Archivio 2010 Marzo - N. 117 Un medium molto vitale
Un medium molto vitale
di Marino Sinibaldi   

incontro con Goffredo Fofi

Nominato di recente direttore del terzo programma radiofonico della Rai, Marino Sinibaldi, che vi lavora da anni e vi ha animato una trasmissione notissima dedicata ai libri, “Fahrenheit”, ha discusso e proposto con i suoi collaboratori un nuovo palinsesto, ricco di novità non solo inerenti la produzione culturale, anche in funzione di una miglior conoscenza dei problemi del mondo nei difficili anni che stiamo attraversando. Abbiamo voluto parlare con lui della paradossale vitalità di un mezzo “vecchio” come la radio.

Come è possibile che la radio continui a essere un mezzo così importante, così presente? E non in decadenza come accade alla stampa?
Si potrebbe rispondere così: perché la radio ha insieme maggiore leggerezza e maggiore intensità e le due cose – apparentemente contraddittorie – si alimentano a vicenda. Alla radio è accaduto, alla fine di una storia lunga quasi un secolo, di subire una metamorfosi radicale e di diventare un mezzo leggero, lieve, prossimo a chi lo fa e a chi lo ascolta, anche tecnicamente “facile”. Anche per il fatto che non ci siano sulla radio gli investimenti e le attenzioni che riguardano altri mezzi di comunicazione (non esiste per ora una radio Mediaset: questo implica già un po’ più di libertà...). Il paradosso sta nel fatto che la radio delle origini era tutto il contrario: una cosa fisicamente enorme, ingombrante e immobile, che occupava il centro della casa e aveva una grande autorevolezza. Per fortuna ha perso tutta quella potenza e prepotenza fisica e simbolica.

Era anche elitaria. All’inizio la si ascoltava dalle finestre dei ricchi, o nei caffè, proprio come succederà con i primi televisori.
Però era comunque qualcosa di meno elitario, se non altro perché non bisognava essere alfabetizzati per ascoltarla. E poi tutto cambia a metà degli anni cinquanta dopo l’invenzione del transistor, che di colpo rende la radio enormemente meno ingombrante, permette che sia piccola e portatile. Non so se ricordi quella scena di 1941: attacco a Hollywood di Spielberg, il film in cui si realizza l’incubo degli Stati Uniti di un’invasione “gialla” sulla costa del Pacifico, in cui i giapponesi razziano tutto ciò che trovano tra cui una radio che, essendo molto grande, non entra nel bocchettone del sommergibile, e allora un giapponese dice con una frase allegramente profetica: “Bisognerebbe farle più piccole”. Ed è quello che effettivamente fecero gli ingegneri giapponesi, perché gli americani inventarono il transistor ma ne vendettero il brevetto, credo per paura di rovinare l’industria delle valvole. Beh, nello stesso tempo, a metà degli anni cinquanta, esplode la musica rock, cioè nasce qualcosa che rompe di netto la continuità tra le generazioni. Diventa tecnicamente possibile possedere delle piccole radio personali, ma è desiderabile farlo perché c’è un suono e un linguaggio – la musica rock, appunto – fatto per spaccare le famiglie. Era come se i giovani affermassero: “Io non voglio starmene in salotto ad ascoltare la radio di papà”. E nascono le radio commerciali e generazionali, finisce qualunque monopolio del suono radiofonico (in Italia bisognerà aspettare una ventina d’anni perché la rottura anche legale del monopolio permetta la nascita delle radio libere e private). Quella rivoluzione potrebbe insegnarci qualcosa ancora oggi, soprattutto rispetto alla galassia del Web: se una tecnologia non ha un contenuto e non genera un desiderio, non si afferma. La radio questo contenuto lo aveva, era la musica rock con tutto quello che comportava, una rottura non solo generazionale che preparava e anticipava quelle degli anni sessanta. In tutti i sensi, la radio diventava un mezzo più mobile, più vicino, non confinato nelle quattro mura di casa. Possiamo ricorrere a una parola un po’ astratta, prossimità: da allora la radio è prossima all’ascoltatore, ha una prossimità anche fisica, percettiva, mentale che genera una relazione particolare, emotiva, quasi affettiva, direi. E non è un caso che sia apparso il mezzo di comunicazione in cui è più facile intervenire. Ti ricorderai tutte le ironie sulle radio private, sul cosiddetto “cazzeggio” nel quale si chiamava e si parlava a ruota libera, una cosa impossibile in televisione e sui giornali.

