Archivio 2009 Agosto/Settembre - N. 110/111 La mia vita, disegnata proprio male...
La mia vita, disegnata proprio male...
di GiPi   

“Gli asini” sono una sezione di “Lo straniero” che compare quando ne emerge la necessità, più facilmente affronta temi pedagogico sociali, ma volentieri si occupa di opere e artisti capaci di attraversare la realtà e di riaprire visioni bloccate. Un affollato incontro a Firenze il 19 maggio tra Fofi e Gipi, è stato un’altra occasione per passare, dalla pagina che racconta, alla scelta di riunirsi. Avvicinandosi alle cose, si incontrano artisti che stanano un tessuto sotterraneo fresco e vivace: in questo caso ragazze e ragazzi fiorentini, dell’“onda” ma per fortuna oltre l’onda.

Il desiderio che affiora è di occasioni fuori dall’aperitivo e dal vernissage, di artisti e pubblico che comprendano la preziosità di incontri fuori dal canone festivalizio-televisivo. Gli ingredienti sono semplici: curiosità, rispetto e attenzione sono la premessa, la voglia di riunirsi è la conseguenza da assecondare, e così si deve provare a fare.
L’intervento di Gipi è diventato un articolo dove si sgombra il campo dagli equivoci: l’opera è frutto della “(dis)affezione per se stesso” e per la propria storia e mai il risultato delle “gratificazioni degli amici”. Il centro del discorso è stata una riflessione, inattuale e straniante, sulle scelte dell’arte, ma anche sulla difficoltà di ognuno a capire e rappresentare se stesso e il proprio contesto di vita. Il linguaggio di Gipi è fisico e diretto, le parole sono scremate ed essenziali, la “tavola” lo specchio più fedele possibile delle sfide quotidiane. Cadono malintesi e strattonamenti e nella rarefazione e nella limpidezza del segno sopravvive la politica.
“LMVDM La mia vita disegnata male” (Coconino) è una lezione sulla percezione del paesaggio che ci circonda e sulla qualità delle nostre reazioni, sulle situazioni in cui ci facciamo cogliere volentieri alla sprovvista da un potente senso di possibilità. Sono momenti in cui accettiamo di stupirci, cedendo a uno stato della percezione acritico, rispettoso della bellezza. Gipi non si ferma a un paesaggio immediato ed è proprio su questo che la sua opera sorpassa la realtà e non la abbandona, il viaggio al termine di “LMVDM” porta a scoprire che “c’era amore dappertutto” e il paesaggio di bellezza è uno schiaffo alla percezione, è la metropolitana affollata. La mia vita disegnata male parla chiaro, nessuna delle tavole si adagia oppure si consola, nessuna tavola è in fuga, sono pagine di un esploratore che ci chiede di darci una svegliata. (Nicola Ruganti)

