Archivio 2010 Maggio - N. 119 Avanti un po’ o indietro tutta?
Avanti un po’ o indietro tutta?
di Piergiorgio Giacchè   

Non poteva che andare così
Anzi, per dirla con la vergogna e insieme il pudore di Filumena Marturano, “Così, così, così... così!”. Anche stavolta sono infatti confluite in un unico atto osceno le estensioni e le ostensioni e le astensioni dell’ennesimo voto degli italiani, e del nostro ex-voto di sempre. Non è il senno di poi che ci fa dire questo ma il sentimento di prima: di prima delle Elezioni, che al solito non fanno miracoli ma appena trasformano in numeri quelle speranze o quelle amarezze che dividono in due il paese. O in tre, o in tremila, o in tremilioni?
Il bipartitismo è così imperfetto da lasciar fuori non solo Casini, ma molti senni e molti sentimenti evidentemente incollocabili.

L’astensionismo è in effetti il primo dato di queste Elezioni Regionali “di medio termine” e di nessun cambiamento. Ma astenersi non è solo una sfacciata tendenza: è una sottesa movenza che riguarda il corpo elettorale quasi per intero. Molti di quelli che vanno a votare ne sono pervasi anche se non ancora persuasi. Se si eccettuano gli zoccoli duri e le zoccole tenere che costituiscono le curve nord e sud del tifo politico, quasi tutti gli altri elettori sono tentati dall’assenza (prima) e dal pentimento di aver votato (poi). Alla notizia che “il partito degli astensionisti” è oramai un terzo della nazione, chissà quanti votanti si saranno per un attimo sentiti “fuori” anziché “dentro” il gioco delle forze elettorali. No, la protesta non c’entra: quella è roba alla francese. In Italia l’astensione non va a salti, ma procede con la gradualità inesorabile di una patologia anoressica. Dall’altra parte, cioè dalla parte dei partiti, malgrado le finte preoccupazioni e gli allarmi retorici, la soddisfazione per questo dimagrimento comincia a farsi evidente. Certo, ciascuno vorrebbe che si astenessero gli elettori dell’altro. E molti si illudono di avere una riserva di elettori che non attendono altro che di ri-credere e ri-credersi. E così tutti, vincitori e vinti, continuano così a fare conti virtuali sulle possibili rivincite o sulle definitive stravincite.
Il fatto è invece che gli assenteisti non sono una riserva ma una mutazione. “Assenti si nasce”, se è vero che molti giovani rinunciano alla loro prima volta (fino a ieri andare a votare, come prendere la patente o cominciare a fumare, era un rito di iniziazione irrinunciabile). “Assenti si diventa”, se in questo paese per vecchi si calcola non tanto la disaffezione quanto l’estinzione dell’ultima motivazione – quella sportiva, già ideologica – che ha educato e maleducato fin troppe generazioni. Si arriva così, come per cause naturali, a un’area consistente di extra-elettorali che sono sempre più simili (in politica) agli extra-comunitari (in economia).
E il fatto del fatto è che davanti a questo consolidato “partito che non torna”, i candidati puri e gli elettori duri non possono che essere soddisfatti. Meno si è, e meno bisogna darsi da fare in campagna elettorale. Meno si è, e meno soldi si finiranno per spendere, perché sempre più le elezioni somiglieranno ai sondaggi. Cosicché alla prossima finanziaria – Dio non voglia che continui la Crisi – si potrà tagliare del tutto la spesa elettorale e affidarsi direttamente a Mannheimer (e per par condicio anche a Pagnoncelli). In fondo, se un centinaio di migliaia di persone in piazza fanno la figura di un milione, basterà una buona simulazione e una rappresentativa selezione per capire da che parte si stanno buttando gli italiani.

