| Immigrati: i numeri, i simboli, le persone |
| di Antonio Caponi |
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Gli incivili respingimenti di migranti verso la Libia sono l’ultimo atto della campagna elettorale della Lega. Ampiamente premiata alle europee per la sua linea dura contro l’immigrazione, con tanti voti anche in regioni un tempo insospettabili come quelle del centro Italia. La Lega, e il governo, contro l’immigrazione hanno scelto di condurre una battaglia simbolica più che reale, le cui implicazioni le subiscono soprattutto le persone senza nome rimandate a marcire nei centri di detenzione libici.
A Lampedusa ogni anno arrivavano negli ultimi anni tra i 15 e i 30mila migranti, la metà dei quali chiedeva, e spesso otteneva, l’asilo politico provenendo da paesi in guerra o con regimi repressivi come l’Etiopia e la Somalia. Ma la maggior parte dei migranti arrivano in altro modo in Italia e lo sa chiunque si occupi di immigrazione. Bisogna fare due semplici conti. Nel 2004 la sanatoria che accompagnava la legge Bossi-Fini ha regolarizzato circa 650.000 migranti presenti irregolarmente sul territorio italiano. Le ricerche recenti sull’immigrazione irregolare stimano nel 2008 a circa 600.000 il numero di migranti irregolari in Italia. È un numero realistico, tenendo conto della diffusione del lavoro nero. È un numero che ci dice che, con una certa approssimazione e, considerando coloro che non beneficiarono della sanatoria, in Italia dal 2004 sono arrivati almeno 100.000 irregolari all’anno. Se, infatti, da Lampedusa entravano 20/30.000 persone all’anno, di cui la metà richiedenti asilo, possiamo dunque pensare che da lì sono arrivati solo una minima parte del numero attuale di migranti irregolari. Da dove arrivano tutti gli altri? Nel solo 2007 gli uffici consolari italiani all’estero hanno rilasciato circa 700.000 visti turistici. Il Belpaese merita una visita nella vita, si sa. Probabilmente però molte persone arrivano e non rientrano. Tutto sta nel trovare un ufficio consolare italiano compiacente. In alcuni paesi c’erano e la magistratura ha indagato alcuni funzionari dell’ufficio consolare italiano in Senegal dove per cifre tra i 6 e i 7 mila euro impiegati italiani corrotti vendevano visti turistici. Il conto anche qui è semplice: un impiegato mediamente corrotto vende, ad esempio, 100 visti all’anno. A 7000 euro l’uno sono 700.000 euro, una cifra enorme. Dei 700.000 visti turistici alcuni potrebbero essere stati rilasciati con questa logica. Il numero è così ampio per poterci stare dentro tutto: turismo reale, corruzione, favori, amicizie. Bisognerebbe indagare contro chi lucra sulla pelle dei migranti, come la recente inchiesta della procura di Trieste che ha fatto arrestare alcuni trafficanti di esseri umani che tra i vari pacchetti di viaggio, oltre le stive dei camion, offrivano anche un comodo viaggio in aereo con visto turistico a soli 10 mila euro. Ma in Italia al momento si preferiscono altre strade, come istituire il reato di immigrazione clandestina che, se verrà contestato a tutte le persone senza permesso di soggiorno, farà bloccare definitivamente il già lento lavoro della giustizia. Se i visti turitsti sono il bubbone nascosto dell’immigrazione irregolare verso l’Italia, la strada che proviene dall’est europeo rimane ampiamente la più battuta dai migranti e da chi traffica con le loro speranze. Ogni tanto qualche inchiesta trova che dal porto di Ancona o di Trieste arrivano profughi iracheni, afghani, kurdi. Non sempre vivi, visto il lungo viaggio chiusi nei camion. E poi ci sono le centinaia di migliaia di ucraini, moldavi e russi che hanno in buona parte sostituito il welfare sociale e familiare italiano. Loro arrivano in autobus, la frontiera del territorio europeo la passano molto prima dell’Italia, in Romania. E poi una mazzetta dietro l’altra arrivano fino in Italia. Le loro storie raccontano di 3.000/4.000 euro pagati a trafficanti che assicurano viaggi tranquilli. Di persone nascoste in vario modo, anche, ironia della sorte, nelle casse da morto. Questi dovrebbero essere i fatti, sui quali ogni tanto si accende qualche riflettore della cronaca. Ma non troppo, dato che il dibattito deve essere tenuto fermo sulle immagini dei disgraziati rimandati indietro sulle carrette del mare. Sul paese muscolare che respinge in mare i bisognosi e chiude tutti e due gli occhi sulla realtà. Non avendo neanche il coraggio di affrontare con norme sagge l’ingresso regolare dei lavoratori, come fanno ormai da anni molti altri paesi