore. Per la Sardegna i signori del miracolo italiano decisero, allora e ancora, un futuro nero: dopo il nero del carbone quello del petrolio. Negli stessi anni in cui Moratti apriva lo stabilimento di Sarroch, Nino Rovelli apriva la Sir a Porto Torres, sulla costa nord dell’isola, nel Golfo dell’Asinara, tra Sassari e Stintino. Un decennio dopo l’industria chimica sbarcò a Ottana, nel cuore della Sardegna più arcaica, in Barbagia. Il cerchio era chiuso, la sfida della modernizzazione alle superstiti vestigia della millenaria civiltà contadina e pastorale giungeva in pochi anni al suo culmine vittorioso. Una sfida condotta da imprenditori privati abbondantemente foraggiati dai denari pubblici, capitalismo assistito che scambiava i posti di lavoro nelle raffinerie con il consenso elettorale lucrato dal notabilato locale, in quegli anni in Sardegna tutto rigorosamente democratico cristiano.
Sono passati quarantacinque anni dall’inizio di quella storia e i tre operai morti a Sarroch nella raffineria dei fratelli Moratti il 26 maggio, asfissiati dall’azoto in una cisterna, ci ricordano una volta di più che non è stata una storia felice. L’impatto della modernizzazione sulle società tradizionali è sempre drammatico. Vengono disarticolati sistemi sociali e insieme ordini di valore, e i costi in termini di sofferenza per le singole persone sono alti, a volte tragici. Ci ricordano, i tre morti di Sarroch, che il passaggio alla modernità, l’arrivo nell’isola della grande industria, non è stato un processo innocente, senza un segno politico. Le cattedrali petrolifere che sorgevano nel deserto di una regione che per la gran parte continuava a vivere di un’agricoltura e di una pastorizia appena al di sopra della sussistenza suggellavano l’alleanza tra capitale esterno all’isola e notabilato locale nel segno del mantenimento di equilibri sociali e di potere arretrati. Un modesto incremento del reddito pro capite veniva pagato con la rinuncia a valorizzare possibili percorsi alternativi di sviluppo locale e di crescita di un diffuso sistema di autogoverno dal basso, secondo il modello inutilmente predicato da Emilio Lussu. Al contrario, tutto il processo veniva pensato e governato dall’alto, gestito dal notabilato Dc progressivamente allargato prima ai socialisti e poi a Pci e sindacati.
Oggi a Sarroch tre operai muoiono perché lavorare nelle imprese esterne, alle quali la Saras ha affidato la manutenzione degli impianti, significa correre un rischio mortale. Si appaltano i lavori di manutenzione per tagliare i costi, e se i costi devono restare bassi, il rispetto delle norme di sicurezza passa in secondo piano. Ma è l’impatto della fabbrica su tutto il territorio che dice della violenza inaudita che il processo di modernizzazione dall’alto ha generato, e non soltanto a Sarroch. Lo stesso discorso vale per Porto Torres e per Ottana. E vale per la zona industriale di Portovesme, sulla costa sud occidentale dell’isola, dove esiste il polo per la lavorazione dello zinco più importante d’Italia. La fabbrica, infatti, non uccide solo con gli incidenti sul lavoro, e non uccide solo operai. A Sarroch, a Portovesme e a Ottana le rilevazioni epidemiologiche danno tassi di decessi per tumore nettamente al di sopra della media nazionale. A Porto Torres, ai morti per cancro si aggiunge un inquinamento dei terreni circostanti alla raffineria e delle falde acquifere da far paura. Bonificare richiederebbe tanti anni e tanto lavoro che buona parte degli operai del petrolchimico potrebbero essere licenziati e immediatamente reimpiegati, a tempo indeterminato e per decenni, a ripulire. Tanto più che licenziati, probabilmente, lo saranno davvero, perché, al contrario della Saras che va a gonfie vele, Porto Torres è, come Marghera, nell’occhio del ciclone della crisi mondiale per avere puntato sulle produzioni sbagliate. E che dire dell’industria della guerra dislocata nel Salto di Quirra, tra Ogliastra e Campidano. Qui sorge la più grande base militare d’Europa, dove tutti i giochi di guerra sono ammessi e dove le industrie belliche dell’area Nato sperimentano i più nuovi e i più sofisticati sistemi d’arma. I bambini nascono deformi e i tumori del sistema emolinfatico crescono in numero, uguali a quelli che colpiscono i reduci dalla guerra dei Balcani dove è stato usato l’uranio impoverito. Ma che importa? Stanno per partire i lavori per la costruzione di una pista che consentirà la sperimentazione dei droni, aerei robot senza pilota, nuova frontiera delle guerre “intelligenti”. Chi ha deciso questo per la gente di Quirra e con quale idea di crescita e di rapporto tra sviluppo economico e rispetto degli equilibri ambientali e della vita tout court? I deputati sardi del Pd sostengono seraficamente la scelta di costruire il nuovo aeroporto insieme con quelli del Pdl.
Appena accenniamo, poi, alla pressione bipartisan perché si riparta con il sacco immobiliare delle coste dopo la parentesi della giunta Soru. Ricordiamo, invece, che la Sardegna è tra le regioni indicate dal governo Berlusconi per la costruzione di centrali nucleari che dovrebbero risolvere tutti i nostri problemi energetici. Se la cosa andrà avanti, all’immagine dell’isola dei nuraghi e del mare color smeraldo – immagine da sempre falsa – sarà meglio rinunciare del tutto per dire finalmente la verità: la Sardegna è diventata l’isola dei veleni e dello scempio ambientale. Il fatto più grave è che ciò sia avvenuto – non da oggi, ma da molto, da moltissimo – principalmente per effetto di una rinuncia alla loro autonomia da parte delle forze, politiche e sindacali, che avrebbero potuto resistere alle scelte di morte, e invece le hanno avallate.
Costantino Cossu