E poi si dice che uno si butta a destra
“Uno? Tutti!”, come nella barzelletta, almeno da quando si è scoperto che la Destra non è più un sogno minoritario di Fini e nemmeno il segno residuale di Storace. La destra è dove è andata e dove è sempre stata l’Italia, tanto nella storia che nella geografia. Quella forte inclinazione a destra che il nostro stivale manifesta da sempre sul piano della longitudine, si è infatti da tempo perfezionata con la pianura padana della latitudine. Anzi – come dicono i risultati elettorali – il parallelo leghista sta scendendo dagli Appennini ad altre lande, fino alla terra rossa di toscana e al cuore “verde” dell’Umbria, evidentemente in attesa.
Avanti Po. La Lega Nord alla riscossa nelle regioni rosse (Il Saggiatore) è il titolo di un recente libro di Paolo Stefanini, il primo ma già tardivo esploratore di un fenomeno di penetrazione e conversione vistoso. Leggerlo non fa bene, ma può aiutare la digestione – se non la comprensione – della “rivoluzione elettorale italiana”: c’è stato un tempo in cui il Voto era l’espressione più bassa di una cultura e di un impegno politico che si credeva di ben altro spessore, mentre oggi è la parte nobile e la cifra asettica di una pubblica opinione che è meglio non conoscere. C’è stato un tempo in cui tutti dicevano di doversi turare il naso per riuscire a votare. Adesso, qualunque sia il risultato, il voto elettorale è mille volte meglio del vuoto ideale o della bassezza morale che ci sta sotto.
Siamo per davvero diventati il popolo della libertà, nel senso più ampio della liberazione delle idee di tutti, ovvero di tutte ma proprio tutte le idee. E chi più ne ha, purtroppo più ne mette. E la Lega vince perché ne ha da vendere o, se si vuole, ne ha ancora da comprare. S’è inventata una storia con la leggenda di Alberto da Giussano e il suo Carroccio, e una geografia alla Tolkien con una “terra di mezzo” chiamata Padania. S’è data una religione del dio Po con pochi devoti ma anche una filosofia federalista con milioni di credenti. Ha battuto moneta falsa, ha resuscitato dialetti morti, ha lanciato musiche celtiche e miss biondo cenere. Ha rubato a Verdi il Nabucco e ai verdi il colore, riuscendo a rinverdire perfino la militanza a colpi di cravatte, o appena con “amor dammi quel fazzolettino...”.
Dopo aver fatto il pieno, dovevano per forza scendere a valle a compensare con altri popoli meno celtici ma pur sempre nordici (anche gli Australiani sono a nord rispetto ai pinguini) il calo fisiologico di un astensionismo che non ha minacciato le loro percentuali ma che – a guardare il pelo sull’uovo – avrebbe scalfito il loro dato assoluto, se non avessero fatto “lega” con bande di Etruschi e Umbri e Piceni desiderosi di imitarli. O addirittura stanchi di attenderli?
A contar bene i risultati elettorali e a sfogliare qua e là il libro di Stefanini, non si può negare che nelle regioni rosse la Lega fosse attesa – direbbe il Peppone di Guareschi – come la fatidica “seconda ondata”.

E poi dicono che la sinistra si sta buttando via!
Ma la Lega, origini mitiche a parte, non viene da destra come Le Pen ma nasce da una costola della sinistra, come è successo a Maroni. Sarà anche per questo che quando dal verde lombardo si passa al rosso del centro Italia, la Lega non attrae i comunisti delusi – come molti continuano a dire – ma al contrario quelli ancora illusi e magari non ancora collusi: quelli che hanno sognato sempre un partito di lotta e di governo, una politica di territorio e di identità, una cultura di tradizioni e di novità. E, a ripercorrere, sul filo interdentario di una memoria cariata, gli ultimi decenni di discorsi e di percorsi della sinistra – e soprattutto di quella tosco-umbro-emiliana che è passata per prima dal comunismo al condominialismo, dall’internazionalismo al territorialismo, dal lavoro culturale all’agriturismo – ci si accorge facilmente di come il leghismo possa ristorare le idee e rianimare i corpi del suo elettorato stantio. Certo, con qualche ostacolo ideologico che però non è difficile aggirare o forse solo aggiornare. In fondo, la Lega sta diventando moderata: è passata dal razzismo anti-terrone a una xenofobia buonista (dal Fuori dai coglioni! all’adozione a distanza dell’Aiutiamoli a casa loro!). D’altra parte, è indubbio che la pacifica ma ininterrotta invasione di badanti e puttane, di lavoratori in nero e di neri al lavoro, sta arrivando anche nelle più sperdute campagne. E dove non arrivano ancora né gli africani né i criminali – per esempio in paesini ridenti e morenti come Badia Tedalda – non è il contatto reale ma il reality mediale a far sentire moderno e civile il voto leghista.
Cito da pagina 129 di Avanti Po: “Il voto alla Lega si dà perché non se ne può più di questi stranieri che rubano e ammazzano, e fanno le rapine in villa e stuprano le donne”. E alla replica del giornalista che osserva come la realtà del paesino sia tranquilla e lontana da tutto ciò, il neo-leghista risponde: “Sì, va bene. Ma che credi? La televisione ci s’ha anche noi!”, tagliando corto con quanti ritengono che la Lega non sia un partito che si avvantaggia del potere dei media, ma che lavora nel territorio.
Il fatto è che non tutti hanno bisogno di apparire nel cielo della tv: ai leghisti fin qui è bastato che l’etere abbia ben irrorato il territorio, fertilizzando i suoi raduni sociali e i suoi raccolti culturali. Del resto, gli allarmi e gli argini circa la questione dei troppi stranieri non sono stati monopolizzati dalla Lega, che è un partito altruista che dà la linea al Governo centrale ma dà anche punti alle amministrazioni locali. Come purtroppo si ricorderà, la sinistra degli assessori alla sicurezza e dei sindaci alla sicumera ha lavorato con zelo di concorrenza e di preveggenza sui problemi scottanti dei lavavetri di Firenze e dei mendicanti di Venezia.
E infine è davvero finito quel tempo e quel detto per cui la destra non doveva sapere quello che faceva la sinistra e viceversa. Queste divisioni restano soltanto nei libri di Bobbio, o al massimo nei libri di scuola.