Il sogno di chi era un ragazzo negli anni cinquanta, era quello di una radio portatile, tascabile…
La radio è stato un forte oggetto del desiderio. La prima volta che abbiamo letto Rushdie, fu con un racconto che tu pubblicasti su uno dei primi numeri di “Linea d’ombra”, la storia di un ragazzino indiano cui, se si fosse fatto sterilizzare, avrebbero regalato una radio portatile. Poi leggemmo un bellissimo racconto di John Cheever sulla radio come spia di qualcosa, che entra ed esce dalle case e dalla vita di tutti. Di fatto la radio è un luogo dove si possono fare cose che altrove sono impossibili. Esiste potenzialmente uno spazio grande per l’approfondimento e c’è spazio per una comunicazione non eccessivamente autoritaria. Naturalmente, un mezzo di comunicazione è sempre autoritario e sempre pedagogico, (una parola e una funzione che in questi tempi sembrano essere rifiutati ma per finta o per cattiva coscienza), ma l’autorevolezza e la pedagogia della radio mi sembrano qualcosa di lieve, di meno prepotente. Che non significa meno influente, anzi!

Mentre con la tv devi stare fermo a cambiare canale, per paradosso la radio, con meno canali, ha molta più varietà. La tv ha finito per darci un prodotto unico, ripetitivo.
Se prendiamo, che so Radio3, Radio Maria e Radio Kiss Kiss troviamo un varietà di linguaggi che in televisione non esiste proprio! Non esistono tre canali televisivi così distanti nei linguaggi e nei contenuti, e nemmeno tre giornali, naturalmente. Anzi, se c’è un limite è che in Italia non si sono mai affermate radio davvero locali né comunitarie o universitarie. Per me la poca concentrazione dell’ascolto radiofonico (per raggiungere l’80% dell’ascolto che in tv fanno da sole Rai e Mediaset non so quante decine di radio occorrano) è comunque troppa rispetto alle potenzialità di un mezzo che potrebbe, dovrebbe moltiplicarsi ancora.

Le radio non “statali” che conosco, hanno tutte un loro specializzazione, un rapporto con un pubblico molto definito. Dallo sport alla musica. Al tempo delle prime “radio libere” si distinsero per la loro originalità e importanza Radio Popolare a Milano e Radio Alice a Bologna. Quest’ultima, molto specializzata su un pubblico movimentista e giovanile, ha seguito i destini del ’77, mentre la prima è andata decadendo per l’ossessione del consenso nella città, per il suo opportunismo nei confronti delle evoluzioni del suo pubblico, diventando come quello, via via più conformista e più evasiva, rinunciando a una funzione più formativa, “pedagogica”.
Io sono più indulgente di te: non la chiamerei ossessione del consenso ma attenzione all’ascolto. Nel caso di Radio3, poi, che è servizio pubblico, che non nasce da una iniziativa e un interesse privati, il problema dell’ascolto non è tanto un discorso di cifre (2, 3 o 6 milioni di ascoltatori) ma significa avere un rapporto con il pubblico, con i suoi gusti e le sue differenze, soprattutto quelle generazionali che sfuggono a noi delle Radio Rai, tutte un po’ “invecchiate” ma ormai a tutte le radio perché i ragazzi non le usano più come in passato per accedere alla produzione musicale (il Web sta sostituendo le radio in questa funzione un tempo essenziale: è solo attraverso le radio che le penultime generazioni hanno conosciuto tutte le rivoluzioni musicali degli ultimi cinquanta anni). Ma per tornare a Radio3, siccome noi siamo consapevoli della qualità di quello che proponiamo, vorrei che provassimo ad allargarla questa nostra funzione culturale e pedagogica. Anche sporcandoci un po’ le mani. Questa specie di intellettualità di massa che è il pubblico di Radio3 costituisce un uditorio pieno di virtù, ma anche di vizi. Quelli di una piccola borghesia alfabetizzata del benessere, diresti tu.

Ma a compiacere troppo le masse se ne favorisce il declino, appunto la trasformazione di un popolo in massa, o, esagerando, in plebe alfabetizzata. A compiacere troppo le masse si può finire molto male…
Vabbè, io non parlerei proprio di masse, pensando all’audience di Radio3! Però capisco la responsabilità che vuoi che ci assumiamo. Sicuramente informiamo e influenziamo un po’ di gente, meglio tenerlo sempre a mente. Ma tornerei alla tua immagine della radio ascoltata dalle finestre dei ricchi, che mi sembra stimolante. Molti anni fa tu mi hai raccontato una cosa che io uso spesso nelle discussioni pubbliche, quella sorta di shock sensoriale che hai provato la prima volta che hai ascoltato la radio, mentre passavi su un carretto, mi sembra, fuori da una casa.