Ciechi gli occhi e muti gli orecchi
Mi sono reso conto che è il primo incontro con il pubblico in cui parlo di “LMVDM. La mia vita disegnata male”: ho fatto circa venticinque spettacoli leggendo-recitando accompagnato dalla proiezione delle tavole e da due musicisti, sono andato in televisione per un’intervista che mi ha fatto diventare una starlette, ma dove non abbiamo parlato del libro. La cosa buffa è che mi trovo a dover ragionare di quest’opera, ora, per la prima volta, da quando il libro è uscito, e non so se lo so fare. Ero anche convinto che a Goffredo avrebbe fatto schifo perché il libro inizia con una scelta opposta alle cose che mi ha insegnato, comincia con una rinuncia di sguardo sul mondo: “Di niente mi interesso ora. Ciechi gli occhi e pure muti gli orecchi e pure”. Non lo avevo mai fatto per nessuna opera, ho chiuso tutto, ho chiuso le finestre, ho deciso di non concentrarmi sulla provincia né sul mondo intorno; ho scelto di guardare solo dentro di me. Quando l’ho finito mi sono detto “questo libro qui a Goffredo gli farà schifissimo”, mi ha fatto piacere poi scoprire il contrario. È un libro molto strano, del quale faccio anche fatica a parlare, degli altri riuscivo sempre a trovare un modo per raccontarli a parole, una chiave per contestualizzarli; con questo è molto difficile.
“LMVDM” è iniziato come uno sfogo, come un delirio: venivo da due anni e mezzo in cui non ero più riuscito a disegnare niente. La forma stessa del romanzo a fumetti, siccome l’avevo usata fino a quel momento, non mi sembrava più adatta a niente, mi sembrava vecchia, mi sembrava inutile. In più in quei due anni e mezzo ero sostanzialmente impazzito, avevo cambiato nazione, avevo imparato una lingua nuova, il francese, che fino a quel momento non mi era mai piaciuta, avevo il mio editore che, chiaramente, mi diceva di continuare sulla via degli altri libri come “Appunti per una storia di guerra” che avevano funzionato. Poi un giorno mi sono ritrovato in casa a Parigi a perdere letteralmente il cervello e a mettermi al tavolino, arrabbiato per una stupidaggine, e mi è uscita fuori questa roba. Tutto il libro è stato fatto improvvisando dall’inizio alla fine, il lavoro che ho sviluppato sull’improvvisazione è un metodo che mi è venuto quando ho fatto S., il libro su mio padre, dove per la prima volta ho deciso di rischiare. Ho tenuto centoventi pagine di improvvisazione che significa non scrivere mai nemmeno un appunto su un altro foglio, ma sempre e tutto direttamente sulle pagine che poi andranno in stampa. In quel caso c’erano dei motivi forti per quella scelta, non volevo fare un lavoro di cura e di attenzione sulla forma di un racconto che parlava di un tema così serio, non volevo farmi bello con la vita e la morte di mio padre. Come si fa a sapere che si lavora senza atteggiarsi, senza “pose”, senza prendere un dolore e farlo diventare un dolore glamour? Io non lo so ancora, tutto quello che so è che non volevo ritrovarmi, a due anni dall’uscita di S. ad accorgermi che avevo sfruttato un dolore mio e della mia famiglia.
Mi sono detto: “tu Gianni non sei una buona persona quindi bisogna che ti inventi una strategia di lavoro che ti porti su dei binari sui quali altrimenti non staresti”. Il metodo di produzione è semplice perché consiste nello scrivere in diretta sulla pagina, senza correggere mai quello che viene scritto e disegnato. Si tratta di accettare una forma del libro più scadente rispetto a quella che avrei potuto ottenere con il lavoro tradizionale, ma molto più vicina agli obiettivi e al senso che volevo trasmettere. Quando sono partito con “LMVDM” mi ero affezionato a questo metodo e gli ho dato fiducia e ho scritto e disegnato senza avere la minima idea di come sarebbe andata a finire. Avevo in mente soltanto l’ultima pagina, non mi riferisco alla pagina finale con la battuta sulle dimensioni del mio pisello, ma la vera ultima pagina del libro, quella dove sono sulla metropolitana e dico “c’era amore dappertutto”, è partito tutto da lì, con questa ossessione.

Davanti alla pagina bianca
Ho parlato spesso dell’adolescenza e della provincia, ma non l’ho mai fatto per motivi etici o politici; ho grosse motivazioni politiche nel mio lavoro, ma le scelte artistiche non dipendono mai da istanze sociali. Ho sempre raccontato della provincia semplicemente perché era l’unica cosa che conoscevo. Sono cresciuto là, sono quei cieli che mi hanno fatto affezionare alla luce e sono quei campi che mi sono rimasti negli occhi. Negli ultimi tre anni sono andato a stare a Parigi, una città in Francia, forse la conoscete. Bellissima: in tre anni non sono riuscito a disegnare niente, non ho fatto neppure uno scorcio di città, non sono mai tornato a casa con l’idea di disegnare un boulevard. Appena tornavo a casa, ogni volta, ridisegnavo i campi dove ero cresciuto. Questa è chiaramente un’ossessione e io lavoro su basi ossessive e non riflessive. Adesso ho quarantacinque anni e mi sono arreso all’idea: quelle ossessioni sono nate quando ero ragazzo e probabilmente non passeranno mai. Non ho fatto altro che raccontare i miei posti e i miei amici, poi un giorno mi sono accorto che, se raccontavo le vicende di un ragazzo che a diciotto anni tirava le cuoia per overdose, stavo raccontando anche qualcos’altro: nel percorso di una disgrazia simile c’è un significato morale, sociale e politico, immagino... ma questa riflessione appartiene a una fase successiva, quando scrivo e racconto lo faccio solo per affezione sentimentale a luoghi e persone. Per “LMVDM” ho fatto una scelta che non avevo mai fatto: ho lavorato per (dis)affezione sentimentale a me stesso. A quarantacinque anni e con uno sfacelo di storie sentimentali alle spalle mi sono messo a riflettere sul rapporto con le donne, sulla mia idea dell’amore: mi sono accorto di non saperlo fare.
Il punto del libro dove sto per iniziare a parlare delle storie d’amore non è un momento di finzione, quella situazione corrisponde a un giorno reale in cui, al tavolino, nel mio lavoro di quotidiana improvvisazione, entra nella storia un personaggio stupidissimo che dice sempre “cazzo”. È un orso antropomorfo, arrivato da non si sa dove (e lasciamo in pace Freud!), che mi dice: “rompi veramente i coglioni, cazzo: amore, morte, malattia... sei un personaggio triste, cazzo... una cazzo di figura triste...”. Quella era la mia voce io mi sentivo così, avevo fatto trenta pagine ed ero ancora lì a parlare del mio pisello che non mi si rizzava, della depressione, dell’epatite cronica, del fatto che morirò, della mia mamma che non mi vuole bene... In quel momento mi sono fatto troppo cacare! Ho iniziato un dialogo con questo personaggio, lui mi diceva di smetterla perché la vita è anche altro, ci sono il sesso, l’amore, i sentimenti; io rispondevo che lo sapevo, ma che tutte quelle cose non ero mai riuscito a raccontarle. Mi sono trovato a iniziare una nuova pagina, a dover parlare di tutto questo e ci son rimasto dodici giorni, mi svegliavo e dicevo: “Dài, Gianni lo sai dio bòno, ora si parla dell’amore... niente, pagina bianca”. Finché ho capito di avere un problemino e mi è partita la storia dei pirati e del loro capitano pazzo.

