| Metamorfosi della Liberazione |
| di Mauro Boarelli |
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Non possiamo liquidare sbrigativamente, con fastidio o sufficienza, il discorso con il quale il presidente del consiglio ha celebrato il 25 aprile. Non possiamo farlo, se vogliamo capire come il discorso pubblico stia modellando da tempo un nuovo senso comune destinato a sostituire progressivamente la realtà storica con una memoria collettiva artificiale. L’annuncio aveva creato attesa, perché mai prima d’ora Berlusconi aveva voluto partecipare, da capo del governo, alle cerimonie per l’anniversario della Liberazione. All’impatto simbolico e mediatico non
corrisponde però una novità sostanziale per quanto riguarda i contenuti, molto simili a quelli proposti da altri rappresentanti delle istituzioni che già in passato avevano prodotto strappi nella coscienza storica del paese. Certo, Berlusconi ci mette del suo quando non perde l’occasione di mostrare le sue capacità camaleontiche: operaio tra gli operai, terremotato tra i terremotati, ora antifascista tra gli antifascisti in virtù delle persecuzione subita dal padre (“costretto a espatriare per non essere arrestato”) e dell’eroismo della madre (“rischiò la vita, ma riuscì a sottrarre a un soldato nazista una donna ebrea destinata ai campi di sterminio”). Episodi non dimostrati e non verificabili, ma non importa: il mito non ha bisogno della verità. E si intravede il fastidio di celebrare qualcosa che, con ogni evidenza, a lui non piace. Pronuncia non più di una volta la parola partigiani, e solo per sostenere che non avrebbero potuto vincere senza l’appoggio degli Alleati, sminuendo quindi il loro ruolo. Non va meglio con la parola Resistenza, che gli esce di bocca solo due volte, la prima per riproporre (con poca originalità) la connessione con il Risorgimento, la seconda per sottolineare che si tratta di una storia “approfondita e discussa”, già minata nella sua legittimità. Ma è tutto già detto, già ascoltato. Quando afferma che “dobbiamo ricordare oggi tutti i caduti, anche quelli che hanno combattuto dalla parte sbagliata sacrificando in buona fede la propria vita ai propri ideali”, è facile cogliere l’eco delle parole di un’altra importante carica dello stato, Luciano Violante, che nel suo discorso di insediamento alla presidenza della Camera, il 9 maggio del 1996, esortava – per la prima volta da uno scranno istituzionale – a comprendere le ragioni per le quali “migliaia di ragazzi e soprattutto di ragazze […] si schierarono dalla parte di Salò”. Argomento ripreso nell’ottobre 2001 dal Presidente della Repubblica Ciampi. In occasione della commemorazione del comandante partigiano Antonio Giuriolo, Ciampi sostenne che il valore dell’unità d’Italia “era il sentimento che animò molti dei giovani che allora fecero scelte diverse; che le fecero credendo di servire ugualmente l’onore della propria Patria”. La sovrapposizione tra questi discorsi è evidente, diventa quasi letterale nel punto in cui Violante sostiene che i ragazzi di Salò avevano compiuto la loro scelta “quando tutto era perduto”, mentre Berlusconi parla di sacrificio “a una causa già perduta”. Il problema, per entrambi, sembra essere questo: l’adesione alla repubblica di Salò è sbagliata e da condannare (pur nella comprensione degli ideali che la animavano) perché fuori tempo massimo. La tesi dell’equivalenza degli ideali trova il suo naturale completamento nella denuncia della violenza resistenziale. “Occorre ricordare”, dice Berlusconi, “anche le pagine oscure della guerra civile, anche quelle nelle quali chi combatteva dalla parte giusta ha commesso degli errori, si è assunto delle colpe”. Pronunciando queste parole, si muove lungo un solco tracciato dal Presidente della Repubblica Napolitano, addirittura attenuandone i toni. Nel discorso di insediamento avanti alle Camere riunite, nel maggio 2006, Napolitano sostenne che non bisognava “ignorare zone d’ombra, eccessi e aberrazioni” della Resistenza. Quali sono – dunque – gli errori, le colpe, le zone d’ombra, gli eccessi e le aberrazioni? Nessuno dei due si preoccupa di spiegarlo. Certo, i discorsi istituzionali non sono l’occasione propizia per una ricostruzione storica di taglio analitico. Tuttavia entrambi sono perfettamente consapevoli delle conseguenze di una frase allusiva, di un sospetto, di un dubbio non argomentato. Le similitudini non sono casuali. I ghostwriters del presidente del consiglio hanno attinto in modo intenzionale ai discorsi