Avevo tre, quattro anni, erano tempi di guerra, e accompagnavo mia zia che portava i panni lavati da lei e dalle altre donne di casa, in campagna, ai conventi di Gubbio su un carretto trainato da un’asina, e ci fermammo davanti un’osteria dalla quale usciva una bellissima musica e una voce di donna, che poi seppi essere quella di Norma Bruni, quella di “abbassa la tua radio per favor” che cantava “Tu, solamente tu” e non capivo da dove venisse quella meraviglia…
Questo tuo ricordo suggerisce due caratteristiche decisive della radio, una percettiva e l’altra sociologica. La radio ha solo l’ascolto, si rivolge esclusivamente all’udito. E cosa succede quando tu offri un linguaggio che non satura i sensi? Ovviamente l’ascolto radiofonico come la lettura sono già dal punto di vista percettivo diversi dal cinema, la televisione e il teatro, che i sensi (vista e udito, che sono i principali del contatto immateriale) li saturano. La mia posizione a favore del libro e della radio nasce dal fatto che la nostra capacità di invenzione, di immaginazione e di pensiero, sia emotivo che razionale, è intensificata dal fatto che con questi mezzi i sensi non sono saturati, restano in parte liberi. Può essere una banalità, ma se tu ascolti la radio o leggi un libro devi per forza fare qualcosa, immaginarti qualcosa, pensare da solo, metterci del tuo, aggiungere qualcosa di tuo. La televisione questo non te lo chiede e non te lo permette perché, per sua natura, ti riempie e ti invita alla passività, ti coinvolge così. Come la lettura, la radio ha un aspetto percettivo particolare, richiede un qualche impegno o coinvolgimento personale, provoca una sorpresa, uno shock, un’interrogazione, e stimola un immaginario, a partire da quella sensazione di “essere avvolto” che tu descrivi bene in quella tua scena infantile.