Fare il furbo in tv, mantenere quello zero virgola di integrità e tornare a casa
Sono rimasto molto sorpreso del successo che ha avuto “La mia vita disegnata male”, anche se successo è una parola relativa nel mondo dei fumetti e tanto è dipeso dall’aver portato le mie orecchione in televisione. Mi sono messo a disegnare senza l’idea della pubblicazione, ho pensato che era roba mia, anche se certamente era pure il mio lavoro e quindi il percorso di pubblicazione era immaginabile e naturale. Quando sono arrivato a due terzi del libro e avevo già il contratto per pubblicarlo sono stato colto dalla disperazione perché ero convinto che nessuno, nemmeno io, avrebbe avuto interesse a leggere quel libro. Il pretesto di “LMVDM” è la debolezza, la più bella scoperta della mia vita. Prima che questo accadesse ero veramente un malvagio, poi sono diventato grande e ho perso quell’idea di forza che hanno i ragazzi, quella sensazione di potenza che fa stare benissimo, ma che, contemporaneamente, è terrificante.
Il mio modo di vedere le cose è cambiato quando una malattia, che mi impediva di fare all’amore con la mia fidanzata, mi ha mandato all’inferno. Da quel momento ho usato quel mio stato di debolezza estrema come partenza, come punto di vista per guardarmi intorno: l’effetto è straniante. Quando i cani litigano quello più debole si mette a pancia sotto, allora l’altro non lo morde più, i lettori mi hanno trovato in una condizione simile, talmente devastata che gli ho fatto (forse) tenerezza, pietà.
Quando sono tornato in hotel dopo essere stato in televisione a fare il furbo ho acceso il computer portatile ho guardato se qualche amico mi aveva scritto una mail: avevo 500 lettere di femmine sconosciute! Lascio perdere l’ipocrisia di fondo di innamorarsi via tv di qualcuno che ha parlato per un’ora del fatto che non gli si rizzava il pisello, c’è invece un dato reale che è pazzesco: più di 500 lettere in una sera. Non ho risposto a nessuna, forse se avessi vent’anni avrei risposto a tutte e iniziato un tour dell’Italia fantastico! La stessa sera sono arrivate anche le lettere degli uomini e sono diventato una sorta di andrologo on-line... Potrebbe sembrare una situazione da ridere, ma alle donne non ho risposto, giuro, a nessuna, gli uomini invece hanno tutti ricevuto una mia mail. (Ho fatto anche un pensiero malvagio che le prime donne che mi avevano scritto erano le fidanzate di quelli che mi hanno scritto dopo.) In una società dominata dai cazzi duri, da YouPorn, dove devi essere un super trombatore, devi essere Nacho Vidal (chi di voi lo conosce?), questi ragazzi anche di 20-25 anni con problemi legati alla prestazione sessuale stanno malissimo, sono all’inferno... ma io sono un disegnatore di fumetti, non un dottore!
A che punto di disastro può arrivare la condizione maschile se chi ha un problema di erezione arriva a chiedere aiuto a me?... un disegnatore di fumetti? Dovrebbe prendere l’elenco, andare alla A di andrologo e parlare con un dottore, io ho fatto così.
Ho raccontato tutto questo per ribadire l’importanza del discorso del libro, che è sulla debolezza, ma che non è di autocommiserazione. Il libro non è assolutamente un’autobiografia, ogni volta che mi è stato chiesto io ho sempre risposto di no, perché mi vengono in mente le tonnellate di autobiografie a fumetti che escono in Francia. Sono noiosissime e tutte uguali: “mi sono svegliato”, “ho messo i panni in lavatrice”, “il suono della lavatrice mi ha ricordato quando ero bambino”, eccetera. Gli elementi autobiografici ci sono, ma non secondo un montaggio temporale, chi non mi conosce leggendo il libro potrebbe pensare “Gipi comincia a raccontare da quando era piccolo, poi da grande ha fatto questo...”, invece non è assolutamente così.
Tutti gli eventi di “LMVDM” sono mescolati: fatti che mi sono successi a quarant’anni accadono quando ne ho venti e viceversa. Non mi è interessato minimamente stare dietro alla realtà, ho avuto solo l’esigenza di riflettere su come diventiamo. Ho voluto capire quello che sono in un momento in cui quel poco di notorietà mi stava sfilacciando lo spirito. Non abbiamo altro che quello, niente altro che la nostra integrità... e quello zero virgola di integrità che avevo mi si stava sbriciolando. In quel momento ho deciso di tornare indietro, e sono tornato indietro anche fisicamente, visto che da tre mesi sto di nuovo in Italia, a casa mia, nel bosco. Sto di nuovo con i miei amici ignoranti che non hanno mai letto nulla di mio.
Tutto nasce dal mio desiderio di essere una buona persona, ma come si fa a essere una buona persona? Tutti gli stronzi che ci sono al mondo sono nati con la volontà di diventarlo? Vivono forse nella consapevolezza di quello che sono? Io potrei diventare uno stronzo orribile appena allento le misure di sicurezza; una difesa da tutto, questo è stato andare via da Parigi. Con questo libro sono tornato indietro, sono andato a vedere che persona meschina, piccoletta e non tanto diversa da oggi, aveva fatto il primo libro. “LMVDM” fa parte di un percorso a ritroso in cui ho scelto di andare via dalla Francia, e da un ambiente stiloso e protetto, per tornare a casa e con persone a cui non interessa niente del mio lavoro.

