Archivio 2010 Marzo - N. 117 Giovani o vecchi, gli ignoranti al potere
Giovani o vecchi, gli ignoranti al potere
di Stefano Laffi   

Antefatto
Un giorno, circa dieci anni fa, conobbi un curatore di immagine. Non immaginavo cosa volesse dire, lui si occupava di manager, attori e uomini politici, in sostanza li costruiva e li teneva in piedi. Veniva dal marketing, manco a dirlo, era cresciuto perfezionando le tecniche di analisi previsionale sulla vendita dei prodotti, lavorava sulle tendenze socioculturali per dire che cosa si sarebbe venduto nei successivi sei mesi, faceva delle suggestive associazioni come quella fra il senso di paura diffuso e la necessità di dare forme arrotondate alle automobili.

Era periodo di elezioni, fra i suoi clienti c’erano anche dei candidati: si trattava di persone senza alcun passato militante, che si buttavano in politica come improvvisandosi su un nuovo lavoro, nel partito in cui c’era posto in quel momento e in quel luogo. Insomma non politici di professione, al punto che lui li definiva impresentabili, proprio nel senso che parte del suo lavoro sarebbe stato farli vincere senza che si vedessero, si sentissero parlare. Studiò il mercato, i target scoperti, individuò in alcuni segmenti di popolazione benestanti, scontenti, di basso profilo culturale gli elettori potenziali, mise in piedi campagne di solo volantinaggio con messaggi semplici e a effetto fuori dai centri commerciali, senza mai mostrarne il volto, e alla fine qualcuno passò e ebbe la sua poltrona alla Camera. A detta del curatore di immagine il Parlamento ne era pieno. Mentre parlavamo riceveva telefonate di attrici che chiedevano consigli su quale vestito indossare e con chi uscire, lui rispondeva, era lo stesso lavoro che suggerire le parole di una dichiarazione alla stampa.

Test
È noto che gli italiani sanno pochissimo del proprio Paese, soprattutto delle proprie istituzioni. Per una volta non è colpa della scuola, perché fra le cose oggettivamente più difficili da sapere è chi le amministra. Anche senza scandagliare il Parlamento, ma quanti sanno chi è il ministro dell’ambiente, o di cosa sono ministri Rotondi e Prestigiacomo? O quanti hanno notato che a dicembre 2009 è nato un nuovo ministero – quello della salute, non questioni di poco conto – e sanno indovinare da chi a chi sono passate quelle competenze? A parte il quiz sui nomi, il fatto è che è stranamente molto difficile farsi un’idea precisa di chi amministra il paese, che meriti abbia maturato sul campo, cosa stia facendo in questo preciso momento per noi, che intenzioni abbia. Nel valzer delle poltrone alle imminenti elezioni regionali è già previsto che il ministro dell’agricoltura scambierà il suo posto con il presidente della regione veneto: ma che senso ha una cosa del genere? A volte sembra non di essere un paese o una popolazione, ma puro pubblico, e un impresario impazzito – che non è tanto Berlusconi, è proprio la politica – scrittura gli attori di una commedia più o meno scritta da lui, fra gli amici o quasi a casaccio o secondo logiche folli, e gli italiani vedano passare vecchi caratteristi, pure comparse, esordienti avvenenti, aspiranti star, ciascuno col copione in mano da non più di un’ora. Nell’epoca dello storytelling nel marketing della politica – si crea consenso se la storia costruita su di sé funziona, Obama docet – l’Italia ha pochissimo da leggere, da sapere: sappiamo tutto di uno, il premier, e ignoriamo tutto di quasi tutti gli altri, dai nomi alle loro vicende.
Su questo fenomeno così inquietante – dipendiamo da loro, non è cosa da poco ignorarne le vicende – pesa la congiura di diversi fattori: il compimento del disegno antidemocratico prefigurato da Chomsky di induzione di un progressivo disinteresse alla politica nella popolazione per maggior agio di governo, l’ingombro del premier, l’assillo degli organi di informazione pro e contro di lui, la mancanza di una sana abitudine della politica a dar conto di sé con puntualità, la casualità delle nomine di governo nel senso di estraneità a una logica di competenza e di progetto delle persone che coprono gli incarichi. Perché non si producono sui giornali delle analisi compiute sull’operato di ciascuno, qualcosa che non sia costruito via internet o facendosi passare le notizie dai loro uffici stampa, qualcosa in cui appaiano nomi e cognomi, riscontro nei fatti dei continui annunci o dei tanti silenzi, confronti diretti con chi più da vicino paga o beneficia delle loro azioni?
È singolare e controintuitiva questa cortina fumogena al salire della scala. Mentre tutti i cittadini comuni devono produrre un’infinità di documenti e di referenze anche solo per accedere a un lavoro precario o a un conto corrente, mentre gli stranieri devono impazzire nella burocrazia italiana per poi di fatto servirci, salendo di scala l’onere della prova diminuisce, la casualità e la discrezione dilagano.

