| Considerazioni sullo stato della società italiana. 2 |
| di Carlo Donolo |
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Da dove cominciare? Dopo un quindicennio di recupero della disoccupazione, specie giovanile e femminile, si assiste da qualche anno a un nuovo aumento, accelerato dal decorso della crisi attuale. La transizione da quasi piena occupazione a piena sottoccupazione è stata mediata da una serie di soluzioni per il mercato del lavoro finalizzate alla flessibilità, di fatto alla precarizzazione (la flexsecurity richiederebbe politiche attive del lavoro e risorse finanziarie ben superiori a quelle finora impiegate). La forza lavoro ha visto crescere la sua scolarizzazione, in particolare nelle regioni meridionali. In assenza di capacità di assorbimento locali ciò attiva un forte flusso migratorio verso Nord delle energie migliori e più qualificate. Più recentemente è cresciuta anche la migrazione verso altri paesi alla ricerca di uno sbocco professionale qui sostanzialmente bloccato. Per le nuove leve giovani e scolarizzate si tratta di un equilibrio di sottoccupazione destinato a durare a lungo, dati i caratteri della nostra struttura produttiva. La famiglia è rimasta sempre al centro come attore dell’economia e dei legami sociali, nel bene e sempre più nel male. Ora si nota (vedi Censis 2009) che la famiglia è il fattore di tenuta più solido nella crisi, in simbiosi con la piccola e piccolissima impresa. Ma questo fattore, che ora evita il peggio, è anche la palla al piede sistemica più pesante e che incide sempre più nella divaricazione con altri modelli sociali di stampo europeo. Il welfare, malgrado gli aggiustamenti fatti con la sperimentazione di politiche sociali integrate su scala locale, non è mai uscito da un ruolo di supplenza e con le gravi carenze nel governo delle transizioni (sia da inoccupato a occupato che viceversa), mostra oggi tutta la sua vecchiezza e inadeguatezza. Ma tutto sta sotto la scure del vincolo di bilancio, del debito crescente, e del faticoso recupero di efficienza della pubblica amministrazione. A sua volta questo nodo istituzionale e regolativo sta sotto la cappa di un sistema che magari se la cava, ma che ha bisogno sempre degli allettamenti dell’elusione e dell’evasione fiscale e dell’allargamento dell’area dell’economia sommersa. Questa flessibilità da paese eterno povero mal si concilia naturalmente con i modelli da consumo opulento, che vengono sempre proposti, e anche con le potenzialità da economia della conoscenza, che pure esistono, ma non riescono mai a diventare egemoni. Un paese sulla difensiva, in attesa, in mezzo al guado, senza proposte delineate in intenzione strategica, che tenta di ricavare il massimo dalle infinite posizioni di rendita costruite negli anni. Ricordiamo qui fenomeni tutt’altro che marginali quali l’estensione delle attività illecite e del crimine organizzato, l’espansione furiosa delle dipendenze di ogni genere e grado, e gli infiniti segnali di degrado del costume sociale e civile. Troppo evidenti, ma sempre da tenere presenti quando si voglia formulare un giudizio in progress e vedere il presente alla luce del possibile futuro. Ancora una volta: va detto che il quadro non è solo fosco, ma che ci sono anche grandi potenziali e numerose eccezioni. E tuttavia va anche confermato, almeno fino al decorso attuale della fase, che tali minoranze attive e civilizzanti non riescono al momento a esprimersi e ne abbiamo più che altro i sintomi, importanti e da valutare, ma incapaci di incidere sulla natura dei processi. Non si tratta poi per queste forze di “far cadere” il governo, che meglio spetta a elezioni, parlamento e Presidente, ma di incidere sulle tematizzazioni dei problemi del paese e sulla formazione dell’agenda. Il futuro in agenda non c’è, e questo è il punto. Ma questo stato di cose come è connesso con l’articolazione delle soggettività sociali, che cosa rimane delle classi e dei gruppi occupazionali che un tempo sembravano protagonisti? Confesso che al momento non si riesce a saperlo e perciò mi limito qui ad alcune indicazioni di base, tutte da verificare. Sappiamo anche molto sul mercato del lavoro, sulla distribuzione del reddito e delle rendite, sulla fiscalità, sulla natura e qualità dei servizi pubblici e