europei. In Italia si può entrare regolarmente per lavoro solo attraverso le quote per lavoratori stranieri stabilite annualmente dal governo. Secondo questo meccanismo il datore di lavoro fa una richiesta alla questura al buio per un nominativo, da procurarsi da solo, di una persona, senza alcun sostegno per fare delle selezioni all’estero o per tenere in prova l’eventuale lavoratore. Nella realtà accade che negli ultimi anni molte richieste le fanno le imprese gestite da immigrati per far venire loro connazionali o le fanno persone che vogliono regolarizzare immigrati che sono già in Italia irregolarmente e cercano per questa via di regolarizzarsi. L’unico problema è che se la domanda viene accettata l’immigrato teoricamente chiamato dall’estero, ma in realtà irregolare in Italia, deve rientrare in qualche modo nel suo paese, facendo attenzione a non farsi espellere alla frontiera, e andare all’ambasciata italiana a ritirare il nulla osta per il permesso di soggiorno. È un meccanismo pazzesco, e noto a tutti nelle istituzioni. Anche perché ci sono al momento circa 100mila nulla osta giacenti nelle ambasciate italiane perché evidentemente gli immigrati, già in Italia, non riescono a rientrare nel paese d’origine a ritirare il visto per il loro primo, ufficiale, ingresso nel Belpaese. Sembra addirittura che alcune ambasciate straniere in Italia rilascino dei lasciapassare ai loro cittadini per farli rientrare in patria ed evitare il rischio che gli sia apposto sul passaporto un timbro di espulsione. Del resto molte comunità straniere scelgono l’Italia proprio per l’alto tasso di illegalità del paese, anche se, appena possono, cercano di andare altrove. Anche molti di quelli che arrivano con i visti turistici, transitano solo per l’Italia, cercando poi di andare verso altre, e più rassicuranti, destinazioni europee. Intanto in Italia sanno che si può lavorare in nero, che un imprenditore può aggirare le regole e il fisco, che in fondo piccole e grandi irregolarità sono culturalmente tollerate, se non istituzionalizzate. Alcuni piccoli imprenditori cinesi, ad esempio, scelgono l’Italia perché sanno di poter contare su ottimi commercialisti e avvocati – italiani – che possono aiutarli egregiamente nel raggiro delle normative. E dunque trovi spesso che in un capannone di una ditta gestita da immigrati di origine cinese, dove lavorano persone in nero e sottopagate se non minori, la titolarità sia in capo a cinque o sei persone e non sia possibile sequestrare i macchinari a tutti e interrompere l’attività. E che nel tempo necessario agli uffici del lavoro per fare gli accertamenti su un’impresa la proprietà sia già cambiata, i titolari abbiano cambiato residenza e non sia più possibile notificare un atto giudiziario. Le politiche repressive in atto hanno sicuramente un forte effetto deterrente. Ma sono politiche che lavorando solo sui simboli non hanno la capacità di leggere il presente e le storie delle persone protagoniste di queste migrazioni. La storia di un paese che è cambiato e in cui la presenza e il lavoro di milioni di immigrati anima il territorio e la vita sociale. Gli immigrati di seconda generazione sono ormai una realtà in Italia, i nuovi nati stranieri sempre in aumento, le scuole sempre più frequentate da ragazzi di tutto il mondo, alcune delle quali, peraltro, rimangono aperte solo grazie a loro. Come nel piccolo e virtuoso comune di Riace che ha fatto dell’accoglienza la sua bandiera e dove nella scuola elementare su 28 bambini 24 sono di origine straniera, e futuri cittadini italiani e calabresi. Sta però crescendo una generazione di ragazzi di origine straniera che si sente discriminata, stigmatizzata. Che si vede costretta ad affermare e difendere con forza la propria soggettività in un paese che non sa comprendere l’alterità e tantomeno la contaminazione tra persone e culture. Un “effetto banlieue” potrebbe esserci anche in Italia, ma un po’ peggio. In Italia può prendere solo la forma della guerra tra poveri, come con il violento pogrom contro i rom di Ponticelli. O in modo più sottile come in Emilia Romagna dove ci si contende l’accesso allo stato sociale e dove si vota Lega perché ai cittadini di origine straniera vengono assegnate le case popolari o i posti negli asili nido. Mentre la politica, di destra e di sinistra, invece di porsi concretamente il problema di come disegnare il welfare transnazionale di un Europa sempre più ampia e che sarà sempre più interessata dalle migrazioni, gioca con il fuoco, con le paure e le incertezze. Antonio Caponi |