Il libro era individuale, la radio famigliare, il cinema collettivo, comunitario. Adesso tutti e tre sono solitudine. Solo il teatro riesce ancora a illudere di una partecipazione diretta. Ma è perlopiù un rito accessorio a quello della chiacchiera televisiva.
Tutti più soli, è vero. Me ne sono accorto nel corso degli anni di radio come questa diventasse progressivamente la condizione e la richiesta decisiva di chi ascolta. Prima però vorrei, a partire ancora da quel tuo ricordo d’infanzia, insistere su un’altra caratteristica, sociologica stavolta, della radio: esiste, infatti, una certa dose di ascolto involontario, e sta qui una specie di post-modernità della radio e una sua potenziale qualità commerciale. La radio è un mezzo capace di insinuarsi ovunque: in un taxi, uno studio dentistico, la casa altrui in cui ti trovi o il negozio in cui entri per caso. La radio ha questa “perversa” capacità di infiltrarsi nel nostro tempo libero. In un’epoca in cui il tempo libero sarà sempre meno un tempo compatto che si libera dopo il lavoro e sempre più un tempo discontinuo tra un lavoro e un altro, un tempo fatto di attese e di spostamenti, la radio ha un ruolo sociale significativo. La televisione non ha (ancora, forse) questa capacità di insinuarsi, mentre il cellulare sì, sembra nato per riempire e interrompere i momenti di solitudine e di silenzio – perché noi viviamo con l’incubo del vuoto e del silenzio. La radio sarebbe dunque l’alternativa civile all’invasività futile del cellulare. Qui sta un interessante carattere di modernità, qualcosa che rende la radio ancora più prossima. Ma qui nasce anche un carattere di comunità cui a Radio3 in questi tempi stiamo pensando parecchio. Io penso che gli ascoltatori radiofonici abbiano tra loro dei legami molto più significativi rispetto a quelli televisivi. Dei legami quasi patologici, se pensiamo a certe radio private o alle radio sportive per esempio. Il pubblico televisivo è l’esito di una comunità frantumata, che è stata spezzettata, che agisce e reagisce in solitudine. Il paradosso solo apparente (in realtà è l’esito di una operazione chissà quanto programmata) è che tutti reagiscono allo stesso modo anche se sono da soli. L’obbiettivo della televisione sarebbe di lasciarci soli ma omologati e omogeneizzati – un esito spaventoso, perché almeno le vecchie forme di omologazione puntavano a conquistare una collettività, a smuovere dei sentimenti comuni, mentre la televisione privatizza le persone e le rende tutte sociali solo in quanto consumatrici. La radio non può fare questo anche se lo volesse: con la radio frammenti di comunità, di condivisione resistono anche se sono molto labili, non sempre nobili, e difficili da riconoscere. Per esempio da noi a Radio3 ora Giorgio Zanchini fa una trasmissione che si chiama “Tutta la città ne parla”. In essa si prende sul serio l’idea che possa esistere, visto che le altre forme di cittadinanza sembrano svanite, una città fatta dagli ascoltatori, fatta cioè di persone che la mattina telefonano, ascoltano, sono disposte a prendere sul serio le cose, a non riassumerle in slogan, a non rappresentare soltanto la propria posizione, a non ripetere sempre gli stessi discorsi. Ovviamente abbiamo già cercato di farlo in questi dieci anni con la mia amata comunità di “Fahrenheit”… Ci sono certamente dei rischi, che proviamo a combattere in vari modi. Soprattutto offrendo un po’ più di tempo degli altri media (e delle altre radio) a discorsi diversi e presentando letture diverse delle cose, per esempio sul piano storico o geografico (da dove nascono i nostri problemi? cosa succedeva in passato? e cosa succede altrove? Piccole operazioni di relativizzazione, tentativi se vuoi disperati per sfuggire all’ossessione giornalistica del qui e ora, del presente che domina e cancella tutte le differenze). Poi cerchiamo di fare a meno dei politici. Non per inclinazione all’antipolitica, anzi: forse è perché siamo troppo politici che non abbiamo bisogno di politici! Ma soprattutto perché se tu inviti due politici, loro ripetono cose che già sai e che sembra debbano dire per forza. Invece vorremmo rianimare quella possibilità di una piccola comunità civile e democratica, diciamo così. E questo mi fa pensare quanto sia stato importante per la radio il telefono. Le radio private che hai citato avevano il loro perno tutto sul telefono. Radio Rai aveva anticipato questa innovazione col 3131, non a caso intorno al ’68: davanti alla nascente centralità televisiva la radio reagiva mettendo in comunicazione le persone nella loro quotidianità e oggi nella loro mobilità: ognuno può partecipare alla radio da dentro la sua vita, mentre in televisione devi entrare in uno studio che in qualche modo ti cambia, entri in un mondo parallelo. La radio la puoi ascoltare e alla radio puoi partecipare mantenendo la tua figura individuale di cittadino, e questa è una qualità, una differenza importante. E forse un elemento di speranza.

Il rischio nell’Italia di oggi è infatti quello della chiacchiera “democratica”. Tutti parlano, si esprimono, e non pensano. La grande idea di una democrazia che parte dal basso si è trasformata nella negazione della democrazia. Tutti parlano e nessuno dice niente, anche se gli si lascia l’illusione di contare. è il modo in cui si oliano i meccanismi del consenso. La radio finisce così per avere due anime: una “democratica” tra virgolette, una “pedagogica” quando è ben fatta...
La pedagogia di Radio3 se c’è – e io ritengo inevitabile che ci sia – è alta, no? Se non altro perché proponiamo musica, arte, teatro, cinema, letteratura... Ma capisco cosa temi quando parli di democrazia. La sfida sta nel tenere insieme differenza e uguaglianza. Credo di citare qualcuno – non ricordo chi – , ma l’arte è l’unico luogo nel quale effettivamente io posso riconoscere e accettare la differenza senza pregiudicare minimamente la mia umanità, come invece accade per le differenze economiche e sociali. Il linguaggio di Radio3 è già un linguaggio della differenza, perché mette al centro cose che altrove sono assenti o marginali, usate “decorativamente” nella comunicazione di massa. E poi Mozart, che ovviamente ascoltiamo spesso, o Hrabal, di cui abbiamo letto “ad alta voce” un romanzo completo, sono diversi da tutti quelli che hanno fatto musica o letteratura. Queste scelte hanno per me un valore progressivo perché ci migliorano tutti. Ma questa attenzione alla differenza vale anche nella nostra quotidianità radiofonica. Perfino nelle telefonate del pubblico non c’è una banale esibizione di uguaglianza ma una valorizzazione della comunità, della compresenza (la parola viene da Capitini, no?) nella quale le differenze non devono scomparire. Sai chi ci piace far intervenire? Chi ha un’esperienza e chi ha una competenza. Le voci, gli sguardi cui ci fa piacere ricorrere sono quelli che portano un’esperienza, e tu sai quante ce ne sono in giro di valide, e non solo “resistenti”, per esempio nel mondo della scuola, attraverso le quali puoi verificare quanta distanza ci sia tra le mistificazioni dell’informazione e della politica su questo campo e il lavoro concreto di chi ci sta dentro, nel quale le contraddizioni a volte vengono affrontate e a volte risolte, con dei modelli concreti ma anche pieni di idealità, e di cui nessuno parla mai. E poi cerchiamo di riconoscere la qualità del lavoro intellettuale. Anche se oggi è molto difficile perché sai quanto la categoria sia irresponsabile ed evanescente, però ci sono pur sempre delle competenze e delle esperienze che possono avere sguardi importanti e differenti del presente e anche del passato, sguardi di cui noi riconosciamo la differenza. In questo paese esistono ricercatori validi che ogni tanto incontri, e che sono spesso a contatto con esperienze concrete. Uno dei problemi colossali oggi delle politiche culturali e sociali in Italia è che ci sono delle commissioni, persino ministeriali, che dicono verità importanti e poi ci sono le leggi, la politica e il giornalismo che se ne fregano. I giornali magari pubblicano in un piccolo riquadro una ricerca sulla tossicodipendenza, penso a quelle che raccoglie “Redattore sociale”, che dice la realtà sulla tossicodipendenza oggi, la sua vera diffusione eccetera, e poi invece le politiche parlano di un’altra cosa. La sfida è scavalcare tutta la rappresentazione mediatica e politica e andare a vedere quello che c’è davvero di interessante, farlo parlare.