privati, sui comportamenti delle famiglie, sull’illegalità individuale e collettiva, sul degrado (e qui e là anche sul recupero) di aree urbane..., ma tutto questo sapere difficilmente ci porta costruttivamente a una figura univoca del corpo sociale. Da qui la scelta di un elementare metodo indiziario. I soggetti sociali La vecchia classe operaia ha perso pezzi e soprattutto si è intimamente differenziata e dispersa. Il lavoro dipendente è comunque sotto assedio di forme del lavoro autonomo, reali o fittizie. La classe operaia ha perso ogni egemonia culturale, anzi nei suoi nuclei più consistenti e residuali si è trasformata in una congerie microborghese negli stili di vita e nei consumi. Per una buona metà vota centro-destra, e avrà pure le sue ragioni per farlo. Se prendiamo il sindacalismo confederale come forma organizzata del lavoro dipendente, vediamo bene che in esso terziario (specie pubblico) e pensionati hanno una parte prevalente. Sono ancora macchine organizzative non trascurabili, specie dove hanno conservato forti legami con il territorio (ma questo è vero solo al Centro-Nord). Malgrado innovazioni marginali però il sindacato propone i vecchi temi da società industriale (avanzata) e non riesce a uscire da questa cornice: malgrado impegni individuali dei dirigenti i temi della sostenibilità, della società della conoscenza e di una welfare capacitante restano ancora in panchina. Del resto le urgenze sono tante e altre. Specie ora nella crisi. E questo lo si capisce. Che però il sindacato – ma qui il discorso vale in pratica solo per la Cgil e per parti minoritarie della Cisl – non si attrezzi in vista del futuro sembra strano e anche patogeno. Senza questi input culturali strategici e organizzativi il lavoro disperso dipendente non potrà ri-coagularsi su piattaforme abbastanza generali da riproporsi come fattore sociale coesivo. Anche il lavoro dipendente è stretto nella morsa del privatismo, del frammento, dell’isolamento. Per gran parte del lavoro (e parliamo solo di quello emerso e in regola in qualche misura) è già molto sopravvivere e difendere quel poco che si è riusciti ad accumulare: il mutuo della casa, lo studio universitario dei figli. Prospettive poche e illusioni nessuna. Sarà meglio così che niente, ma per chi, e quanto a lungo? Eppure il lavoro dipendente è pur sempre il grande protagonista sociale, nel manifatturiero e anche nei servizi. Gli è stata offerta però una configurazione piccolo borghese che ha finito per accettare o subire. In mancanza di meglio, forse. Si capisce la suggestione dei modelli di consumo e culturali, man mano che veniva meno la pretesa egemonica di una cultura di sinistra sempre in ritardo sui tempi. Forse il lavoratore, come era stato indicato già negli anni ottanta, si interpreta piuttosto come consumatore che come produttore, come singolo intraprendente (e magari in questo perdente) piuttosto che come collettivo. Il modo in cui il lavoro dipendente è uscito di scena resta tuttavia un enigma in Italia, data la continuativa presenza delle sue organizzazioni. Dal trionfo neocorporativo degli anni ottanta, poi trasformatosi nell’inserimento dei quadri in ruoli istituzionali (delle politiche integrate, dai patti territoriali ai pit), il sindacato è diventato un’istituzione debole, forse anche poco rappresentativa delle nuove forze generazionali emergenti, e un po’ troppo seduta sulle sue rendite di posizione. Anche il sindacato ha subito il progressivo degrado della qualità della sua leadership e anche questo incide sulla visibilità e sulla legittimazione pubblica. In generale il lavoro dipendente ha perso la configurazione classista più o meno ipotetica che poteva avere fino agli anni ottanta (l’Italia è arrivata tardi al fordismo maturo, quando altrove stava già sparendo, e quindi anche il picco dell’“egemonia operaia” è avvenuto per così dire fuori fase e questo può spiegare anche il suo veloce declino). Manca così un soggetto operante a pieno titolo e soprattutto capace di forza unificante. È presente soprattutto come protagonista nella crisi, come problema: perdita o minaccia del posto di lavoro, reddito insufficiente, gruppo con pochi sostegni di welfare, a rischio emarginazione. La mentalità di un gruppo sociale evolve poi – specie in una società