Idee, azioni, persone
In realtà qualcosa del governo l’abbiamo capito. A parte quell’enorme quota di lavoro assorbita dalle faccende private del premier, si è capito che questo è un governo che comunica molto ma fa la metà di quello che dice, che mira alla privatizzazione del pubblico (welfare, sanità, scuola), che tende a trasformare i servizi in un sistema a due livelli facendo nei fatti saltare l’universalismo (da un lato funzionanti ma cari, dall’altro accessibili per tutti ma dissanguati), che criminalizza gli immigrati ma cerca soluzioni per sfruttare la loro manodopera, che celebra l’esercito come risorsa a 360 gradi (difesa, sicurezza, protezione civile, decoro urbano), che tende alla beneficienza più che alla solidarietà, che legittima la furbizia e il cinismo come corretta interpretazione di cittadinanza secondo un certo darwinismo sociale, che suggerisce lo svago privato, le scommesse delle lotterie e il diritto a divertirsi come chiave di felicità collettiva, senza quindi l’idea di un progetto e di un senso che ci tenga insieme. Questo e poco altro sembra l’Italia al governo. È già tantissimo e vengono i brividi, ma queste sono azioni, intenzioni e idee: proviamo piuttosto a chiederci a chi tocca realizzarle. Chi sono le persone mandate avanti dietro gli slogan? Qual è la politica in Italia alla luce delle biografie di chi la realizza? Perché se davvero poco si è capito di chi ha ruoli di ministro, vi immaginate che cosa succede a livello locale, che cosa può capitare quando la distanza fra ruoli e persone è normalmente più alta?

Giovani e vecchi
Prendiamo anche solo il dato più semplice, quello anagrafico. La lamentazione comune è nota, l’Italia come paese di vecchi per vecchi, giovanofilo ma gerontocratico, che blatera la fuga dei giovani talenti dalla voce di persone che non si guardano allo specchio. Nulla di più vero, però, vediamo le cose come stanno (usando, per esesmpio, la preziosa ricerca fatta dal Forum Nazionale dei Giovani denominata Urg ovvero Urge Ricambio Generazionale, accessibile sul web): 1) se si guarda all’età dei deputati è solo il governo Berlusconi del ’94 ad aver ringiovanito un po’ il parlamento, dove da allora mancano soprattutto i 25-34 anni come fascia di età; 2) Pd e Forza Italia hanno privilegiato logiche simili di anzianità, con giovani in lista magari sbandierati, ma bassi come posizione e quindi con minori speranze oggettive di elezione; sono state Lega Nord, Sinistra ecologia libertà e nuove liste a essere più coerenti nel promuovere i giovani, perché premiati con posizioni alte in lista.
Poiché alle ultime elezioni ha stravinto il centrodestra, è alla Lega Nord che dobbiamo il principale contributo di svecchiamento della politica italiana, e di riflesso a tutti i partiti di destra che hanno potuto offrire posti di lavoro anche a chi era meno avvantaggiato e meno noto, quindi presumibilmente più giovane. Chi vive dalla parti di Varese, culla della Lega, sa bene che a essersi imbarcati nel partito per tempo oggi si avrebbe certamente una buona posizione lavorativa, da qualche parte, figlia del successo elettorale. Ma, ancora una volta, chi sono i giovani al potere?

