| Il voto e il vuoto del nord |
| di Gianfranco Bettin |
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Il voto di marzo ha confermato che la sinistra italiana non capisce, del nord, né le buone ragioni né i torti. La vittoria della Lega nasce da questo: dal vuoto di rappresentanza derivante da un vuoto di comprensione. C’entra solo relativamente la questione del “radicamento”, il leit motiv che per molti sembra ora spiegare tutto. La sinistra, in realtà, in molte parti del nord è tuttora ben presente e radicata. Non è che ha perso il Piemonte, per dire, perché si è autoespiantata dal territorio o ne è stata cacciata. La risicatissima vittoria di Cota dipende dall’incapacità della sinistra di riconoscersi in un progetto e in un metodo di confronto interno capaci di integrare, ad esempio, le ragioni degli ambientalisti, con tutte le mediazioni del caso. La rottura sul punto del Tav, che è stata rottura con la grande maggioranza degli abitanti della Val di Susa e con una solida corrente dell’ambientalismo italiano, ha prodotto il riversarsi di un significativo consenso elettorale sulla lista di Beppe Grillo, al di fuori della coalizione di centrosinistra. Cota ha vinto per questo, o meglio per questo ha perso Mercedes Bresso. Non è, appunto, che la sinistra abbia perso perché non sta sul territorio. Entrambe le parti in conflitto dentro la sinistra, in questo caso, sul territorio ci stanno. Il problema è come, e come entrano in relazione tra esse. La questione del “radicamento” è, semmai, più interessante se posta dal lato della Lega, e riguarda il modo in cui è riuscita a sostituire completamente la vecchia Dc nei suoi territori di storico insediamento (come dimostrano gli studi di Ilvo Diamanti). La fine del partito cattolico, agli inizi degli anni novanta, aveva aperto uno spazio enorme, nel quale la sinistra avrebbe potuto inserirsi, incontrando domande di rappresentanza e di mediazione rimaste improvvisamente senza interlocutori. La stessa conquista, per due volte, della maggioranza parlamentare e del governo (nel 1996 e nel 2006), avrebbe consentito di rivolgersi a questa fondamentale area del paese disponendo di strumenti cruciali di decisione e intervento. Invece, una condotta politica insipiente, e culturalmente meschina, ha fatto fallire, pressoché sul nascere, ogni possibile incontro con le inquietudini del nord e, appunto, sia con le sue buone ragioni, da sostenere, sia con i suoi veri torti, da criticare radicalmente. Quando vince la Lega, come adesso, è tutto un interrogarsi sulla “questione settentrionale” e sul federalismo. Quando alla sinistra capita di vincere, accantona il tema e prova a far da sé, come se il possesso del governo garantisse anche la rappresentanza e spegnesse quelle inquietudini, le rendesse meno urgenti e sostanziali. L’esperienza del secondo governo Prodi, da questo punto di vista, è stata davvero devastante. Ogni resipiscenza successiva della sinistra, e non ne sono mancate, ogni beceraggine della destra e della Lega, e va da sé che sono state innumerevoli, non sono riuscite a far dimenticare quel miserando fallimento. La vittoria della Lega al nord, che ha trascinato una destra ormai messa non tanto meglio della sinistra, si spiega, ancora, con gli esiti lunghi e duraturi di quella vicenda. Al nord, e forse anche nel resto d’Italia, a moltissimi basta pensare un istante di ritrovarsi di nuovo sotto un governo e una coalizione come quella per decidere di votare immediatamente Lega (o di non votare affatto, sempre di più: ormai da due a quasi quattro elettori su dieci, a seconda del tipo di elezione, non votano più). Anche la Lega, si diceva, non tiene tutti i suoi voti, ma le riesce comunque meglio il gioco di presentarsi come forza antisistema e, insieme, come forza che usa il governo (anche locale, oltre che a Roma) per tentare di cambiare le cose. Questo spiega il suo attuale (relativo) dilagare: le paga stare al potere, sui territori come nella capitale, e le paga cavalcare, produrre e anche esasperare il conflitto. La sinistra non sa fare né l’una né l’altra cosa. Quando governa bene, e non succede spesso, non fa altro che buona amministrazione, il che sarebbe, in effetti, ciò che di meglio si potrebbe sperare in una situazione normale. Ma oggi siamo in un tempo e in un contesto materiale che richiedono capacità di andare oltre, di fare una buona amministrazione che sappia, cioè, anche far progredire verso nuovi modelli locali e globali. La Lega parla di mondi nuovi da costruire qui e ora. Sono mondi regressivi, chiusi, egoisti, quasi