Farsi schifo, fare satira
Parlo volentieri della satira perché sono affezionato a quella striscetta su “Internazionale” che mi dà tanta angoscia tutti i martedì sera o mercoledì mattina. Ci sono affezionato perché mi obbliga a stare collegato con la realtà, mentre la mia testa mi spingerebbe spesso altrove. Negli ultimi mesi invece ho rifiutato una serie di incontri sulla satira, perché so che si creerebbero situazioni nelle quali farei a cazzotti. La questione è semplice: in Italia devi fare satira per la tua “parte”, devi gratificare i tuoi “amici”. Io una “parte” non ce l’ho ed è una fortuna, ma anche motivo di solitudine. Il lavoro di satira che ho cercato di fare sul razzismo per esempio, nelle strisce di “Internazionale”, parte sempre dalla mia vergogna. La mia vergogna non nasce dallo scandalizzarmi perché sto in un paese razzista che fa leggi razziste. La mia vergogna ha origine nel fatto che io sono razzista: quando a Parigi passo dal quartiere di Barbès e mi trovo con tre algerini ho paura, e non ne ho motivo... dovrei aver paura quando vado a ritirare il bancomat nuovo in banca!
Mi domando se questo venticello che ci trasforma tutti i giorni ha lavorato così in profondità su di me, che magari metto la mano al portafoglio se ho due rom accanto sulla metro, se ha lavorato così tanto su di me che scelgo costantemente una direzione opposta, che osservo cosa mi succede, che faccio attenzione e possibilmente “faccio diga” a tutto questo... quanto avrà scavato negli altri? in quelli che non sono portati dalla propria esistenza a mettersi in discussione tutti i giorni e a vedere che sentimenti gli stanno nascendo dentro? Il lavoro sul razzismo è nato dal fatto che mi facevo troppo schifo: vedevo in me tutti quei sentimenti ripugnanti. Per fortuna io me li guardo e mi curo, mi chiedo da dove vengono e perché.
Ieri sera ho guardato la tv, il telegiornale, e mi ha fatto male: ho pensato davvero che ci sia un allarme criminalità legato all’immigrazione. Sono stupido e secondo me lo siamo tutti ed è per questo che mi viene da stare così all’erta, non ritengo di essere al sicuro. Il problema della satira in Italia è che è fatta da alcuni illuminati che si piacciono molto e in più si sentono al sicuro dai sentimenti ripugnanti; purtroppo ho avuto a che fare personalmente con quell’ambiente e non è così. Io spero di essere da un’altra parte, con le strisce che disegno per “Internazionale”, perché all’origine di quel lavoro ci stanno tutte le mie inquietudini e non le mie certezze o rimasugli di ideologie politiche. Quando sono in vena, cerco di avere un taglio umoristico, ci provo e non sempre mi riesce, anche perché quando sono particolarmente incazzato è molto difficile. Non sempre lavoro sulle mie mancanze, a volte affronto anche l’orrore che ho intorno, però quando veramente vorresti uccidere con le tue mani è molto difficile far convertire questa rabbia omicida in leggerezza. Non puoi dare del figlio di puttana a qualcuno in diretta, devi sempre trovare un taglio trasversale, e a volte è molto difficile. E questo è tutto quello che ho da dire sulla satira, immagino.

GiPi