mediatizzata – anche a prescindere dalla figura dei suoi interessi e il declino di prospettive riformistiche è sia il segnale di una silenziosa uscita di scena, sia un fattore di aggravamento delle condizioni materiali di vita degli occupati dipendenti. Essi sono pur sempre una grande risorsa democratica, anzi direi quasi gli ultimi rimasti a difendere i baluardi costituzionali e disponibili, sia pure in numeri calanti, a sostenere le ragioni della democrazia e perfino dello stato di diritto (che a loro di regali e sconti non ne hai mai fatti). L’attenzione dei partiti invece sembra tutta rivolta al ceto medio e alla componente piccolo-borghese dell’ex classe operaia. Si ha riguardo per loro più come proprietari di casa che come produttori. Povero Trentin! Vicende emblematiche quelle della cancellazione dell’Ici e l’accoglienza trionfale del piano casa, appunto anche tra i lavoratori dipendenti. Così va il mondo, quando va storto. E dunque al centro della scena stiano i ceti medi, impossibili da definire e confinare e proprio per questo duttilissimi politicamente e pupilla di ogni governo. Chissà chi sta lì dentro e chi fuori? Certo il dato di base e punto di riferimento è quello dell’impresa famigliare e dei servizi privati. E poi quello delle professioni proliferanti in ogni campo, frutto avvelenato di una società della conoscenza tutta tarata su servizi cognitivamente flebili e standardizzati. La curiosità è che i ceti medi stanno al centro in tutti i sensi e nello stesso tempo assistono terrorizzati al proprio declino. Il declino certo è in primo luogo economico: non ce la fanno a reggere lo stile di vita che si erano proposti, hanno incassato colpi dalla finanza traditrice e dalla caduta dei redditi da lavoro dipendente: nel commercio hanno mangiato la torta con il passaggio all’euro e poi hanno finito per segare il ramo su cui sedevano. E inoltre sono in crisi d’identità o culturale. Hanno fatto studiare i figli, ma ben poca cultura è penetrata nelle loro famiglie e anche poca riflessività, che è rimasta patrimonio minoritario. I dati sulla cultura degli italiani sono sempre illuminanti, compresi quelli sull’indebolimento culturale e linguistico dei loro figli scolarizzati. Gli è rimasta addosso troppo la figura del bottegaio, e al più dello studiolo da avvocaticchio. Hanno subito i contraccolpi del modello gentrificato, o borghigiano come dice De Rita, ma esso richiede redditi elevati e certezze di futuro. E implica anche un sedersi sull’acquisito e poca voglia di andare oltre l’orizzonte visibile. Da questi ceti partono le minoranze attive di giovani che “se ne vanno”, dato che anche per andarsene ci vogliono risorse familiari. I ceti medi potevano anche essere protagonisti (ma sempre in modo rancoroso e senza vera dignità, come già i famosi 40.000 della Fiat), ma non hanno questa vocazione, preferiscono che si parli a nome loro, attraverso le categorie “sindacali” che sempre più numerose li rappresentano e tramite la delega a una qualche variante del discorso moderato. Infatti i moderati sono rampanti per disputarsi le spoglie di questi gruppi spaventati e avviliti, frustrati e ancora golosi del dolce dietro la vetrina. Alcuni di loro del resto lo hanno appena intravisto, e per poco. Da qui la nuova terra del rancore, mappata da Bonomi. L’offerta politica dei moderati va dal coltivare le frustrazioni e le abreazioni tra Idv e Lega alla proposta di un “ritorno all’ordine” rutelliano-casiniano verso un centrismo buonista, e non troppo esigente, proclive a lasciargli fare i fatti loro, e a coltivare le distese clientele. Il moderatismo è l’offerta politica che dovrebbe essere più convincente, ma così non è. Perfino tra i ceti medi i moderati sono pochi. Troppo si sono abituati alle cattive abitudini e non vogliono mollare piccoli privilegi che li distinguono (tipo elusione ed evasione). Perciò si buttano su un salvatore pur che sia. Qualcuno di loro crede davvero a Berlusconi, ma i più vi si rassegnano come a un male minore, che comunque è ampiamente protettivo psicologicamente (per intanto, poi si vedrà). Tutte le formazioni centripete, compreso ora il Pd, per larga parte delle sue componenti, guardano ai ceti medi come al toccasana elettorale. Ma essi sono sia riccio che volpe. È bene non farsi illusioni. Noi