sempre (ma non rinuncia a tentare di annettersi anche cose quali la sostenibilità ambientale, il rispetto del paesaggio, la rivendicazione delle tradizioni, cose che non sarebbe il caso, a certe condizioni, di lasciarle). La sinistra, quasi sempre, parla di efficienza, di compatibilità, di progresso genericamente inteso e spesso inteso per il verso sbagliato (grandi opere fatte un po’ meglio di quelle di Berlusconi, o innovazioni neoliberiste solo più mitigate delle sue e così via). I mondi nuovi della Lega poi convergono attorno alla “rivoluzione federalista”. La sinistra, che il federalismo doveva avercelo nel Dna e che l’ha gettato alle ortiche per coltivare il nazionalismo centralista, oscilla tra gli inciuci sulle architetture istituzionali con Berlusconi e la subalternità riottosa al trascinamento federalista prodotto dalle vittorie della Lega. Se avesse scelto la via federalista in modo coerente e radicale, specialmente nel 1996, avrebbe potuto offrire alla Lega una sponda diversa da quella offertagli da Berlusconi e avrebbe potuto dettare i tempi e i modi di una trasformazione radicale degli assetti istituzionali, recuperando la vera e grande tradizione federalista italiana che, da Cattaneo a Spinelli, oltre a essere una tradizione europeista, aperta, democratica, è incentrata sulle vere autonomie locali, sui comuni, e non, come nell’accezione leghista-berlusconiana, su Regioni concepite come neo-staterelli nel quadro di un presidenzialismo simil-peronista. Non è successo. Come non è successo che, nel nord, le forze produttive, l’impresa, nelle sue mille forme e dimensioni, e gli stessi sindacati, sapessero elaborare un’idea di società, di economia, all’altezza dei tempi. Abbiamo, in questo campo, al nord, una delle classi dirigenti più arretrate del mondo. Come a cavallo tra gli anni cinquanta e gli anni sessanta la stessa classe, o meglio i suoi nonni e genitori, sprecò la grande chance della ricostruzione puntando tutto sull’arricchimento sregolato e non sulla modernizzazione equa ed equilibrata del paese, così, dentro l’attuale transizione politica e dentro la crisi di sistema dell’economia e dello stato, le classi produttive del nord sembrano chiudersi attorno all’obiettivo del mantenimento del proprio status, con velleità di rilancio da parte delle imprese, e con sacrosanta volontà di non perdere ulteriore potere d’acquisto e ulteriori diritti i lavoratori dipendenti. Sono situazioni diverse, naturalmente, e non è neanche in discussione a quale vadano ricondotte le maggiori responsabilità. Ma entrambe le accomuna una miopia di visione, un’arretratezza culturale, che producono un vuoto di prospettiva, una palude dell’immaginazione che asfissia la politica. La Lega, mentre presidia (e spesso governa) il qui e ora, agli smarriti della globalizzazione parla di un possibile ordine nuovo. Lo stesso che i suoi esponenti provano a realizzare o a evocare attraverso parole forti e chiare, attraverso concreti atti di presenza sul territorio e con decisioni formali (dalle delibere e ordinanze dei sindaci o dei presidenti e dei consigli comunali, provinciali e regionali fino ai provvedimenti dei ministri, Maroni in testa, e ai “pacchetti” di riforme istituzionali prodotti da Calderoli e Bossi). L’iniziativa leghista, così, fa apparire ancor maggiore il vuoto di visione della sinistra e si offre alle stesse forze dell’impresa e del lavoro come la sola via d’uscita dalla crisi e dall’incertezza. Anche la recente “conversione” cattolica – specie sui temi della famiglia e dell’etica sessuale – è un tassello di questa visione che unisce il massimo del radicalismo e del sovversivismo nei confronti degli assetti istituzionali (e della stessa Costituzione) e il massimo di aderenza agli interessi economici consolidati e ai contenuti più rassicuranti della tradizione (il “Dio-Patria-Famiglia” rilanciato da Tremonti, il politico non leghista più vicino alla Lega, dove la Patria, va da sé, è la “piccola patria”…). Oggi, primavera del 2010, questa spinta, questa iniziativa sembrano inarrestabili. Ma lo sono più per debolezza di chi potrebbe opporvisi che per forza propria. La partita italiana, di cui al nord si gioca molta parte, sarebbe, e forse ancora è, del tutto aperta, se ci fosse in campo una forza democratica e lungimirante capace di giocarla davvero. Invece, per ora, nel migliore dei casi, ci sono soltanto minoranze rispettabili, tenaci, profetiche. Speriamo si possa almeno ripartire da lì, con quelle, e non disperarsi insieme, appena consolati della buona compagnia. Gianfranco Bettin |
