Archivio 2010 Marzo - N. 117 In morte di Salinger
In morte di Salinger
di Marisa Bulgheroni   

Il giovane Holden arrivò in Italia in incognito. Puntualmente nel 1952, un anno dopo il successo negli Stati Uniti, l’editore Gherardo Casini di Roma lo pubblicò con il titolo Vita da uomo, nella traduzione di Jacopo Darca. Incredibilmente cadde nel silenzio – l’Atlantico era immenso – ma circolò come un libro fantasma, se io che lo cercavo, lo trovai negli scaffali della biblioteca Usis di via Bigli a Milano, nel febbraio 1959, prima di partire per New York alla ricerca di nuovi romanzieri americani.

“Legga Salinger! legga The Catcher in the Rye!” mi aveva raccomandato un professore americano incontrato per caso in quei giorni. E io lo lessi avidamente in poche ore, e me ne innamorai. Ora so che tenevo tra le mani una bomba inesplosa. Ma allora, da sotto le oscurità della traduzione, mi arrivavano le luci di un diamante offuscato. Sì, una signora corny – nel testo americano – era, incredibilmente, tormentata dai “calli” – se ricordo bene – e non, correttamente, “sdolcinata”, ma impersonava con forza la temibile matriarca di quegli anni, e anticipava la “Fat Lady” di Franny and Zooey. E il monologare di Holden suonava stralunato senza il registro dello slang adolescenziale – così preciso allora nella traduzione di Adriana Motti per Einaudi – ma la sua rabbia contro le imposture e le ipocrisie della società adulta mi arrivava non contraffatta; e così l’ironia, e l’amorosa attenzione a tutti i viventi.

A New York trovai l’opera intera di Salinger, non l’autore, che si era già reso invisibile rifugiandosi nella casa del New Hampshire. Ritornata in Italia, in autunno, tradussi per la rivista “Il Caffè” di G. B. Vicari una delle Nine Stories di Salinger, Down at the Dinghy, tentando di rendere in italiano gli intraducibili giochi di parola. Ma quando Calvino mi chiese se volessi tradurre The Catcher in the Rye per Einaudi, pur contro una parte di me, rifiutai: il titolo stesso mi avrebbe ossessionata per anni. Con quale immagine rendere il gesto esatto di chi – come Holden in un suo sogno – afferra i bambini in corsa per un campo di segale prima che cadano nell’inatteso precipizio? Come tradurre alla lettera quella speranza impossibile di salvare l’infanzia – la propria innocenza – dal burrone dell’età, dalla falsificazione della vita adulta?

Amando, al di là di ogni dovuta riserva, l’opera di Salinger, non ho voluto leggere, negli anni, le rivelazioni e i pettegolezzi sulla sua vicenda familiare, sul suo isolamento. Non ho mai rimpianto di non averlo incontrato. Avrei parlato a una copia, a un doppio. Perché nel tempo, mi è apparso chiaro che lui si era trasferito anima e corpo nel suo romanzo, nei suoi racconti: si era identificato in Holden, in ognuno dei fratelli Glass; aveva ceduto a loro la sua intimità. La sua vita era l’ombra di quanto gli restava di misteriosamente suo dopo quel definitivo trasloco nei suoi libri. Ora , lui morto, anche quell’ombra è ingoiata dall’opera. E qui, e nelle eventuali nuove pagine che potrebbe averci lasciato, continuerò a incontrarlo.

Marisa Bulgheroni