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Lettera dall’Iran Era il maggio 1987, l’Iran era in guerra, l’isolamento internazionale era compatto, la Repubblica islamica era ai ferri corti con tutti e rifornirsi di armi contro l’esercito di Saddam Hussein era impossibile. Fra le case di Teheran i ragazzi dei movimenti di sinistra, gli studenti e i giornalisti sparivano uno dopo l’altro, portati via fra le mura del carcere di Evian. A tacere, su quasi ottomila “desaparecidos”, c’era un premier di nome Mir Hossein Moussavi, forte dell’appoggio di un’eminenza grigia, un certo ayatollah Akhbar Hashemi Rafsanjani, ufficialmente Presidente del Parlamento.
Un uomo che in quegli anni cominciava lentamente a stabilire una sua corrente politica all’interno dell’establishment, quella cosiddetta “riformista”, ma soprattutto una rete di interessi economici da capogiro: svendeva in America gli appartamenti dello scià deposto, si aggiudicava il controllo dei proventi del petrolio nazionalizzato, affidava al resto della famiglia partecipazioni e imprese, apriva fondi di carità e rilevava santuari e catene di pellegrinaggio. Faceva in fretta perché sapeva di avere i giorni contati. Il suo compagno di rivoluzione, l’ayatollah Khomeini, non stava più molto bene. Successore designato per lo scranno di Guida Suprema della Repubblica Islamica, il grande ayatollah Ali Montazeri: un progressista, che con gli anni cominciava a parlare di legalizzazione dei partiti, di laicità, di diritti delle donne, di aperture con l’Occidente, ma soprattutto si fregiava di denunciare corruzione e repressione contro l’opposizione interna. Fuori dai confini nazionali, l’Unione sovietica faceva paura e nel Libano imploso sotto gli occhi del Medio oriente i guardiani della Rivoluzione Iraniana continuavano a foraggiare paramilitari sciiti e islamisti sunniti che nascondevano nei sobborghi di Beirut decine di ostaggi occidentali. Fu quel 6 maggio 1987 che, da tutt’altra parte, il Generale maggiore dell’aviazione statunitense Richard Secord giurò di dire tutta la verità, nient’altro che la verità. “Avevamo finito i soldi. Volevamo supportare i Contras nicaraguensi contro il governo sandinista. Il presidente Reagan lo sapeva.” E così scoppia lo scandalo Iran-Contra: da un lato c’è un certo Simon Peres, in Israele, che accetta di vendere sovrapprezzo una partita di armi all’Iran, in difficoltà contro l’Iraq per via dell’embargo militare cui è sottoposto. Dall’altro in Usa c’è chi raccoglie i fondi per mandarli in Nicaragua. E in fondo alla catena c’è un personaggio estremamente ambiguo, un certo Manucher Ghorbanifar, armatore azzeccagarbugli, che sembra avere tutti i contatti giusti all’interno del governo iraniano. Copertura per la transazione: convincere l’Iran a trattare a Beirut per il rilascio di sei ostaggi americani in mano, si pensa, ai miliziani di Hezbollah. La festa di dollari e spedizioni di missili continua finché l’ex dirigente dei Pasdaran non rivela tutto l’affare alla stampa. Mette nei guai l’allora presidente Reagan, il suo vice George Bush sr, il consiglio di sicurezza nazionale Usa, ma soprattutto mette nei guai gli “amici” dell’iraniano Ghorbanifar. Uno è il premier Mir Hossein Moussavi. L’altro è l’intoccabile Akhbar Hashemi Rafsanjani. L’uomo che ha parlato troppo si chiama Mehdi Hashemi ed è vicino, fin troppo, al grande ayatollah Ali Montazeri. Hashemi finisce giustiziato, Montazeri sparisce dalle scene e si rassegna agli arresti domiciliari. Ruhollah Khomeini muore poco dopo ma prima designa un oscuro religioso di medio rango, Ali Khamenei, al posto di Montazeri. Tanto basta per salvare gli altri due: Rafsanjani ne esce intatto, Moussavi viene scagionato. Ironie della storia iraniana. Venti anni dopo, l’ex-premier Moussavi marcia per le strade di Teheran con la sua miglior