Archivio 2010 Maggio - N. 119 Il “modello Vendola”
Il “modello Vendola”
di Alessandro Leogrande   

Le elezioni regionali sono state una batosta inaspettata per il centrosinistra. Dato per agonizzante, l’asse Pdl-Lega (ma sarebbe più corretto iniziare a dire Lega-Pdl) si è dimostrato più forte che mai. Non solo perché in grado di vincere in molte grandi regioni, ma anche perché in grado di rinvigorire il rapporto con i propri elettori, quelli che chiamano “la gente normale”. Ciò che sgomenta è che, al Nord come al Sud, l’ossessione dell’immigrazione si è rivelata ancora una volta il più potente collante delle destre italiane.

E Bossi e Berlusconi (così come Cota, Zaia eccetera) sanno all’occorrenza alimentarla con toni da guerra santa che sfociano nella xenofobia più aperta. A parte la Toscana e l’Emilia-Romagna, che per convenzione chiamiamo ancora “regioni rosse”, l’unica grande regione in cui il centrosinistra ha vinto è stata la Puglia. Per questo il successo di Nichi Vendola (per il modo in cui è stato costruito, e ancora prima per il modo in cui la candidatura è stata strappata allo stato maggiore del Pd) costituisce una rottura nazionale. La Puglia, insieme alla Basilicata, è di fatto l’unico spicchio di Mezzogiorno governato dal centrosinistra. Ed è un centrosinistra diverso dal resto del paese.
Nella vittoria di Vendola sono stati determinanti innanzitutto due fattori. Uno locale: la sua giunta (nonostante il coinvolgimento nello scandalo sanità di alcuni esponenti Pd prontamente rimossi) ha operato bene. È stata in grado di realizzare, almeno sul piano della produzione delle leggi, una azione riformatrice e discontinua rispetto al passato. Un’azione riformatrice (spesso in opposizione alle politiche nazionali, come sull’acqua o sul nucleare) che la maggioranza dei pugliesi ha percepito come tale, e premiato. In genere si dice che nella politica post-moderna destra e sinistra si equivalgono. Ma nessuno può sinceramente dire che Fitto e Vendola sono la stessa cosa. Per essere più precisi: sotto “l’icona” Nichi Vendola ha operato, in assessorati-chiave, una nuova leva di assessori (il più delle volte indipendenti dal Pd e in alcuni casi anche dalla stessa Sinistra ecologia libertà) all’insegna di un deciso pragmatismo. Quando questo pragmatismo è stato condiviso anche al di fuori del recinto istituzionale, da pezzi della società civile, sono stati ottenuti i risultati migliori. La legge contro le imprese che sfruttano il lavoro-nero, la legge contro l’inquinamento industriale, le misure per la cura sanitaria dei “clandestini” (fortemente osteggiate dal governo Berlusconi), gli investimenti per le energie rinnovabili, le politiche giovanili e culturali... hanno smosso davvero la società pugliese, e aggredito alcuni dei suoi potentati. Per questo costituiscono dei modelli anche per le altre regioni.
La seconda ragione è nazionale: Vendola è stato in grado di elaborare una nuova narrazione, un nuovo immaginario che mette insieme istanze cattolico-progressiste, movimentiste, post-berlingueriane, la cultura dell’antimafia e quella dei diritti civili, e le trasporta nel XXI secolo, su un piano culturale più elevato di quello offerto mediamente dal dibattito pubblico. Questo nuovo linguaggio può anche avere, a volte, delle cadute retoriche, ma nessuno può negare che abbia ottenuto un forte impatto. Pertanto, poiché il berlusconismo e il leghismo si possono battere solo con una contronarrazione più efficace della loro, di testa e non di pancia, è lecito pensare che Vendola sia l’unico leader all’orizzonte da contrapporre su scala nazionale.
Ora la domanda è proprio questa: il modello Vendola (fatto non solo di narrazione, ma anche di politiche concrete e di una macchina elettorale pazientemente costruita) può essere esteso al di là della Puglia? Finora la pugliesità (con l’evitare il confronto diretto con il Palazzo romano) gli ha garantito maggiori possibilità di incarnare il ruolo dell’outsider? Ma se parliamo di coalizioni nazionali (di istanze del nord, di istituzioni centrali...) il gioco può riprodursi?