Giovani timonieri
Chissà che non sia un destino della sinistra farsi scippare per propria insipienza delle sue battaglie. Il potere ai giovani lo porta la Lega, il voto agli immigrati magari Fini, il senso di protezione alla donne forse la legge sullo stalking della Carfagna, la giustizia contro i soprusi per molti Striscia la notizia di Canale 5, eccetera. Certo, c’è il trucco, ma chi ha tempo e modo di spiegarlo, chi ha lo spazio per raccontare l’inganno del potere, la fregatura del sistema? E ugualmente, chi ha voglia di prendere l’establishment della sinistra per ricordargli il suo mestiere, per richiamare alla coerenza i suoi personaggi, per dire loro di avere coraggio?
Torniamo ai giovani. Esserlo non è una virtù e non è un merito, i ragazzi che incontro nel lavoro di ricercatore sono i primi a dirlo, odiano un mondo per quote, non vogliono essere qualcosa in quanto giovani, questo è proprio una fantasia degli adulti, come fosse un risarcimento dei danni causati in forma di poltrone, unità di misura inventata dagli adulti. Non si riconoscono come generazioni, non vogliono potere in quanto giovani, chiedono qualcosa come diritto in quanto nome (e non cognome), vogliono avere le possibilità promesse da ciò che studiano, non vogliono essere presi in giro dall’ennesima promessa. Alla maggior parte di loro interessa pochissimo la politica, che non risponde a nessuna delle nobili definizioni da manuale, sentono più vicina la fratellanza, la solidarietà, l’azione collettiva per un bene comune, la sensibilità alle questioni ambientali, il primato delle relazioni e dello stare insieme, più della carriere, del prestigio e degli obiettivi individualisti delle precedenti generazioni. Ma allora la domanda diventa ancora più pressante, chi è il giovane 25enne che si trova a far l’assessore?
Forse la risposta più sensata è la più generica, “chiunque”. In mancanza di una scuola di formazione politica, nel collasso dei corpi intermedi della società, col crollo di attrattività di luoghi come il partito e il sindacato, dopo la vittoria schiacciante dei partiti con meno storia e certamente più sguarniti proprio sul fronte della formazione politica, soprattutto al Nord, l’esito è stato una cooptazione non sempre particolarmente selettiva, per vocazione, competenza, abilità. Nelle amministrazioni locali sono quindi arrivati quei (forse pochi) che sognavano il potere, ma alcuni (forse molti) arruolati in corsa dalle più diverse provenienze, con le più varie intenzioni. Così vedi sempre più assessori attaccati a Google, alla ricerca di un’alfabetizzazione istantanea di quello che non solo dovrebbero sapere ma proprio decidere, assisti alla casualità delle scelte, o alle paralisi in attesa che la Google-formazione sia compiuta oppure ancora al prevalere di una componente tutta emotiva nella decisione, ascolti discorsi pubblici e interventi da parte delle istituzioni in cui rischia grosso persino la lingua italiana e non solo i principi della costituzione.
Eppure, in queste piccole neocompagnie teatrali ad alto tasso di improvvisazione che sono le amministrazioni locali, si respira un’aria diversa da prima: quando davvero manca l’impresario o non passa da tempo, c’è ossigeno, perché quel 25enne spesso non ha filtri ideologici veri e non ha il gusto retorico di chi lo precedeva, magari ha l’ossessione di due o tre parole d’ordine del partito ma non una vera struttura di pensiero con cui leggere tutto, è un ragazzo in una stanza, forse non gli piace neanche o non gli piace ancora stare lì, probabilmente rimpiange anche quello che faceva prima e le libertà di gesti e abbigliamento di cui godeva, e un po’ di solitudine la patisce a tenere relazioni tutte verticali con dirigenti e funzionari, anziché l’orizzontalità del gruppo di amici. E così, se il carattere non è predisposto al potere, se la maschera della politica non è già calata su di lui, se i suoi 25 anni prevalgono, ti trovi di fronte un ragazzo, con cui parlare di tutto, non un’istituzione. Ma lui o lei sono un’istituzione, vengono i brividi a pensarci, mentre vedi uno che un tempo si sarebbe detto l’Avversario Politico che si danna con la macchinetta del caffè per offrirtelo. Ti fa simpatia, quasi tenerezza, ma pensi alla collettività, alle sorti di tutti e speri che non si innervosisca, che riparino quanto prima quella macchinetta, mentre gli dici, “senti, provo io?”.

Stefano Laffi