Archivio 2010 Marzo - N. 117 No Tav, ostinatamente
No Tav, ostinatamente
di Giorgio Morbello   

Un freddo cane: sotto zero di sicuro. Non è alta montagna, ma le montagne sono lì, tutte attorno alla città di Susa, alte, massicce e bianche e spingono giù l’aria gelida di neve. Ma nonostante la “bisa”, come si chiama da queste parti l’aria gelata, sono 40.000 i valsusini che il 23 gennaio manifestano di nuovo contro la Tav nella loro valle. Tante gente così non se lo aspettava nessuno, neppure gli organizzatori. Se li si guarda bene, non c’è dubbio: è un corteo di popolo, di gente. Vecchi, giovani e bambini, belli e brutti, ecologisti e leghisti, autonomi e agricoltori, teorici della decrescita e pratici del proprio orto. Tutti quelli che abitano, frequentano, amano la Valle non vogliono il proprio territorio devastato da trincee, cemento, opere, convogli che sfrecciano, muri di contenimento, sottopassaggi:

insomma tutto l’enorme armamentario che rappresenta la costruzione di una linea ad Alta Velocità. Per averne un’idea basta dare un’occhiata alla Torino-Venezia che taglia in due la Valpadana e trasportare quell’immagine in mezzo alle montagne… E accanto alle persone, in strada, sono ricomparse le bandiere: ogni palo dell’illuminazione, ogni insegna, ogni albero della Statale ne porta una appesa. E dire che portano stampata un’immagine molto naif, anzi forse proprio brutta: su campo bianco compaiono una locomotiva in stile clip art con una croce sopra e la scritta in rosso NO TAV. Ma questo è ormai il simbolo della protesta e tutto sommato rappresenta bene questo movimento semplice, valligiano e montanaro, spontaneo, onesto, concreto, che non ricorre ad amici disgnatori o pubblicitari, che pure ci sarebbero, per darsi slogan efficaci, un logo ammiccante, un colore alla moda. Anzi: sul Musinè, un monte che si erge in Bassa Valle, spoglio, inquietante, rosso per i minerali di ferro, due enormi scritte bianche troneggiano visibili a chiunque percorra statale e autostrada: NO TAV e NO MAFIA. Elementare. Efficace.