faccia di circostanza urlando contro la Guida Suprema Ali Khamenei. Moussavi è adesso il nuovo eroe che si batte contro il regime, mentre Khamenei è quello che ha riconosciuto la vittoria del candidato alle presidenza iraniana e rivale di Moussavi, Mahmoud Ahmadinejad. Ahmadinejad è un duro della nuova guardia Pasdaran, uno che ha battuto province e campagne per anni distribuendo patate e abbracciando bambini, guadagnandosi voti ovunque mentre Moussavi girava per le piazze di Teheran accattivandosi classe media e simpatie occidentali. Ahmadinejad batte Moussavi in diretta televisiva, il giorno in cui denuncia la corruzione del protettore del rivale riformista – ovvero l’onnipotente Akhbar Rafsanjani, detto “lo Squalo”. Quando Moussavi perde ai seggi, rifiuta il risultato. Accusa Ahmadinejad di frode. I media internazionali salgono sul carro, i ragazzi di Teheran scendono in strada, i paramilitari attaccano, e nel giro di pochi giorni l’Iran è nel caos, il regime vacilla, il carcere di Evian si riempie di nuovo, gli obitori anche, la stampa è oscurata e intanto, discretamente, Akhbar Rafsanjani comincia a raccogliere firme nel clero per sfiduciare Khamenei. Nel resto del Medio oriente, Israele esulta e i paesi arabi parlano subito di complotto occidentale. I paralleli saltano da un dito all’altro: dall’Ucraina alla Georgia, dalla Rivoluzione arancione a quella dei cedri, gli esempi di rivoluzione “pilotata” con lo zampino americano non mancano. Il Libano ad esempio, di rivoluzioni “a contratto”, ne sa qualcosa; quando, nel febbraio 2005, l’ex premier Rafiq Hariri venne ucciso da un’esplosione mai rivendicata, la massiccia campagna che portò alla “Primavera libanese”, attirando un milione di manifestanti che chiesero e ottennero il ritiro delle truppe siriane dal paese, fu tutta opera della Saatchi & Saatchi, l’agenzia pubblicitaria che da anni opera da Beirut in tutto il Medio oriente gestendo budget stellari con clienti rigorosamente anonimi ma facilmente intuibili. Advertisement contractors che dopo aver creato in Libano il partito anti-Hezbollah “Future Movement”, dopo aver ideato la campagna d’immagine delle elezioni irachene del 2005, dopo aver disegnato la cartellonistica per celebrare la salita al trono del re di Giordania Abdallah Hashemi, in queste settimane sta lavorando a una serie di spot dal costo miliardario da trasmettere – guarda un po’ – nelle zone pashtun fra Afghanistan e Pakistan. Niente è quello che sembra? Non proprio. Non bastano la Cia e qualche decina di milioni di dollari per convincere un privato cittadino a scendere in strada e morire per una rivoluzione. Così come la Rivoluzione dei cedri esplose dopo venticinque anni di presenza militare siriana, così le strade di Teheran, Isfahan, Shiraz e decine di altri centri urbani sono state invase dal malcontento di chi ormai ha ben poco da perdere. Accanto a intellettuali, rivoluzionari della prima ora, e movimenti femministi storici, c’era soprattutto l’ultima generazione iraniana. La più giovane, la più frustrata, in un paese talmente impoverito che la classe sociale è tornata a decretare nascita vita e morte come ai tempi dello scià. Ragazzi magari non politicizzati come gli studenti delle proteste del ’99, ma sicuramente con meno prospettive. Sono giovani in un paese in cui il divertimento ha il prezzo della clandestinità, le strade muoiono alle dieci di sera, il lavoro non c’è e i posti universitari sono riservati ai soliti ignoti. Il resto, il nucleare che porterà più elettricità (perché così lo si presenta in casa: la storia delle testate contro Israele è puro vaudeville riservato esclusivamente ai pulpiti stranieri), la causa palestinese e il nemico sionista, l’America che è il grande Satana e i fratelli sciiti oppressi nel mondo arabo – sono tutti argomenti che non li interessano