Archivio 2010 Maggio - N. 119 Braucci sulle orme dei padri
Braucci sulle orme dei padri
di Goffredo Fofi   

Non tutti i padri meritano di venire onorati. Questo vale soprattutto in questi anni e forse i padri degli italiani giovani e meno giovani di oggi lo meritano meno di tanti altri, perché possono accampare meno scuse al loro mal agire passato e presente. Il padre di cui il protagonista di Per sé e per gli altri di Maurizio Braucci (Mondadori, nella confusa collana di Strade blu) va cercando le tracce nel Messico si era fatto un seconda vita dopo aver abbandonato moglie e figli, facendosi un nome come sarto per la buona società. Egli è morto, e si tratterebbe soltanto di seppellirlo nel proprio cuore con la durezza o la pietà del caso, ma i padri (e le madri), si sa, non possono mai esserci indifferenti.

Hanno inciso in ogni caso troppo a fondo nella nostra psiche e nella nostra personalità per potersene liberare con un’alzata di spalle. E poi, cercare le orme del padre è un’occasione per fare i conti con se stessi, seppellirne il ricordo significa liberarsi del passato per poter proseguire sul nostro cammino più liberi e, soprattutto, più consapevoli. Senza rendersene sempre conto chiaramente, o non dichiarandolo, il protagonista del romanzo attraversa il Messico incontrando le sue sventure vecchie e nuove senza un’ombra di mitizzazione, incontrando in definitiva le sue diversità e vicinanze con l’Italia, la Campania, la Napoli da cui il protagonista proviene. (E anche se l’epigrafe del libro è un verso di Mandel’stam che dice “Non far paragoni: chi vive è incomparabile”, anche se tutto è sempre nuovo anche quando ci sembra un eterno ritorno, dobbiamo sempre fare i conti con ciò che ci somiglia delle altrui culture, e “connettere” se non altro come membri di una medesima comunità umana, e cioè pur sempre ferina. Il titolo stesso del libro è un’iscrizione funeraria, i morti sono tra noi, e la cultura messicana ha in questo senso, nel culto dei morti – barocco e ispanico nelle somiglianze, arcaico nelle differenze – molto che appartiene alla cultura napoletana e campana, sicula e mediterranea.)
Panico e investigazione nel bisogno forte di uscirne adulti e vivi sono la chiave del viaggio e del racconto, tenuto su un registro di autocontrollo, di pudore, di rifiuto di quelle superficialità e facilonerie a cui ci hanno abituato i romanzieri (e i viaggiatori) di oggi. I luoghi non vengono nominati ma sono riconoscibili, e tra loro ci sono i luoghi canonici del Messico d’oggi, la capitale federale, il Chiapas, la frontiera con gli Usa, per esempio; e la vicende note a tutti i media, che si fermano però tutti o quasi all’enfasi e non alla comprensione, all’apparenza e non alla sostanza. Si fermano al folklore. Oso pensare che Per sé e per gli altri sarebbe piaciuto a Graham Greene e perfino a Juan Rulfo, la cui opera certamente Braucci conosce e in qualche punto sembra citare, per la sua austerità e per la sua comprensione profonda di miserie e tragedie, per la sua scrittura senza fronzoli – ma non così diffusa e psicologica come quella di Greene, non così compressa e poetica come quella di Rulfo, poiché altra è l’epoca e altri i destinatari, e le ambizioni di Braucci sono forse, per ora, più modeste, ma non meno coerenti e rigorose. Che il suo tema sia quello dei padri (ma anche le madri non ne escono bene: “dopo l’addio al mito di mio padre devo fare altrettanto con quello di mia madre… I padri possono anche esserci indifferenti, le madri no, il loro amore è più subdolo, è una trappola da cui è difficile liberarsi”) nasce da una constatazione che riguarda tutti, e che dà al romanzo la sua chiave più larga: siamo orfani, tutti, di padri che hanno concretamente e non metaforicamente tradito le aspettative migliori, che in nome del benessere hanno abdicato in Italia ai doveri di fare del paese un paese più giusto, voltando le spalle alla parte migliore della generazione che, cresciuta nella brutalità di una guerra mondiale e di una dittatura, pensò una ricostruzione che fosse edificazione di un sistema democratico coerente, e alto, di alto profilo.
Il “popolo” si è fatto irretire da modelli venuti dall’alto e si è perduto, la classe dirigente che è cresciuta sul boom ha voltato le spalle a quelle prospettive e ha trovato le sue nuove leve nella sconfitta delle prospettive di cambiamento degli anni sessanta e settanta, nella restaurazione mondiale che ha aperto le porte a una società invero nuova e di nuove ingiustizie, di nuova barbarie. Gli adulti che lo fecero nella “via legale” – economia, politica, amministrazione pubblica – e quelli che lo fecero nella “via illegale” trovarono nel culto della ricchezza e del potere (le due cose insieme, e indissolubili) le “convergenze parallele” grazie alla quali si è operato e continua a operarsi il tradimento delle speranze.
Il capitolo finale di Per sé e per gli altri, con la storia e le relazioni del falso Kraus (amico del padre morto del protagonista, camorrista-mafioso fuggito in America Latina e dietro il cui racconto si nascondono storie molto reali) è di constatazione assai amara sulle regole del mondo, nelle quali i confini tra legale e illegale sono stati scancellati. Dietro Kraus si nasconde la vicenda nuova e poco narrata di una criminalità assolutamente moderna, delle sue metamorfosi e delle sue migrazioni, delle sue alleanze e delle sue mescolanze. Quello che al lettore potrebbe sembrare incredibile è probabilmente accaduto, cerchi un padre e trovi un modello che tutto ti spinge a far tuo. Cosa ti salva, allora, se non una moralità più accesa, una esigenza di verità, il rispetto per te stesso?
Un’oggettività senza ricami ci rimanda alla violenza del potere e delle sue lotte, dopo che il protagonista ha esperito l’esperibile nel suo viaggio di pellegrino disorientato, tra gente di successo e di insuccesso, tra arenati e sbandati, tra vittime e rivoltosi chiari e non chiari, tra uomini e donne – le donne tragiche della frontiera, le donne che cercano e si cercano come il protagonista lungo vie di fuga che non sembrano veri punti d’approdo.
Alle spalle ci sono Napoli e l’Italia, poco dette ma onnipresenti. Davanti a sé il protagonista ha una scelta limitata: lasciarsi andare e arenarsi, come i fragili e patetici turisti americani, accettare “astutamente” le regole del gioco ma da deboli e sottomessi come gli avventurieri italiani e altri, aderire a una rivolta eroica mitizzata (il mito miracolistico del Che giustamente paragonato a quello nostrano di Padre Pio) o reale e a-ideologica (le donne della frontiera). Il suo ritorno a casa – a una casa che non c’è! –, certo con maggior coscienza di come va il mondo e della stessa sua storia, lo vede in una sospensione priva di affermazione e di certezza, in un ricominciare più arduo ma almeno più chiaro. Il futuro ha più strade, ma non più prospettive. La destinazione (il destino degli ispanici) è sempre la stessa, ma il viaggio è pur sempre all’interno del Purgatorio, e il pellegrino deve imparare a sue spese come procedere da solo tra mille insidie che sono infine una sola, quella di “perdere l’anima”.

Goffredo Fofi