Archivio 2010 Marzo - N. 117 Il bandolo del futuro
Il bandolo del futuro
di Nichi Vendola   

incontro con Alessandro Leogrande

Le primarie pugliesi sono state un importante crocevia della storia recente del centrosinistra. Più che la vittoria di Vendola, ha sorpreso la totale incapacità dei vertici nazionali e locali del Pd (da D’Alema a Emiliano, al competitor Boccia) di cogliere la profonda rottura con la propria base elettorale. Di capire che la distinzione tra sinistra moderata e radicale non aveva alcun senso, e che una parte estesa di Puglia (abbastanza trasversale per ceto sociale, livello culturale, provincia di appartenenza) in questi mesi aveva continuato, e tuttora continua, a riconoscersi in un’esperienza di buona amministrazione regionale, percepita come concretamente riformista.

I vertici del Pd non hanno capito che premiare il proseguimento di questa esperienza era più importante che tirare fuori il pallottoliere e mettersi a far di conto sui possibili accordi con l’Udc di Casini. Questa volta a vincere non sono stati semplicemente la forte personalità di Vendola e il suo singolare percorso umano e politico, come nelle primarie del 2005, bensì il percorso già fatto: i risultati degli ultimi cinque anni, nati dall’incontro dello stesso Vendola e del suo entourage con nuove pratiche amministrative, alcuni settori della sinistra laica e cattolica, e le élites più attente della società pugliese (in particolare le migliaia di giovani, molti dei quali fuorisede per studio o per lavoro e mediamente “più pendolari” dei loro coetanei meridionali, che hanno deciso di impegnarsi in attività sociali e culturali). Anche la Puglia ha le sue Gomorre (e lo scandalo sanità & escort ne è solo la punta dell’iceberg), non è una regione immacolata. Ma nel sud-est, a differenza che altrove, contro queste Gomorre, contro l’intreccio capillarmente pervasivo di elementi arcaici e sconquassi postmoderni, è stato ingaggiato un corpo a corpo diverso. E va dato atto a Vendola, e soprattutto ad alcuni assessori della sua giunta, di aver saputo interpretare politicamente questo cambiamento. Non sempre, ma molto spesso: si pensi, ad esempio, alle leggi contro l’inquinamento e a quelle contro il lavoro nero, all’attenzione posta alla salute degli immigrati, anche i marginali. Ora, in attesa delle “secondarie”, alle quali il centrodestra si presenta diviso tra due candidati, Palese e Poli Bortone, lasciando a Vendola ampie chance di vittoria, è opportuno riflettere su alcune questioni di più ampia portata che il successo alle primarie hanno riproposto. Il modello pugliese (al di là della stessa figura del presidente della Regione) è riproducibile su scala nazionale o, al contrario, non varcherà i propri confini? (A tal proposito, c’è chi pensa che proprio la “particolarità” regionale sia la sua salvezza...) Lo scossone a sinistra aprirà un nuovo fronte, o sarà recuperato? Nel tentativo di avviare una riflessione, abbiamo posto alcune domande allo stesso Nichi Vendola: a partire dal suo “lessico”, e da come si è evoluto, per finire con Pasolini. (a.l.)

Presidente Vendola, lei parla espressamente di “ricostruire una connessione sentimentale con il popolo”. Non ha paura di usare una parola dal sapore quasi risorgimentale, e inoltre punta molto sulla costruzione di un nuovo vocabolario. Da una parte, lei sostiene che questa è l’unica strada per opporsi al populismo berlusconiano; dall’altra, proprio all’interno del Pd, è stato accusato di populismo da chi invoca il “professionismo della politica” e il ruolo dei gruppo dirigenti. Insomma, come stanno le cose? Quanto conta la costruzione di un nuovo linguaggio? E soprattutto: cosa intende quando parla di “popolo” (una parola, mi pare, ma potrei sbagliarmi, non tanto presente nel suo vocabolario fino a 6-7 anni fa, quando erano più presenti “gli esclusi”, “gli ultimi”…)?
Il popolo è una metafora. È una parola che ha varie connotazioni storico-politiche, dalla evocazione che ne facevano le élite risorgimentali fino al popolo forgiato nella guerra di Liberazione. Di volta in volta il popolo può essere folla, eccitata e pronta al sacrificio rituale di qualche capro espiatorio, oppure base di massa di un regime totalitario. O, viceversa, l’indicazione di un’identità civile, capace di costruire progressi. Il popolo permanentemente minacciato dagli zingari e insolentito dagli stranieri è la tipica invenzione della destra. Appunto, il populismo è la manipolazione sistematica dell’opinione pubblica. Per combatterlo efficacemente bisogna radicarsi nei territori ed evocare e convocare un popolo alternativo, cioè solidale, tollerante, curioso delle diversità culturali. Questo significa anche inventare un nuovo vocabolario, anche perché le parole a sinistra appaiono incomprensibili come geroglifici o effimere come bolle di sapone. Dopo la crisi ideologica e il tramonto delle grandi narrazioni, il lessico della sinistra si è come rattrappito, regredendo alla dimensione un po’ frigida della pura tattica e del politicismo.

