| B. (=Berlusconi) e P. (= Paradigma) |
| di Vinicio Albanesi |
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Scrivere qualcosa su B. (= Berlusconi) ha senso se si riflette su P. (= Paradigma). Ciò permette di sottrarsi a giudizi personali, cadendo nelle facili battute di cronaca e di gossip, facendo invece attenzione alle caratteristiche di un paradigma diffuso.
Quando qualcuno arriva al potere, si attiva l’icona dei self made men. è un immaginario recente, la cui base è costituita dal possesso di beni: denari, ville, aerei, barche… Chi ne possiede molti è fortunato, ammirato, invidiato, degno di lode. Appositi elenchi aggiornano le graduatorie: il vincitore è il più ricco. Come abbia accumulato ricchezza, dove, quando, perché non ha più senso. La ricchezza è l’assoluto. Come per ogni agiografia si esaltano i successi e si tacciono le zone d’ombra. Possedere infatti è il supremo obiettivo della realizzazione di sé: l’apparire, il disporre, il decidere derivano di conseguenza. L’icona dunque è positiva, ammirevole, da proporre alle nuove generazioni. A differenza di chi è eroe, martire, scienziato, il ricco è misurabile quantitativamente e la quantità di beni giustifica ogni altro aspetto della personalità, collocandolo nel posto adeguato tra altri ricchi. Termina di essere persona per diventare gestore di beni. La cosificazione della vita permette a chi è ricco di infrangere ogni regola: personale, sociale, di tradizione, di cultura. La stessa legge viene piegata – a volte con fatica – perché non persegua chi ha ricchezza. I nostri codici civili e penali sono esimi esempi di come la legge è scritta da potenti per tutelare se stessi. Nel caso di P. la regola vale ancora di più. Mille clausole e mille sotterfugi permetteranno di non essere uguali di fronte alla legge. Con l’unica spiegazione che chi è ricco è al di sopra della legge. Invocare moralità, rispetto delle regole, sincerità, lealtà significa far finta di non aver capito la posta in gioco. Le regole dell’uguaglianza, della moralità pubblica e privata, del rispetto della legge sono già state abbondantemente infrante nel diventare ricco. Non a caso il desiderio di ricchezza è stata definito idolatria (San Paolo). Se tale desiderio è dio, tutto il resto viene dopo e a lui è sottomesso. Nell’idolatria dei beni ogni relazione umana viene cosificata: cessano le regole del rispetto, della pari dignità, della relazione umana. L’autista diventa cosa come l’automobile che guida, la donna diventa strumento dei propri desideri; i collaboratori sono macchine che accrescono ricchezza, le relazioni sono occasione di contratti. Non ha importanza che siano persone: sono funzionali all’idolatria che si insegue. Nell’esaltazione di onnipotenza non è raro il caso di cadere in forme patetiche: il combattere il tempo, il nascondere l’ignoranza, l’apparire generoso, il voler essere spiritoso. Sono forme puerili per riacquistare pezzi del proprio essere ormai frantumato. Il corto circuito nel cervello e nella vita è definitivo. Ogni aspetto della vita, comprese le emozioni e le relazioni, è inquinato nella visione degli averi. A questo punto occorre una pausa. Non si comprende bene se la visione della vita, quale sfida per il cumulo di ricchezza, sia ammirata o deprecata. Se ammirata, suonano stonate le note del richiamo al rispetto della civile convivenza. Chiunque lavori con onestà e costanza, al termine della propria vita, possederà, ben che vada, la casa dove abita. Se ha un’enormità di ricchezza, la domanda ovvia è a chi è stata sottratta per essere ammassata su di sé. Eludendo questa domanda si cade in una specie di moralismo di basso profilo, perché si ammira chi ha ottenuto beni e contemporaneamente si chiede a lui di rinunciarvi. Non solo non è possibile, ma è un non senso: nella scala dei valori della vita, ogni qualità ha una precisa collocazione. Se tale scala è stata manomessa, non è possibile ripristinarla, senza distruggere quanto è stato costruito. Le virtù sono tali perché sono percepite come riferimenti. Non si possono invocare virtù a chi le ha distrutte. La reazione sarà quella dell’incomprensione, della cattiveria altrui, dell’invidia, del complotto. Si può concludere questa prima parte affermando che B. è perfettamente simile a P.: percorsi di vita, atteggiamenti, manifestazioni sono in linea con quanto ogni