di alte cariche dello stato provenienti da culture politiche radicalmente diverse, addirittura dall’odiata tradizione comunista, per enfatizzare la continuità del discorso pubblico sulla Resistenza e la Liberazione, la sua omogeneità e trasversalità dal punto di vista politico, la sua tendenza alla semplificazione. Ma i discorsi istituzionali hanno davvero un peso rilevante nella costruzione del senso comune storiografico? è chiaro che sono altri i materiali narrativi che fanno presa sull’immaginario collettivo. Ma singoli brani di questi discorsi vengono decontestualizzati e rilanciati, commentati, amplificati dagli addomesticati salotti televisivi e dalle conformiste redazioni giornalistiche (Antonio Tabucchi trovò parecchi ostacoli per pubblicare in Italia un commento critico al discorso di Ciampi), e quindi entrano a far parte di un circuito comunicativo ben più ampio rispetto a quello tendenzialmente autoreferenziale presidiato dai commentatori politici. All’interno di questo circuito, l’uso politico della storia si è fatto negli ultimi anni più scoperto e aggressivo, ma non si tratta di un’operazione inedita. Basti pensare, per rimanere nei confini del nostro argomento, alla retorica della guerra patriottica e unitaria costruita dalla sinistra comunista intorno alla Resistenza, e all’ostilità con cui gli ultimi esponenti del Pci avversarono l’analisi critica compiuta da Claudio Pavone nel libro “Una guerra civile”, pubblicato nel 1991. Ora che il Pci ha cessato di esistere, e con lui tutti i partiti di quello che fu a lungo definito l’“arco costituzionale”, la sinistra ha abbandonato il campo, come se il patrimonio storico della Resistenza non possa sopravvivere ai soggetti che ne sono stati artefici, non debba divenire un patrimonio condiviso e riconosciuto come fondamento dello stato post-fascista. è un atteggiamento che annulla le differenze e affoga il passato nel mare dell’indistinzione. I discorsi citati lo dimostrano. In diverse occasioni, esponenti delle destra e della sinistra hanno mostrato di riconoscersi in una lettura della guerra civile che è molto distante da quella tracciata da Pavone. Il loro obiettivo non è quello di porre l’accento sull’etica della scelta, sulla diffusione nella società di valori antitetici a quelli dominanti nel ventennio fascista, ma di equiparare due fronti contrapposti, di riconoscere e legittimare le ragioni di ciascuno. Come ogni rappresentazione che si rispetti, anche quella andata in scena nella devastata Onna ha i suoi protagonisti e le sue comparse. Tra queste ultime, il segretario del Partito democratico, che ha “sfidato” il presidente del consiglio a partecipare per la prima volta alle celebrazioni del 25 aprile, e poi – travolto dal successo mediatico del suo avversario, da lui stesso favorito attraverso una enfatizzazione preventiva dell’evento – ha cercato di correre ai ripari tentando di accreditare se stesso come l’artefice di una illusoria “svolta democratica” di Berlusconi. Non ha compreso che, in realtà, si è trattato di un ulteriore, forse definitivo suggello istituzionale a una mutazione del discorso pubblico sulla nostra storia che è iniziato molti anni fa. Berlusconi ne ha assicurato il monopolio a se stesso e alla sua parte politica, ma si è appropriato di un discorso che non ha scritto da solo. La sinistra ne è stata in qualche modo partecipe e complice, sia quando mandava in avanscoperta alcuni suoi prestigiosi esponenti a rincorrere argomenti che avrebbero invece dovuto contrastare, sia quando assisteva in silenzio alla riscrittura strumentale del passato. La vera novità del discorso di Berlusconi sta nella proposta di cambiare il nome alla festa: non più festa della Liberazione, ma festa della Libertà. Liberazione, a suo avviso, contiene un carattere di contrapposizione e divisione, mentre ora i tempi sono maturi per unire. Il cerchio si chiude. Una volta equiparati fascisti e antifascisti, vittime e carnefici, bisogna fare ancora un piccolo passo: liberare l’anniversario dal legame con un avvenimento storico e fondante per l’identità nazionale, e trasformarlo nella celebrazione di un valore universale e astratto. E al presidente, così attento all’uso del marketing nella pratica politica, non è certo sfuggita l’opportunità di sfruttare a proprio vantaggio l’assonanza tra il nome della nuova festa e quella del nuovo partito di cui è leader-proprietario. Chi avrà più titoli per celebrare il prossimo 25 aprile, se non il Popolo della libertà? Mauro Boarelli |