che non abbiamo più avuto da anni una classe dirigente degna di questo nome, abbiamo avuto la nostra versione del tradimento delle élite, nella forma – per noi socialmente più congeniale in assenza di una vera borghesia – del tradimento dei ceti medi, che vengono meno alla loro funzione di tramiti di modelli di civilizzazione e di baricentro degli equilibri localmente possibili. Si buttano invece all’avventura, alla cieca, in modo irriflesso, spesso con rabbia, livore e disgusto. Anche di se stessi probabilmente, perché le ansie da disorientamento cognitivo colpiscono soprattutto loro. Ma intanto ci mancava solo la crisi ad acutizzare una condizione vissuta male, nell’insicurezza: status e reddito da poco acquisito per i più, un senso precario di calma, lusso e voluttà mediato dalle pagine patinate di una vita di benessere intravista e lusinghiera di altri risultati. Ma ora i dubbi aumentano. Così la medietas ciceroniana si divide tra l’incertezza, la frustrazione, la rabbia di non trovare uno sbocco. Un elemento è decisivo: essi stanno tradendo il futuro dei figli che hanno fatto tanto e inutilmente studiare. Si discute spesso “a chiacchiera” di un conflitto tra giovani e vecchie generazioni. Metterei in guardia i giovani: si tratta di un discorso falso e in realtà rivolto contro di loro. Ciò che sarà tolto ai padri comunque non sarà dato ai figli. Piuttosto la vera divergenza è tra genitori bisognosi di rassicurazioni e che si buttano sull’offerta politica peggiore (sanatorie, scudi fiscali, condoni, piani-casa, economia sommersa, approssimazione in tutto nel senso del “pressapoco” di R. Simone, intolleranza razzista e quant’altro di becero il paese è capace di mettere insieme, dove il contorno di belle di giorno e di notte non è casuale, ma necessario per quel glamour maschilista che sempre accompagna le forme di falsa coscienza) e figli, del tutto disorientati, apatici nella grande maggioranza, “lontani da dove”. Certamente concentrati sui piccoli interessi quotidiani, spesso miserelli, anche se conditi di qualche gadget, ai più basterebbe anche l’automobilina senza patente. Da questa maggioranza apatica, che cova patologie più grandi, si distacca nettamente una minoranza intelligente, attiva, costruttiva più ancora che ribelle. È finita l’epoca delle “contestazioni”, meglio così: evidentemente le figure d’autorità da contestare sono diventate più sottili ed evanescenti, più sublimate e indirette e per trattarle occorre un surplus di intelligenza. Chi resta e chi parte di questi, purtroppo ancora pochi, coltiva speranze individuali e anche collettive, “non molla”, non si limita a dissentire, propone, e investe soprattutto nella prospettiva di una società della conoscenza possibile e auspicabile, una società di individui capaci, di processi sostenibili, di intelligenza sociale diffusa e coesiva. Questi sono contenuti impliciti nelle forme creative che essi propongono, anche senza averne piena coscienza. La politica è ancora un oltre, per ora difficile da raggiungere. Però il politico può solo transitare qui, attraverso progetti di vita intelligenti e sostenibili. Essi sono la confutazione del conformismo della rassegnazione, e delle velleità patrimonializzate e di rent seeking dei loro stessi genitori. La maggior parte dei quali resta avvinghiata a un’atavica figura motivazionale del “bene scarso”, e quindi della “roba” (con molte b), cieca nel non vedere che così condanna i figli a un futuro gramo non perché si siano presi troppo prima, ma perché non investono abbastanza ora sul futuro. La regressione psicoculturale italiana ha qui il suo cuore. Neo-plebei e populisti L’aspetto più sorprendente in questa regressione, questo elemento così poco moderato, anzi piuttosto smodato, è il ritorno “sdoganato” della plebe. Certo una parte dei ceti più popolari che erano appena emersi dalla loro condizione plebea tra gli anni ottanta e novanta vi rientrano per necessità, per nuove miserie, per il degrado delle periferie abbandonate, per la mancanza di servizi e di mobilità sociale. Ma la vera plebe non sta più a Scampia. La plebe si è insinuata nel cuore ansioso dei ceti medi. Lo sdoganamento della volgarità come stile di vita è solo il sintomo per ora più appariscente. La tv commerciale – cioè, in Italia, tutta – ha collaborato a questo processo in grande stile, e con la piena consapevolezza che solo il degrado intellettuale e morale può far proliferare una popolazione teledipendente e semianalfabeta. La politica prima ha chiuso un occhio per non vedere, finché qualcuno si è accorto di questo bacino esteso di desiderio di degrado: ben ancorato agli impulsi acquisitivi più profondi del ceto medio, e della ceto-mediazione universale. Forse la parola consumo, consumatore, dà l’idea della biopolitica implicita in questa struttura di comunicazione dipendente. La plebeizzazione del ceto medio si coglie nelle sue pulsioni profonde, nelle manifestazioni del livore e del rancore, nell’asocialità da villettopoli, nell’indifferenza per i costi sociali delle loro rendite. L’elemento plebeo è un qualcosa di volgare, ma soprattutto di non acculturato. La plebe originaria aveva nei secoli sviluppato la sua cultura, ma Pulcinella e Sganarello sono dei geni a fronte dell’ottusità imperante: non volere vedere, sapere, soprattutto non vedere il baratro scavato sotto i propri piedi dalla propria impudente imprudenza: i risparmiatori raggirati sì (e perché no?), ma in primo luogo illusi dalle proprie fantasie di onnipotenza finanziaria. Il plebeismo è il rifiuto della società della conoscenza: disprezzo per chi ce l’ha e la produce, disprezzo per l’informazione corretta, per i fatti, per le cose che valgono, come i beni culturali, per gli scrupoli, per “gli altri”. È il consumo senza cultura, perfino consumo senza lavoro (meglio le rendite). E immaturità colpevole (qui l’espressione kantiana ci azzecca, perché proprio ai ceti medi era allora rivolto il suo discorso). E rifiuto del futuro. Lo sa chiunque tra i ceti medi voglia il contrario: il professionista decente e corretto, l’imprenditore innovatore, il fesso che si ostina a pagare le tasse, fa la raccolta differenziata e ha capito che il mondo sta per cambiare radicalmente e non ci si può riposare sulle rendite e sugli occhi chiusi. Ceti medi a occhi chiusi, proprio loro che – essendo maggioranza (un tempo silenziosa ora becera e rancorosa) – hanno la più grande responsabilità. Chi “coccola” i ceti medi alleva mostri. Sono il gruppo sociale che ha più bisogno di verità e chissà che qualche don Milani di periferia non riesca a dirgliela. I ceti medi stanno dentro il meccanismo del consenso come spiegato a suo tempo da Pizzorno (vedi Bagnasco 2009 e Crainz 2009). Ma il loro moderatismo si è fatto instabile, le loro certezze sono incrinate, chi li vuole rassicurare non è credibile e veritiero. Almeno questo lo intuiscono. Anche per questo si buttano sul peggior offerente. Lo hanno già fatto nel loro e nostro passato storico. Non possiamo dire: peggio per loro, perché sarà peggio per noi. Chissà cosa pensa il Pd di questi ceti medi? Cosa gli può proporre? Si deve pensare inoltre che ci sono anche “nuovi” ceti medi, non riducibili al modello plebeo, su cui si potrebbe puntare, anche se pure loro minoritari. Ma solo un dio minore ci potrà salvare. In un altro dio minore del panteon politico i ceti medi cercano salvezza: il populismo che ben si coniuga con il modello neo-plebeo. Più il populismo che il moderatismo, e infatti quest’ultimo è tentato di tingersi di populismo, persino dentro il Pd. Nei paesi sviluppati come l’Italia il populismo però non è la rivolta del popolo contro le élite, ma la ri-plebeizzazione dei ceti medi (malgrado le acute analisi di Laclau 2008, che non valgono ai casi nostri). Un antidoto Cosa ho cercato di dire? Le configurazioni sociali sono instabili, non sono database statistici. Ora l’elemento “culturale” è decisivo. La maggior parte dei gruppi non ha più le vecchie identità, anzi solo i nuovi gruppi in ascesa, se ci sono, cercano di acquisire identità. I gruppi centrali per la nostra società stanno annegando nell’incertezza e nella paura conseguente. Da dove attingono identificazioni, compensazioni, fiducie, orientamenti? Se lo sapessimo non staremo qui a chiacchierare. Sono in bilico tra traumi e miracoli (Perniola 2009), veri e fasulli, indecisi in cosa credere davvero. Cosa credere una volta lo suggeriva la classe dirigente. Oggi sembra che sia essa bisognosa di suggerimenti. Ma la storia e anche questo discorso continua. Alla prossima. Carlo Donolo |
