Archivio 2010 Aprile - N. 118 “Lourdes” e la disabilità
“Lourdes” e la disabilità
di Matteo Schianchi   

Anche nel cinema, la disabilità è spesso usata come metafora delle difficoltà e della precarietà della nostra esistenza. Lourdes di Jessica Hausner si presta a questo uso della disabilità, per quanto la sua pellicola affronti anche altri temi. Con stile essenziale e riprese in stile documentario lo spettatore è messo, infatti, di fronte a situazioni piuttosto tipiche, non solo del fenomeno del pellegrinaggio (dinamiche, riti, attese, economie), ma della disabilità stessa. Ci viene mostrata la grande solitudine della protagonista, che va in pellegrinaggio non per fede, ma semplicemente per motivi turistici, per muoversi e uscire di casa in una situazione accessibile e protetta.

Siamo di fronte alla disperazione di un ragazzo che prega di poter trovare una nuova fidanzata poiché la precedente lo ha mollato dopo l’incidente invalidante. Percepiamo il senso di abbandono dell’anziano che si sentirà nuovamente solo una volta tornato a casa dal pellegrinaggio. Scorgiamo la rabbia per l’inspiegabile destino da disabile (“perché a me?”), che arriva anche a diventare rancore verso il prossimo (“e non a qualcun altro”, dice la protagonista durante una confessione). Siamo portati dentro le speranze, le gioie, gli scetticismi mossi da una sperata, ipotetica guarigione. Dietro questi temi vediamo inoltre le rivalità, le gelosie, le gare a chi è meglio e tutte quelle piccinerie non di rado presenti nelle vite di parrocchie, partiti, associazioni e movimenti di varia natura.

Lo sguardo della regista è disincantato, a tratti ironico, ci mostra sfaccettature diverse e contraddittorie. Tuttavia, nel farsi specchio di questa realtà, non prende posizione e forse proprio per questo ha raccolto molti consensi tra critica e pubblico, non scontenta nessuno.
Scontenta invece il modo di presentare la disabilità poiché, anche qui, come spesso accade, la metafora diventa il più classico dei clichè che torna ad alimentare il senso comune. Ancora una volta, non si riescono a trovare chiavi narrative, la potenza evocativa di immagini, capaci di mostrarci la disabilità sotto la luce di una complicata realtà che ci interroga profondamente. Ci si riduce a considerarla una sventura, metafora delle nostre difficoltà esistenziali. È una condizione di cui essere tristi vittime o da cui emanciparsi, magari attraverso un fortuito e inopinato miracolo. Secondo questi stessi modi, incapaci di raccontare e fare i conti con una specifica condizione e attenti allo spettacolo dei buoni sentimenti, ci sono spesso presentati i disabili in televisione: superdisabili, campioni dello sport e della vita, o superhandicappati tristi vittime della propria disabilità. Lourdes non è di sicuro tanto rozzo, ma da questa dicotomia non esce.
In una delle primissime scene, poi ripetuta, le volontarie pregano, quasi al buio, inginocchiate ai piedi del letto della protagonista, come se si trattasse di una defunta. I disabili del film sono spesso dei “morti viventi” rivitalizzati solo dalla speranza del miracolo. Solo dopo essere guarita, la protagonista comincia ad avere progetti di vita; ora puoi farti una famiglia, le si dice. In tutte queste situazioni riecheggia quel senso comune della disabilità come tragedia personale, che si avvicina alla morte, e non come specifica condizione esistenziale o antropologica. La disabilità cessa di essere una specifica sfera in cui guardarci dentro, ma torna a essere per la regista una metafora e per i personaggi uno strumento a varie dimensioni: il passepartout della carità verso il prossimo (per i volontari che accompagnano i disabili nel film), il segno dell’amore di Dio (per il sacerdote) e della sua profonda incomprensibilità per gli altri personaggi.
Non ci si aspettava di certo una esaltazione dello status del disabile, né una invettiva a favore dei loro diritti (ormai unicamente appannaggio di associazioni, dopo che i partiti hanno da tempo abbandonato la questione dei diritti di disabili e altri), ma una luce diversa. Un’idea capace di non fomentare il senso comune che abbiamo di fronte alla disabilità e che non verrà scalfito, una volta usciti dal cinema.
Il plauso della critica cattolica, atea, di destra, sinistra e centro al film e, soprattutto, la mancanza di obiezioni su una questione, non univoca nel film ma neanche marginale come quella della disabilità, è lo specchio dell’incapacità di considerare con profondità la questione. Senza miracoli, veri o presunti, senza la speranza o l’illusione di potersi liberare dalla menomazione, chi è disabile continua a essere, per se stesso e per gli altri, uno sfortunato poverino.

Matteo Schianchi