No al nucleare, no alle trivellazioni per cercare il petrolio nel Golfo di Taranto, no al rigassificatore a Brindisi, rivendicazione dei risultati ottenuti dalla legge anti-diossina (soprattutto contro le emissioni dell’Ilva, sempre a Taranto). Sì all’eolico, sì al fotovoltaico. È possibile, quindi, intraprendere “politiche verdi” in uno spazio regionale, anche scontrandosi con il governo nazionale? Detto in altri termini, è possibile intendere il regionalismo come una forma di riformismo avanzato? E quanto pensa che tutto questo abbia pesato nel suo successo alle primarie?
Non c’è alcun dubbio che in questi ultimi cinque anni la Puglia abbia messo in campo un modello effervescente e originale di green economy, ponendo il sistema d’impresa di fronte a proprie responsabilità e quindi obbligandolo a investire nell’ambientalizzazione dei propri apparati produttivi. Ma ponendolo anche di fronte alle straordinarie potenzialità economiche che l’ecosostenibilità schiude a chiunque abbia coraggio di uscire da vecchi paradigmi dello sviluppo industrialista. Il Governo Berlusconi ha provato a costruire ostacoli continui a questa nostra sperimentazione, ma non ce l’ha fatta. Abbiamo vinto noi. La Puglia oggi è regina del solare e dell’eolico ed è una regione che sta abbattendo significativamente le emissioni di diossina. Come si vede il nostro sogno ha partorito molti germogli concreti e palpabili, ed è soprattutto questo che spiega la mia popolarità.

Per capire il suo successo alle primarie, oltre al successo delle politiche giovanili, bisogna guardare, però, alle nuove forme di partecipazione e mobilitazione politiche messe in campo (molto più che per le primarie e le regionali del 2005). L’utilizzo del web, le video-lettere on line… ma soprattutto una realtà estesa e capillare come quella di “La fabbrica di Nichi”, una nuova forma di mobilitazione giovanile molto “obamiana”, che trascende il suo stesso partito (Sel, Sinistra ecologia libertà), anzi credo che sia proprio una cosa a parte. Altro paradosso: lei ha vinto le primarie pugliesi con il 70% dei voti (raccogliendo il consenso anche tra gli elettori del Pd), ma allo stesso tempo continua a essere il leader di una formazione politica di fatto extra-parlamentare, che non riesce a superare lo scoglio del 3% su scala nazionale. La domanda è: questa particolarità pugliese può essere estesa a livello nazionale? Può rigenerare la stessa Sinistra ecologia libertà? È questo un suo obiettivo? Detto con altre parole: il modello Vendola può risultare vincente solo sul piano locale, o può al contrario riformularsi su scala nazionale, mettendo in campo una “nuova sinistra”?
Io credo che il tema posto sia non tanto quello della ricostruzione di una leadership, quanto quello della ricostruzione dell’agire politico della sinistra. Vivere di talk-show e di sondaggi è letale per chi pensa alla sinistra come al soggetto fondamentale per il cambiamento sociale e morale. Bisogna mettere le narici nei territori che hanno subìto mutazioni violente e radicali della propria morfologia. È cambiata l’Italia sia nella carne dei suoi soggetti sociali che nel simbolico della sua rappresentazione. Noi ci troviamo con eredità pesanti e pensieri tutti chiusi nel tempo contingente. Diciamo che siamo come schiacciati nella tenaglia tra il passato e il presente. Abbiamo smarrito il bandolo del futuro e allora bisogna essere molto duttili culturalmente, affinare le proprie capacità olfattive, tuffarsi tra le onde del web, fare permanentemente la spola tra la piazza virtuale, con le sue molteplici passioni, e le tante piazze reali. Ho cominciato un cammino nuovo, buttandomi a capofitto dentro la vicenda della mia comunità regionale, cercando di farne un laboratorio di alternativa, mentre nazionalmente ho fondato una formazione politica (la Sel), che già nel nome è una sorta di abbecedario con una vocazione mobile e una collocazione di confine tra le tante sinistre. Una sorta di filigrana di una futura sinistra capace di modernità, pluralità e di una profonda unità col popolo.

Crede ancora nella metafora pasoliniana del Palazzo? Serve ancora per spiegare i corsi e ricorsi della politica italiana, e delle vicende pugliesi?
La riflessione gramsciana sulla distanza tra governanti e governati fu felicemente fotografata dalla metafora folgorante del “Palazzo” di pasoliniana memoria. Il tema del potere come separatezza sociale, come esclusione e come riproduzione dei codici del privilegio è tutto sotto i nostri occhi. La nozione pasoliniana era molto più ricca e pregnante, perché guardava alla politica ma anche fortemente al potere economico, a quello culturale e spirituale, di quanto non sia la nozione ben più qualunquista di “casta”, che prova a mettere a fuoco esclusivamente i difetti del ceto politico, ignorando tutto il resto.

Nichi Vendola
incontro con Alessandro Leogrande