È questa la principale scommessa dei prossimi anni, ma la strada – per Vendola – è tutta in salita. Il suo partito (che un vero partito ancora formalmente non è) Sinistra ecologia libertà in Puglia ha sfiorato il 10% dei consensi. Se a questo sommiamo il 5,5% della lista civica “La Puglia per Vendola” otteniamo una cifra di appena 5 punti inferiore al 20,5% del Partito democratico (visibilmente indebolito dalla gestione dirigista di D’Alema prima e durante le primarie, e dallo scandalo escort che ha coinvolto Frisullo). Altro dato su cui riflettere: il candidato Vendola ha preso un milione e trentaseimila voti: 120 mila in più della somma dei voti di tutti i partiti che compongono il centrosinistra. Ciò vuol dire che tantissimi elettori tiepidi di centrosinistra (o addirittura elettori che di centrosinistra non lo sono proprio) lo hanno votato. E questa, dal punto di vista strettamente politico, è la migliore risposta a chi come Casini non ha voluto appoggiare Vendola perché troppo “radicale”.
In Puglia quindi il modello Vendola ha vinto pienamente. E, cosa unica in Italia, una politica che non si vergogna di dirsi di sinistra, e di provare a fare cose di sinistra, ha preso voti al centro. Ma in tutte le altre regioni in cui si è votato la Sel non ha superato il 4%. Un po’ poco per concorrere alle primarie per il candidato premier...
Lo stesso discorso va fatto per il fenomeno più interessante da analizzare della recente campagna elettorale pugliese: “le fabbriche di Nichi”. Capillarmente estese sul territorio regionale (sono oltre 140) hanno creato una forte mobilitazione giovanile. Benché già a partire dal loro nome contengano una forte matrice personalistica, sarebbe errato ridurle a semplici comitati elettorali. Di fatto le “fabbriche” sono state, soprattutto in Terra di Bari, delle sezioni post-moderne, la risposta post-partitica alla liquefazione dei partiti. Si sono riempite di ventenni e di trentenni, hanno elaborato un nuovo linguaggio, con nuovi mezzi. Una cosa molto obamiana, si dirà, ma a conti fatti molto più efficace (per la vittoria finale) del vecchio modo di agire e di narrare del Pd e della stessa Sel. Le fabbriche sopravvivranno al momento elettorale? E, anche su questo versante, è ipotizzabile aprire altre fabbriche fuori dalla Puglia? Qui la strada si fa ancora più in salita, ma capire come tutto questo possa coagulare una nuova politica, e non solo momentanee passioni elettorali intorno alla personalizzazione dello scontro politico, è una questione nevralgica. Non solo per la Puglia.
La riflessione post-regionali nel campo della sinistra, in vista delle future elezioni politiche, parte da qui. Come battere, allora, il berlusconismo?
La sensazione è che i vertici del Pd vogliano anestetizzare il ciclone Nichi Vendola, magari offrendogli di entrare nel partitone smorto, ma non sostenerlo. Dalla sua, è probabile che Vendola calibri al meglio le prossime mosse in vista delle primarie per la scelta del candidato premier del 2013. In un sondaggio pubblicato da “l’Espresso”, alla domanda “Chi può battere Berlusconi?”, Vendola ha ottenuto il 16% dei consensi tra gli elettori di centrosinistra. Tra una serie di nomi indicati a un campione stratificato di 2.500 soggetti, è al secondo posto: viene subito dopo Bersani, che ha ottenuto il 20%, e prima di Luca Cordero di Montezemolo e Mario Draghi, che hanno ottenuto entrambi il 14%. Certo, pensare seriamente che Montezemolo e Draghi possano guidare il centrosinistra (e fare politiche di centrosinistra) è una delle classiche alchimie del gruppo Espresso. Tuttavia, scremato di questo dato, il sondaggio dice che è molto probabile una sfida tra Bersani e Vendola.
Ora, nella vittoria nelle primarie pugliesi è stato determinante, a favore di Vendola, il voto di una parte consistente della base del Pd (non tanto dei quadri che provengono dai Ds, quanto dei cattolici e dei giovani). Cosa accadrebbe su scala nazionale? Quella contronarrazione, così efficace nei comizi pugliesi, può essere esportata in una piazza di Cuneo o di Rovigo o stabilmente (come è richiesto a ogni leader nazionale) nei salotti televisivi?
In un’intervista rilasciata a “il manifesto”, il sindaco di Torino Sergio Chiamparino, che non ha mai nascosto di voler concorrere per la candidatura a premier del centrosinistra, ha detto freddamente: “Faccio notare che Vendola è rappresentante di un partito che qui in Piemonte non arriva all’uno e mezzo per cento. È il candidato di una certa area della sinistra, ma un conto è vincere le primarie in Puglia e un conto è prevalere sul centrodestra in Italia”.