Destra e sinistra dispari sono
Ma soltanto i conti elettorali segnano una vera differenza. Nelle cose e nelle case, il leghismo ha insegnato a tutti “come fare”, archiviando l’antica domanda del “che fare” di tragica memoria. La Lega per prima ha lasciato perdere queste seghe mentali e mettendo il fare al posto del pensare ha saputo prendere il “meglio” sia del comunismo che del fascismo. Sono in tanti – fra i neo-elettori e i neo-eletti leghisti delle regioni rosse – quelli che vantano la loro discendenza dai partigiani, la loro maglietta con Che Guevara, mentre ringraziano di essere stati educati “alla scuola del Pci”: non importa poi che il libro (e non più il moschetto ma lo schioppo da baldi cacciatori) sia di quell’eterno fascismo culturale che è passato da gioco d’infanzia a demenza senile dell’autobiografia della nazione. Ma poi non è nemmeno un libro, ma un sillabario pieno di stereotipi e di semplificazioni, di piccole volgarità e di meschine ambizioni, di figurine sconce e di goliardiche canzoni, insomma di tutto il repertorio della vera cultura nazional-popolare, quella con le radici finte ma con i frutti veri che ormai nutrono tutti gli elettori di qualunque partito e di qualunque regione.
La vittoria della Lega non sta tanto nei numeri ma nei pensieri. E in primis nei pensieri di quelli che non la votano ma la invidiano: la elogiano per la costanza e per l’umiltà, per questo suo essere vicina alla gente come un tempo i comunisti e dentro le loro teste come una volta i fascisti. La Lega è così passata da modello dei partiti a “partito-modello”: dà il buon esempio alla politica e perfino la difende dalle disaffezioni, anche perché da tempo lavora nella “coltivazione del consenso” mentre tutti gli altri si danno da fare solo nella stagione del raccolto.
La Lega sta diventando un mito collettivo, almeno quanto Berlusconi è diventato il divo individuale degli italiani. La Lega non è dunque soltanto il suo migliore alleato, ma il suo perfetto complemento e completamento. Se Berlusca “lo sdoganatore” è stato il fluidificante della libertà, Bossi e i suoi si stanno dimostrando i coagulanti dell’uguaglianza: se a Lui è toccato di liberare l’immagine e l’immaginario collettivo del padrone-operaio (del resto che vuol dire “imprenditore”?), Loro hanno completato la democrazia con il principio di “tutti padroni a casa propria”.
Nella disparità dei risultati, mai come questa volta gli slogan della campagna elettorale si somigliavano e si “legavano” tutti: L’Umbria prima di tutto era per esempio del Pd, ma le varianti di tutte le regioni e di tutti i partiti non facevano che inneggiare alle identità e al territorio, alla tipicità del carattere e alla genialità del luogo. Eccessi di orgoglio e appelli alla difesa esagerati che peraltro non hanno per forza bisogno di un nemico, ma appena di qualche “straniero”. Non di capri espiatori – nessuno è razzista qui da noi – ma al contrario di un gregge da custodire. Anche i leghisti sanno che gli stranieri ci servono, e che dunque siano “servi” perbacco! Con tutta la dignità e la garanzia di lavoratori che non ci rubino lavoro, di assistiti che non ci sottraggano fondi, di ospiti che sappiano stare al loro posto che ancora non si sa bene qual è. Ma si sa che dev’essere decente e non invadente. Integrato ma non mescolato. Controllato ma non ghettizzato.
Si tratta di tutelare anche la loro differenza, mentre si difende il valore tutto “nostro” dell’uguaglianza: noi siamo tutti nella stessa barca, ed è per questo che bisogna evitare altri sbarchi. Dove li mettiamo? E come li facciamo vivere? La disoccupazione è una disgrazia ma può diventare un reato nel Paese dei Lavoratori. Per degli stranieri che vengono qui poi, chissà con quali idee per la testa, è facile cadere in tentazione e diventare criminali. O schiavi dei criminali, che è lo stesso.

