Archivio 2009 Agosto/Settembre - N. 110/111 Per Giorgio Falco, il bene non abita più qui
Per Giorgio Falco, il bene non abita più qui
di Marcello Benfante   
Una malinconia depressiva aleggia nei racconti che compongono “L’ubicazione del bene” (Einaudi Stile Libero) di Giorgio Falco. Sono nove storie di ordinaria alienazione provinciale, nove exempla di quotidiana frustrazione. Ma cuciti dal filo rosso della collocazione geo-sociale, i singoli frammenti si compattano in una specie di romanzo di una piccola comunità disgregata e disperata, prigioniera di un benessere fittizio, in cui la vita è solo un automatismo svuotato di senso e “la morte sembra un’anomalia abusiva”.
“L’ubicazione del bene”, che è anche il titolo di uno dei racconti-capitoli, si riferisce a un appartamento pignorato e messo all’asta. Dalla burocratica relazione di un geometra apprendiamo che l’immobile è ubicato a Cortesforza, un comune della provincia di Milano che conta 1574 abitanti in una superficie di 3,9 chilometri quadrati. Ma l’espressione ha una sua suggestiva ambiguità che dalle certezze catastali di un ambito tecnico-logistico ci consegna alle inquietudini metafisiche di un ambito morale. Dove sia collocato il bene, ovvero un senso etico o soltanto civico del vivere, è un assai più angoscioso problema in una dimensione segregata e al tempo stesso globalizzata come Cortesforza, che dista diciotto minuti da Milano e sette ore da New York, ma è un non-luogo ove il bene della vita e bene dell’intelletto non sono meno labili e utopici di quell’altro bene la cui sede è la coscienza.
Perduto l’“ubi consistam” di un’essenziale solidarietà col prossimo su cui basare le relazioni interpersonali, gli individui spersonalizzati di Giorgio Falco appaiono smarriti nonostante la cinica maschera di pragmatismo che hanno meccanicamente indossato. Una certa agiatezza settentrionale sembra spettare a tutti in questa periferia americanizzata fatta di villette a schiera e giardinetti per il barbecue, ma è sempre un percorso da equilibrista in bilico tra una precaria prosperità e un’indigenza sempre incombente. Il carrierismo, la competizione, il mito dell’intraprendenza imprenditoriale costituiscono l’azzardo in cui ciascuno mette in gioco un’esistenza senza altre prospettive in quell’agone crudele che è il luogo di lavoro, l’ufficio, la ditta, ove ogni confessione di debolezza o di inadeguatezza si converte in martirio.
Il matrimonio e la famiglia si rivelano succursali dei mattatoi lavorativi. Vi presiedono le stesse logiche di sopraffazione e di persecuzione. Lo scontro tra le parti in causa non solo è inevitabile, ma è l’essenza stessa del rapporto. Perfino il sesso, esaurito ogni slancio sentimentale o istintivo, si è ridotto a mera industria, in ri/produzione progettata (“il prossimo anno mettiamo in cantiere un figlio”).
Un egoismo narcisista quanto masochista condanna ciascuno alla demenza dei naufraghi. Per illudersi di sfuggire alla solitudine non restano che gli animali, ma essi stessi sono ormai merci che si collocano, non senza problemi di gestione, nel mercato degli affetti. Cani, gatti, pesci o serpenti, al pari degli elettrodomestici, appartengono a queste patetiche case di bambole di un ceto medio disamorato e narcotizzato dalla noia come oggetti inerti da accudire con ordinaria manutenzione o, quando cedono gli ultimi vincoli sociali, seviziare con delirante livore. La nostalgia zoologica si ferma alla mera aggregazione dell’animale domestico, spesso in forma di surrogato della prole, in un nucleo familiare in stato di avanzata decomposizione, mentre intorno echeggiano gli spari surreali dei cacciatori, le lepri vengono schiacciate dai camion sull’asfalto, e ai bambini non resta altro approccio che quello mediatico-spettacolare dei documentari televisivi o dell’insana finzione del Safari-Park.
Ma la bestia è soprattutto incubo, minaccia, fobia. Il libro si apre minacciosamente con la sulfurea epifania di un mondo sommerso e ributtante che affiora dagli inferi e dall’inconscio, da un sottosuolo notturno e sepolcrale: sono topi e blatte che contaminano il mondo degli uomini alla ricerca di cibo. E dall’alto giungono piccioni, mentre più nascosto è l’assalto dei vermi, delle zecche, delle pulci. Invisibile ma non meno minaccioso quello degli acari e dei batteri. Insidiati, come gli anacoreti, da un antimondo diabolico, i personaggi di Falco combattono un’inane guerra igienica o cercano di trasformare lo schifoso assedio in una fonte di reddito. La lotta è impari, ma potenzialmente lucrosa: “Ci saranno sempre più topi, sempre più scarafaggi”. Il progresso, lo sviluppo, l’opulenza, portano con sé questo strascico raccapricciante e nauseabondo. Né le tecnologie sono in grado di bonificare ciò di cui la natura irrefrenabilmente torna in possesso. Come le formiche argentine di calviniana memoria, le bianche termiti devastano la “casa dei nostri sogni” di un’ottimista coppietta. Gli umoristici contrattempi di Cary Grant e Myrna Loy si sono strasformati nell’orrore di un’infestazione che tutto travolge, divora ed espelle. E la stessa commedia all’italiana, con le sue truffe e i suoi cialtroni, i medici compiacenti e gli evasori fiscali, è migrata da un Sud arrangione a un Nord forse più infido, ancorché paludato di sprezzante efficientismo.
Superata la soglia dei quarant’anni (“l’età in cui qualcosa della giovinezza sopravvive misteriosamente”) Giorgio Falco si conferma felicemente, dopo “Pausa caffè” (Sironi), un narratore acuto delle esistenze anonime. Il sobborgo di Cortesforza prende forma gradualmente, tra minute descrizioni di infimi particolari, come la foto evanescente di un ricordo in cui il dettaglio affiora su uno sfondo sbiadito. Una lingua asettica, ma con fulminanti cortocircuiti di figure retoriche, accompagna ritmicamente questa analgesica rappresentazione. Di vicenda in vicenda, con variazioni minimali che “indicano solo l’accumulo di amarezza e dolore nel tempo”, si compone una specie di Spoon River di non-morti o di non-vivi a cui è rimasto ben poco da sognare e da raccontare, se non il dubbio stesso di esistere davvero.
Marcello Benfante