Quando la manifestazione è stata decisa, i sostenitori del progetto Tav, sindaco Chiamparino e governatora Bresso in testa, sono scesi sullo stesso terreno della “piazza”. è nato il comitato SI TAV e si è dato appuntamento per manifestare a Torino il 24 gennaio, il giorno dopo la manifestazione di Susa. Nelle intenzioni voleva dare voce alla maggioranza silenziosa, ma viste le temperature e, più probabilmente, le adesioni, l’evento si è tenuto al calduccio, nella Sala Gialla del Centro fieristico del Lingotto gremita da ben un migliaio di manifestanti, per la maggior parte esponenti attivi del Pd. E dire che proprio il sindaco, pochi giorni prima, riferendosi alla manifestazione in Valle, se n’era uscito con l’infelice premonizione “Saranno i soliti quattro gatti contro la Tav”. Ma il vero rammarico di Mercedes Bresso e Sergio Chiamparino non è stata la maggioranza silenziosa che, se ha parlato, è andata a Susa il giorno prima. È stata la mancata adesione all’appuntamento del Lingotto del Pdl. Di fronte a un fiume di miliardi, di fronte alle maggiori imprese edili italiane consorziate per spartirsi il malloppo, di fronte a un’opera del genere bisogna essere “bipartisan”! Ma che senso ha, signori, parlare qui di destra e sinistra? Ma andiamo! D’altra parte bisogna però precisare che l’invito è stato gentilmente declinato per mere questioni di opportunità: sono troppo vicine le elezioni, gli elettori non avrebbero capito…
Ma accanto a manifestazioni, scritte, riunioni e dichiarazioni hanno fatto la propria comparsa sulla scena altri elementi inquietanti. Il presidio dei No Tav di Bruzolo, poco più di un capanno, ma di certo un simbolo, al terzo tentativo è stato bruciato da ignoti. E mani altrettanto ignote, negli stessi giorni, hanno messo in una busta un proiettile calibro nove con un testo delirante e sgrammaticato riferito alla Tav e hanno spedito il tutto al sindaco di Torino. Segnali torbidi, antichi e assai poco fantasiosi. Anche perché la Valle di Susa ha già visto negli anni passati fatti, storie, intrecci oscuri e difficili da decifrare: dallo scioglimento del comune di Bardonecchia per infiltrazioni mafiose, al suicidio nel 1998 di Sole e Baleno che erano in regime di custodia cautelare (due giovani dei centri sociali anarchici implicati, o incastrati…, in una vicenda di attentati dinamitardi contro la Tav), passando per una losca armeria in contatto con elementi dei servizi segreti e per un personaggio come Franco Fuschi, anche lui collaboratore dei Servizi e condannato all’ergastolo per 11 dei 14 omicidi avvenuti in valle di cui si è autoaccusato (per 3 di questi non è stato creduto…). Ed è per tutti questi motivi che, in Valle di Susa, il problema delle infiltrazioni mafiose negli appalti è quasi più una certezza che un timore. Con l’avvicinarsi delle scadenze istituzionali, con la necessità di smettere con le chiacchiere per presentare progetti definitivi, pena la perdita dei finanziamenti, lo scontro è diventato di nuovo duro, spietato, senza esclusione di colpi. Sono di nuovo comparsi quegli attori che sembravano essere ripiombati nell’ombra. In questi ultimi tre anni, dopo le botte della polizia contro i manifestanti a Venaus nel dicembre 2005, i sostenitori della Tav hanno abbandonato il bastone e hanno provato la strategia della carota. È nato l’Osservatorio sulla Tav Torino-Lione, un organismo al quale partecipano tutti i rappresentanti istituzionali locali e gli esperti da loro designati. Era però evidente fino dall’inizio che, più che un’Osservatorio, questo organismo aveva il ruolo di Convincitorio, di camera di compensazione per inquietudini e malumori dalla quale si sarebbe dovuti tutti uscire, dopo ore, mesi, di parole, con un comune assenso a una Tav, magari modificata, magari deviata nel suo percorso e accompagnata da ingenti contropartite in opere pubbliche per le comunità locali, ma mai messa in discussione. In queste ultime settimane l’imbuto si è ristretto, si è arrivati al dunque e l’Osservatorio si è spaccato. La fase preliminare dei lavori, con i carotaggi e le ispezioni, ha avuto inizio nonostante i presidi e i tentativi di opposizione nonviolenta. Qualche sindaco della valle, inizialmente contrario, ha ammorbidito la propria posizione, ma molti, no. Molti esponenti locali, soprattutto del Pd, si sono trovati con le spalle al muro: accettare la Tav, rompere con il proprio territorio, il proprio elettorato e affidare il proprio futuro politico alla riconoscenza del partito, o rimanere vicini alla “propria gente”, coerenti con il mandato elettorale che li ha eletti anche in virtù della propria posizione contraria? Non è stata una scelta affatto scontata e infatti alla manifestazione del 23 gennaio i sindaci presenti erano molti, magari senza fascia come in altre circostanze, ma c’erano.
Non è qui il caso di elencare le argomentazioni e gli studi di quanti si oppongono all’opera. Basterà andare a vedere su alcuni dei siti (www.notav.info, www.notavtorino.org) per trovare interventi, dati, analisi che raccontano in modo esauriente di calo del passaggio di merci su questa direttrice, di sottoutilizzo della attuale linea, di pericoli e devastazioni ambientali, di possibili potenziamenti delle ferrovia già esistente, di scarso guadagno in termini di tempo, di probabili infiltrazioni mafiose… Più di tutto, infatti, ha potere la forza del buon senso, quella che mette in campo un iper moderato come il rettore dell’Università di Torino, Ezio Pelizzetti, quando recentemente ha espresso dubbi sull’urgenza di un’opera che costa svariate decine di miliardi di euro di fronte allo stato disastroso dell’università, della ricerca e di un progetto come la Città della Salute di cui, a Torino si parla da anni, ma per il quale non si trovano i finanziamenti. Eppure tutto questo non basta e non è bastato a smuovere il compatto fronte politico di quanti vogliono l’opera. Un fronte del quale fanno parte integrante i due principali quotidiani cittadini, “La Stampa” e “la Repubblica” veri e propri media-partner del progetto Tav. Davvero difficile, se non impossibile, trovare sulle loro pagine traccia delle ricche e scientifiche argomentazioni No Tav. Trovano spazio invece i teorici del progresso, della velocità, dell’Europa da unire, della Lisbona-Kiev anche se, stringi stringi, l’argomentazione più forte pare essere quella del “si fa perché se no perdiamo i soldi”. Una variante monetaria del “si fa e basta”. E dire che gli “ideologici” sarebbero gli altri, quelli che argomentano e studiano, mentre i Si Tav, liberi da ogni ragionevole dubbio, sarebbero i pratici, i concreti. Un capovolgimento semantico che racconta bene quanto sia profonda e radicata ormai l’impossibilità di comunicazione tra cittadini e politica, la distanza non solo di opinioni, ma di linguaggio, tra chi prende le decisioni collettive e chi le subisce. E lungo questa linea ideologica non si decide solo il futuro della Valle, per quanto importante sia. Le stesse alleanze politiche per il prossimo governo regionale sono attraversate da questa spaccatura. Difficilmente Mercedes Bresso, ricandidata presidente per il Pd, si alleerà con quelle esigue ed esangui forze politiche che si sono schierate contro la Tav per rivolgersi invece all’Udc, sostenitore del progetto. Calcolo politico, rancore personale, sincera fede nel ruolo salvifico della Tav per il Piemonte? Non si sa. Fatto è che un treno che va un po’ più veloce degli altri e che costerà un sacco di soldi, sarà l’ago della bilancia che deciderà anche il gioco delle alleanze e quindi delle scelte politiche per il futuro: le scelte che determineranno come saranno gestiti la sanità, la scuola, l’ambiente, lo sviluppo industriale, le politiche culturali di una regione come il Piemonte.

Giorgio Morbello