minimamente. Il problema è il qui, l’adesso, la nazione iraniana, i soldi del petrolio che spariscono, la privatizzazione sui generis che ha tolto persino il diritto al ricovero in ospedale, le scuole che non funzionano e la libertà che non c’è. È vero: all’inizio, in strada, ci sono scesi i figli della media borghesia di Teheran nord, e probabilmente il nocciolo degli affiliati ai partiti riformisti. Ma poi c’è stata la linea dura scelta da Ali Khamenei, gli arresti dei capofila riformisti come di passanti e malcapitati, il black out mediatico che ha frammentato rabbia, verità e leggende; e la repressione del Basij, i corpi volontari dei fedelissimi della Guida Suprema. Le circostanze hanno preso quindi una piega diversa. Le proteste sono scese dal Nord al Centro della città, e da piazza Firdaus fino al cuore del supporto ad Ahmadinejad, Teheran Sud, con sporadici sit in davanti al bazar. Fuori dalla capitale, questioni irrisolte come lo sfruttamento del petrolio nelle zone arabe della Repubblica, lo scontro con i baluci delle province del sud est, la questione curda sono pronte a riesplodere da un momento all’altro, come pure le numerosissime proteste di operai e braccianti da sempre messe a tacere. Il paese è spaccato e per le strade la folla sembra pronta a tutto. Che non si parli di rovesciare la Repubblica Islamica. La maggioranza non sembra pronta a rinunciare ai vecchi ideali della rivoluzione del ’79, e i ragazzi hanno finora passato le notti a cantare “Allahu Akbar” sui tetti di Teheran per protestare contro gli arresti. Tutti sono insoddisfatti dalla gestione del paese. Ma è poco chiaro cosa e chi vogliano. Moussavi non è un leader: gioca il suo gioco, difende i suoi, ma è pur sempre un uomo dell’establishment. In troppi ne ricordano il passato di premier. E, comunque, Moussavi non ha certo il carisma dell’ex presidente Khamenei. Altri leader, troppo radicali o politicizzati, altri discorsi, sarebbero poco comprensibili per i rivoluzionari dell’ultim’ora. Probabilmente ci vorranno anni perché la frustrazione dei ragazzi di Teheran, dopo aver imparato a organizzarsi, trovi anche un obiettivo comune. Nel frattempo Ahmadinejad, al lavoro per il prossimo governo da nominare entro agosto, è già un morto che cammina. Non lo vogliono i ragazzi per strada, non lo vogliono i pasdaran diventati businessmen, non lo vuole il resto del mondo. Moussavi, troppo compromesso dopo aver condotto la sua battaglia personale contro tutto e tutti, finirà sacrificato in qualche angolo della storia, e se non in carcere quantomeno allontanato dalle scene. Se le proteste della “rivoluzione di Neda” dovessero andare avanti come l’inizio di luglio ha lasciato presagire, magari radicalizzandosi, l’unico esito che sembra plausibile è quello delle rivoluzioni che finiscono più indietro di dove erano cominciate: con un semplice cambio di guardia e qualche centinaio di morti. La Repubblica islamica avrà magari una faccia più occidentale, più amica. Tutta questa faccenda andrà dimenticata, e tanto più per gli iraniani tornati fra le grinfie del gran burattinaio miliardario, lo Squalo, l’Eminenza Grigia Akhbar Hashemi Rafsanjani. Ma, intanto, la rivoluzione ha ancora il suo eroe (anzi eroina), la giovane Neda. E una prima richiesta, una sola, l’unica molto chiara: il benservito ad Ahmadinejad, e soprattutto la sostituzione della Guida Suprema Ali Khamenei. Per riprendere il controllo del paese, Rafsanjani dovrà per forza cedere al compromesso: l’onda dei ragazzi di Teheran gli ha lasciato margine di manovra, ma qualche cosa andrà pur concesso. Peccato che quei ragazzi abbiano già portato in strada sui loro cartelli, a grandi lettere, il nome del grande ayatollah che vorrebbero alla guida del paese. Ironia della storia iraniana, quel nome è Ali Montazeri. Annalena Di Giovanni |