P. fa nella vita. Differenziarlo non vale. Si comporta esattamente come qualsiasi P. Né si può chiedere a lui di essere diverso. Le reazioni di P. al possesso dei beni possono avere molti percorsi. C’è chi fugge dai beni messi insieme, chi si ostina a cumularne all’infinito, chi infine tende ad accrescerne, differenziandone la specie. Nel caso di B. probabilmente due sono state le cause che hanno permesso che al cumulo dei beni si aggiungesse il consenso per le ricchezze accumulate: la non sufficiente ricchezza, la frequentazione dell’arena politica, origine della sua ricchezza. Chi ha raggiunto una elevata quantità di beni, vive per accrescerli, per mantenerli, per renderli stabili. Molti P. hanno trascorso la vita con questa unica ossessione. Sono morti, avendo vissuto fino in fondo il pezzo idolatrico dei loro interessi. Non è mancato chi, ai beni cumulati, ha voluto aggiungere qualcosa di più: la pretesa di adottare strumenti e regole che, essendo state valide per il cumulo delle ricchezze, fossero altrettanto valide per la gestione della vita di un intero paese. Diversi P. hanno tentato il consenso politico. B. ha percorso questa strada. Applicando alla politica le regole del cumulo dei beni, la visione generale della gestione della cosa pubblica ha precisi paletti da cui non transigere: così farebbe qualsiasi P. La vita collettiva, prima di tutto, non deve nuocere alla propria azienda; per quanto possibile deve essere occasione di crescita e di sviluppo. L’attenzione all’altro è parte integrante del proprio interesse. Non si può chiedere a nessun P. di rinunciare alla ragione della propria vita. Chi afferma il contrario è solo ed esclusivamente l’interessato o chi, grazie a lui, sopravvive. Se esistono terzi che hanno dubbi sono degli sciocchi. Non hanno compreso che cosa significa cumulare ricchezza e come non possono esserci eccezioni nel modo di procurarsele. Il contenuto di ogni azione politica porta dunque direttamente o indirettamente al proprio arricchimento. Regola vorrebbe che chi ha interessi nel cumulare ricchezza è inadeguato a tutelare gli interessi di tutti: prima che materialmente, concettualmente. È pericoloso, inadatto, incapace di perseguire il bene comune. Che poi un popolo, nonostante tutto, lo scelga per essere rappresentato, è altro problema. Il consenso ottenuto aggiunge qualcosa al soddisfacimento derivante dai beni posseduti. Invece di essere odiati per le ricchezze, qualche P. chiede di essere amato. Per ottenere consenso, ogni P. conosce bene quali sono le regole da seguire. Sono sostanzialmente quattro. La prima consiste nel far sognare ricchezza per tutti. I beni materiali sono un fascino: rompere ogni indugio per affermare che tutti possono diventare ricchi. Occorre ripeterlo all’infinito, contro ogni evidenza e concretezza. La seconda regola consiste nel far credere che il popolo è l’unica preoccupazione di chi è capo della gestione: non importa scoprire se è vero o falso. Occorre farlo credere. La terza regola è affermare che si è capaci di ottenere risultati: come nella vita privata. Infine avere beni e strumenti adeguati per far conoscere i propri obiettivi. Applicando queste regole i risultati si ottengono. Prima di tutto una miriade di nullafacenti vorranno contribuire alla realizzazione del sogno, giurando obbedienza e rispetto. Il progetto si allargherà e diventerà operativo. Il popolo seguirà il sogno e garantirà consenso. Per ottenere risultati sarà necessario non avere dubbi e rimpianti. Le mezze verità, le menzogne, le cose nascoste sono strumenti necessari per garantire adesione. Non sono, per chi le adopera, delle cose negative: sono strumenti necessari per ottenere risultati. L’interesse primario della gestione non è più un progetto per tutelare dignità, parità, rispetto dei diritti, ma semplicemente mantenere consenso. Sfacciatamente, prima di ogni altro interesse. Le relazioni, gli obiettivi primari, le scelte economiche e politiche saranno dettate dai due cardini dell’azione di P.: arricchirsi, godendo del consenso. Cercare altre finalità è fuorviante. Non esistono, perché non possono esistere. Il motivo della finzione letteraria di B. (= Berlusconi) e P. (= Paradigma) è dettato da una domanda che non riguarda solo una persona e la sua attuale funzione nella vita dell’Italia, ma riguarda un intero popolo che si è affidato