La Lega è il nuovo partito dei lavoratori
Non è una formazione politica di nuova destra, non più di quanto al contempo sia di nuova sinistra. Il giorno dopo le elezioni – se qualcuno ha continuato a seguire i telegiornali – si sarà accorto che nella fabbrica lombarda occupata della Bmw, un importante onorevole leghista (e non un pirla di militante qualunque) ha passato l’intera “prima notte” con gli operai, e ha promesso che contro i padroni tedeschi si darà da fare. E non era stavolta un richiamo ai tempi della guerra contro il Barbarossa, ma al contrario un segno che la parte rossa del leghismo nazionale sta governando le lotte mentre sta lottando al governo. Il sogno delle regioni rosse in fondo non è sempre stato questo?
Intanto e in più la Lega è Verde – come il colore dei dollari ma anche di chi non ce l’ha – e parla da sempre e con tutti il linguaggio universale dei soldi, spaziando dai conti dello stato di Tremonti a quelli della casalinga di Voghera. L’unità linguistica è il fondamento di una cultura, ma la sinistra nobile dei conti D’Alema e del marchese Veltroni ha fatto sempre fatica a scendere negli spiccioli preferendo discettare di alta finanza. Malgrado le rimpatriate di Bersani davanti ai cancelli della Fiat, la sinistra non è più popolare e questo – visto il livello a cui è sceso il popolo – non è di per sé un peccato. Ma non si oppone e non propone e ancor meno dispone di argomenti che possano convincere o almeno educare le fatidiche “masse”; a parte il dettaglio di come sono messe le attuali “avanguardie”. Il sempre nuovo Partito democratico deve appunto ancora partire: ha un evidente difetto di accensione che non si risolverà con i mezzi e con i linguaggi degli altri.
Un leader carismatico populista? Un partito popolare leaderista? Sono ruoli già presi e – come direbbe il compagno Fini – perché mai gli elettori dovrebbero scegliere delle fotocopie?
Idee nuove vincenti o appena convincenti non ce ne sono. Generazioni nuove e sindaci alla fiorentina o alla veneziana hanno fatto quello che potevano o quello che volevano, ma davvero non bastano più.
E la Lega è invece lì, con il suo fascino da bocciofila antica e insieme da casa del popolo con i video-giochi al posto della tombola. È lì nelle intoccabili regioni semprerosse, con percentuali da fare invidia ai centristi e già molto più alte del vecchio Psiup, che in fondo aveva lo stesso ruolo di attrazione nei confronti dei molti figli dei militanti d’antan. La Lega è lì, nel triangolo rosso, per di più senza poteri e clientele e dunque con un voto soltanto (ahimé) d’opinione. È lì, non per dare fastidio – le Regioni Rosse sono come la donazione di Sutri, il fondamento intoccabile del potere temporale della seconda chiesa – ma peggio per dare l’esempio.
Le regioni storiche della sinistra storica, dopo aver cercato di imitare vanamente la comunicazione e l’imprenditorialità alla berlusca, forse adesso saranno tentate di copiare quella Lega che gli ha copiato più di un compito in classe. E perfino di classe.
Molti giovani figli di Peppone che adesso vivono e studiano in città, si sentiranno già pronti a tornare in campagna a fare la loro campagna elettorale. Non è un caso se – il giorno dopo le elezioni – i commenti più vispi e più forti ai risultati elettorali della sinistra, sono stati quelli della figlia americana di Veltroni e della figlia emiliana di Bersani che si sono scambiate gastriti e medicamenti. E la parte tragica di questa nota comica non vi sarà sfuggita: vuoi vedere che anche quelli che perdono non rinunciano a lasciare eredità e lanciare dinastie politiche?
Qui da me, in Umbria, ci siamo abituati: quando non si tratta di figli naturali basta il nome di battesimo a prolungare una tradizione. Non è un caso se la nuova presidente della regione si chiama Catiuscia e il sindaco del capoluogo Vladimiro.

Piergiorgio Giacchè