Nella tua visione della radio emergono dunque due chiavi, quella dell’eccellenza e quella della democrazia. Quest’ultima mi sembra la strada più delicata. Un lavoro di scavo e di alta qualità è possibile, mentre riuscire a ottenere dagli ascoltatori una partecipazione adeguata è forse più difficile.
Ci sono tre parole chiave, per noi. Una è bellezza. Pensiamo a quando nel 1950 inventarono il Terzo Programma, un’iniziativa di grande intelligenza, con l’audacia di inventare in un’Italia povera di tutto una radio di vera cultura. Un gesto preveggente, di un coraggio che non si è più visto, oggi che siamo ancora a ragionare sull’agonia infinita della televisione generalista. “Differenziazione dei programmi”, era questa l’espressione che usavano sessanta anni fa, noi oggi possiamo tradurre come “radio della differenza”: Radio3 si deve occupare delle cose belle della vita, come la musica, la letteratura, l’arte, in cui la possibilità di incontrare la bellezza è sempre presente. La seconda è intelligenza: le cose che proponiamo devono darci una certa intelligenza del mondo, non solo della sua realtà immediata – certo puoi capire pure meglio Haiti, secondo me – ma anche quella più profonda e “misteriosa” (il mistero di noi stessi, che resta il principale, no?). E la terza parola chiave è contemporaneità. Qui per me la lezione importante è stata quella di Enzo Forcella che ha rifondato e diretto Radio3 da metà degli anni settanta, inventando la rassegna stampa di “Prima pagina”, aprendo spazi a nuove culture e “minoranze”, con programmi fatti da donne per le donne, per i giovani… La contemporaneità significa non essere succubi del presente ma riuscire a stare davanti ai problemi del proprio tempo con la capacità di valorizzare tutta quella magnifica tradizione di bellezza e intelligenza del mondo per quello che può dirci e darci anche rispetto all’oggi. E poi c’è una contemporaneità più immediata perché la radio sta dentro le giornate delle persone, non è come la televisione che arriva da fuori – una volta solo la sera, oggi magari tutto il giorno. La radio la senti in macchina, mentre leggi o stiri… Per questo ci piace, con tutti i rischi che tu temi, far parlare le voci d’oggi. La salvezza è mescolare voci comuni con voci non comuni. La salvezza, si potrebbe dire, è il concerto di Mozart la sera – ora per la verità abbiamo rimesso la musica anche nella prima mattinata: è una bellezza che non va nascosta…. L’uomo d’oggi è contaminato (siamo tutti contaminati), e noi dobbiamo offrirgli elementi di non mediocrità. Dobbiamo dimostrare che il meglio è possibile.

Marino Sinibaldi
incontro con Goffredo Fofi