a un “mostro” che distruggerà ogni traccia di bene comune, di rispetto, di lealtà e di solidarietà. Solo questa domanda ha senso. Se infatti la democrazia è espressione di consenso, tramite consultazione popolare, non c’è alcun dubbio che liberamente il popolo italiano ha scelto di farsi guidare da chi oggi è a capo dell’esecutivo. La domanda pregnante è perché. Tentiamo una risposta. La prima risposta si riferisce all’inquinamento delle radici della vita individuale e collettiva. Le culture di riferimento della vita “morale” si sono inquinate: il cattolicesimo, il liberalismo, il socialismo hanno falde acquifere oramai inutilizzabili. I motivi del deterioramento sono molteplici. Di fatto il benessere è individuato oggi nel possesso dei beni. Quelli basici prima di tutto: abitazione, salute, scuola, comunicazione, ma anche quelli superflui. Il ben-essere è diventato avere. Si è felici se si possiede. La tendenza è stata chiamata secolarizzazione: più opportuno chiamarla materialità. L’occidente tutto è percorso da uno schema che sembra inarrestabile: sia nell’opulenza, che nella crisi. Si sta bene se si possiede. Poiché il desiderio di “possedere” è infinito, le risorse da accumulare debbono essere altrettanto infinite. Il mito della ricchezza sembra indistruttibile: per il presente e per il futuro. Lo schema di convivenza, ridotte le forme primarie della solidarietà (famiglia, quartiere, città) è tutto improntato sugli strumenti di possesso: per vivere e per sopravvivere. La spirale parte dai bisogni primari: consumare-produrre-rimanere ricchi, per arrivare alle prospettive fantastiche di futuro. Il ricco è invidiato, ritenuto capace e ritenuto felice. Chi offre ricchezza (vera o virtuale) è un buon messaggero. La seconda risposta si riferisce alla solitudine. Prima di tutto di pensiero. Ognuno è arbitro della propria storia. Non soltanto in termini di coscienza, ma anche di riferimento. Le sintesi sono frutto della propria elaborazione. Gli elementi che le compongono sono le più disparate; non sono omogenee e soprattutto si riferiscono a mondi e culture diverse, contraddittorie, con il risultato di essere affidate alla propria sintesi. Non c’è separazione tra verità e menzogna, tra lealtà e scorrettezza, tra egoismo e solidarietà. Ciascuno è arbitro della propria vita in modo assoluto, dimenticando storia e riferimenti. Chi si propone con una propria sintesi non è ritenuto inidoneo e inaffidabile: può dire e fare ciò che vuole. Le contraddizioni non vengono giudicate come tali, perché ognuno è portatore di contraddizione. Nella vita privata e pubblica può agire senza ritegni: è l’immagine riflessa di ognuno. La terza risposta riguarda la distruzione dei legami sociali. Sono saltati i vincoli di vicinanza, di parentela, addirittura di famiglia. Ciascuno è solo al mondo e deve badare a se stesso. Non ha senso riferirsi a chi è accanto, perché non sarà portatore di aiuto. Tante vale arrangiarsi, tutelare il proprio patrimonio e le proprie riserve, diffidare di chi si dichiara amico. Avere terrore di chi è straniero. Il risultato di queste tre grandi aree di crisi ha prodotto il paradigma di chi incarna le attese oggi vigenti. Di chi promette ricchezza, di chi è portatore di una propria sintesi, di chi diffida della solidarietà. B. è esattamente il frutto del popolo che lo ha eletto. La crisi della democrazia non si spiega, come troppo spesso viene affermato, dalla rappresentanza inadeguata di un popolo, ma dalla scelta cosciente e deliberata di un intero paese che ha perduto i riferimenti fondanti la propria convivenza. O meglio: ha investito le proprie speranze in sintesi che tutelino il proprio modo di agire. Appellarsi ad antichi valori è ininfluente: non sono oggi vissuti perché ritenuti non adeguati. La crisi dell’occidente è molto più profonda di quanto si immagini: la rappresentanza politica è il risultato e non la premessa della crisi. Basterebbe prestare più attenzione ai temi eticamente sensibili, al federalismo, al welfare, alla finanza, alla fiscalità, all’organizzazione dello stato per capire che è in atto il risultato di premesse culturali e antropologiche di un popolo che vuole possedere, badare a se stesso, rinunciando alle regole basiche della convivenza. B. e P. sono l’esasperazione di un modo di concepire la vita largamente condiviso. Vinicio Albanesi |