Forse Vendola sarà sempre percepito come un alieno dagli elettori del Nord, ma il suo maggior ostacolo sono proprio questi leader, questi cacicchi di partito alla Chiamparino, con il loro sottile sprezzo antimeridionale (oltre che per tutto ciò che si muove al di fuori del proprio gruppo dirigente). Faranno di tutto per anestetizzarlo. Per inglobarlo, o inchiodarlo alla sua diversità pugliese. D’altra parte, bisogna riconoscerlo, non è detto che Vendola riesca a percorrere quella strada in salita di cui si diceva prima.
Lo scenario è quindi dei più foschi. Un paese saldamente in mano a Berlusconi e alla Lega. Un Pd incapace di rinnovarsi e di aprirsi alle nuove istanze della base del centrosinistra. E di fronte, l’impossibilità – al momento – di queste nuove istanze (quando rimandano a una prassi amministrativa concreta, come la giunta Vendola, e non all’antipolitica di Grillo) di superare i confini regionali.
Che ne sarà dell’outsider Vendola? A essere pessimisti si può dire che la cosa più ovvia è che tutto si svolga secondo copione. Creerà le basi per la propria candidatura, la formalizzerà e molto probabilmente sarà sconfitto. Ma poiché se ci si fossilizza sullo scenario politico-politico si rischia di dar ragione agli altri, e di venire comunque risucchiati nelle logiche del Palazzo, è necessario rovesciare il piano della riflessione.
Qui il problema centrale non è scegliersi il candidato, ma elaborare concretamente un nuovo orizzonte politico contro lo strapotere del berlusconismo. In un’Italia a maggioranza berlusconiana (in cui la sinistra rischia di essere condannata a una perdurante condizione di minoranza, come del resto è avvenuto per tutto l’arco della Prima repubblica) ritagliarsi aree libere, spazi in cui elaborare leggi diverse. In Puglia questo è stato fatto: al federalismo leghista è stato contrapposto un regionalismo diverso, autonomo, ampio. Aperto all’Europa, al Mediterraneo, all’Est, e non ripiegato su se stesso.
Questo patrimonio va preservato e irrobustito nei prossimi cinque anni. È questa la prima, vera sfida della nuova giunta Vendola. Rovesciamo davvero il piano della riflessione. Tra cinque anni, in un modo o nell’altro, allo scadere del secondo mandato, questa esperienza sarà conclusa. La cosa più importante è evitare che il segno di una politica diversa (a differenza di tutti gli altri aggregati di centrosinistra dell’Italia meridionale) vada disperso. Per fare questo, occorre creare un forte reticolato, di idee e di azioni, dentro e fuori le istituzioni.
Più volte negli ultimi tempi si è sentito Vendola ripetere che il vero nemico da combattere è “la solitudine del potere”. Uno viene eletto nella speranza di cambiare la realtà, di ridurre le ingiustizie, e poi si ritrova solo dentro una macchina burocratica, “kafkiana”. Solo: perché i compagni in genere scompaiono, quando gli entusiasmi delle campagne elettorali si smorzano, e a bussare alla tua porta cominciano ad arrivare i soliti parassiti, i soliti mediatori, i soliti signorotti di paese, senza il volere dei quali – ti minacciano – questa legge non passa. Ogni volta che Vendola parla della “solitudine del potere” viene da ripensare a L’orologio di Carlo Levi, all’impossibilità di preservare il nuovo tra le regole sempiterne del Palazzo. È la tragedia della politica in questo paese, è l’impossibilità di riformarlo.
La diversità pugliese non è un dato acquisito. Quella diversità è stata costruita in questi anni, a fatica. E non è neanche pienamente tale, come dimostrano gli scandali della sanità. Tutto questo non è stato realizzato in una regione immacolata, fatta di mare, ulivo e friselle, ma in una regione in cui modernità e arretratezza erano legate a filo doppio, in cui le disfunzioni, la corruzione, il peso delle caste, il lavoro nero erano enormi. Anzi, sono ancora enormi e vanno combattuti ogni giorno. Con nuove leggi e nuove misure, se no finisce che vincono di nuovo loro.
Preservare questa diversità faticosamente raggiunta, rompere la solitudine, le solitudini, ogni giorno che viene, è il primo obiettivo. È l’unico obiettivo davvero importante. Riuscirci, anche solo in parte, è il miglior contributo che si possa dare al centrosinistra italiano. I veri sondaggi verranno dopo. È inutile rimanerne ossessionati.

Alessandro Leogrande