Archivio 2010 Giugno – N. 120 Emergency a Lashkar Gah
Emergency a Lashkar Gah
di Antonio Caponi   

Nove anni fa cominciava l’ultima guerra afghana. Tra le tante immagini di quei giorni, due hanno probabilmente un valore simbolico. La prima richiama la narrazione dei media in quei giorni, impegnati a dirci che le donne afghane, con l’arrivo dei liberatori occidentali, si sarebbero liberate dei cosiddetti burqa. Facendo apparire l’invasione americana di Kabul come un film hippy degli anni settanta. E come se le discriminazioni di genere non fossero un tratto sedimentato da secoli e potessero essere sconfitte contestualmente all’arrivo dei “liberatori”.

Basta guardare delle immagini di Kabul oggi per vedere che poco è cambiato, e l’unica deputata afghana che ha avuto il coraggio di denunciare le violenze di genere e difendere i diritti delle donne è stata ferocemente attaccata e destituita dagli altri deputati democraticamente eletti. E oggi vive sotto scorta. La seconda immagine richiama l’ambiguità degli aiuti umanitari. Gli americani dai loro bombardieri B52 usavano lanciare anche pacchi di beni alimentari. Alcuni arrivavano nei campi minati e molti afghani per prenderli rischiavano la vita. Un pacco arrivato dal cielo invece sfondò il tetto di una casa e uccise il meschino che ci abitava. E l’utilizzo strumentale degli aiuti umanitari diventava parte integrante dell’invasione del paese.
Dopo nove anni, la vicenda dei tre italiani e dei sei afghani arrestati dai servizi segreti afghani nel mese di aprile ha aperto uno squarcio sull’attuale situazione e sulle tendenze attuali dell’aiuto umanitario in Afghanistan. Le presunte accuse, mai formalizzate, delle autorità afghane sono state molto pesanti: terrorismo, detenzione d’armi da guerra, preparazione di un attentato contro un politico locale. Le prime dichiarazioni dei responsabili politici italiani hanno subito chiarito il quadro in cui l’operazione si inseriva: “Emergency fa politica”, “Speriamo siano innocenti ma le accuse sono gravissime”, “Emergency non è allineata con il governo”, “Emergency non è allineata alla missione di pace” – dell’esercito –, “L’ospedale di Emergency non è finanziato dal Ministero degli Esteri”. Come se anni di onorato lavoro di un’organizzazione e la cura di migliaia di vittime delle guerre di dominio dell’ultimo decennio non fossero sufficienti a comprendere, intuitivamente, l’irrazionalità delle accuse. È impensabile che un chirurgo di guerra di Brescia, come Marco Garatti, dopo aver dedicato una vita alla cure degli afghani, decida di trasformarsi in un pericoloso terrorista. Tutta la vicenda ha la chiara dimensione di una trappola in cui sono stati infilati a forza gli uomini di Emergency. Ma oltre alla trappola c’è l’intimidazione: fate politica e dunque ne subite le conseguenze, testimoniate la violenza della guerra ma non sono tollerate voci dissonanti, curate chiunque in un’area di conflitto e per questo si chiude l’ospedale.
L’ospedale, appunto. Si trova nel cuore di un’area di guerra dove le missioni militari “di pace” stanno conducendo da alcuni mesi attacchi continui. Nonostante la propaganda di guerra dei governi occidentali, è noto che in Afghanistan la maggior parte delle vittime non sono pericolosi terroristi ma civili, per lo più minori. È noto che l’unico risultato certo raggiunto dopo nove anni di guerra civile nel paese è che l’Afghanistan è diventato, di nuovo, il primo produttore mondiale di oppio, e che la vendita dell’eroina arricchisce in modo uguale i leader del governo Karzai e i gruppi armati. Dovrebbe anche essere evidente che, se dopo nove anni ci sono ancora gruppi armati che riescono a tenere in scacco gli eserciti più potenti del mondo, forse questo significa che questi gruppi – definiti terroristi – godono di appoggio logistico da parte della popolazione, di coperture a vari livelli, di fonti di finanziamento internazionali. Come tutte le guerriglie del mondo, la loro durata e perseveranza ne testimonia la forza e la vitalità. Tanto è vero che anche gli italiani hanno cambiato le regole di ingaggio del proprio contingente di “pace”, che ora è autorizzato di fatto a fare la guerra. Almeno questa scelta è più coerente di quelle precedenti, e ora i militari italiani andando in Afghanistan sanno che devono combattere e rischiare la vita.
Per un’organizzazione umanitaria indipendente è molto complesso operare in un simile scenario. La regola dovrebbe essere neutralità tra le parti, autonomia e indipendenza. Assistere tutte le vittime della guerra civile in corso. Dal conflitto del Kosovo in poi i militari cercano invece, attraverso i Cimic (Civil military coordination), di creare dei tavoli stabili di consultazione con le ong nelle aree di conflitto e post-conflitto. È un’operazione strumentale, con la quale i militari vogliono conoscere dalle ong cosa fanno e vorrebbero indirizzarle nel loro lavoro, ma non hanno alcuna intenzione di coordinare i propri interventi assistenziali, che devono essere perlopiù funzionali alle azioni militari in corso. Le distribuzioni di aiuti dei militari devono servire a conquistare il consenso della popolazione, a sostenere leader locali amici, ricompensare i collaboratori fidati. Questa logica non ha alcuna reale possibilità di coordinarsi con il lavoro delle ong indipendenti, che, in aree di conflitto, rischiano di compromettere fortemente la loro immagine e i loro spazi di agibilità sul territorio se si affiancano a una delle parti in guerra, come nel caso dei militari italiani in Afghanistan o prima in Iraq. Alcune ong, come Emergency in Afghanistan, si sono tenute fuori dai coordinamenti con i militari, e in molti contesti è di fatto fallito il tentativo di affiancare le ong ai militari. Dunque i militari hanno scelto di diventare attori umanitari in grande stile, e sono state drenate a loro favore molte risorse dalla cooperazione civile. In molti paesi il Ministero degli esteri non ha fondi, li hanno solo i militari. In Afghanistan sono stati creati – dalla Nato – i cosiddetti Prt (Provincial Reconstruction Team), dei programmi in cui operatori militari e civili distribuiscono aiuti umanitari e realizzano progetti di assistenza – riabilitazione di scuole, impianti idrici, eccetera. I Prt godono di un’ampia disponibilità di finanziamenti e alcune ong accedono a questi programmi pur di avere dei fondi, diventando così uno degli strumenti della guerra.
Emergency in Afghanistan, come altre ong meno note ma altrettanto coraggiose, ha fatto una scelta netta di imparzialità e indipendenza. L’unica scelta possibile per poter curare tutte le vittime di un conflitto violento. Un conflitto che, per le sole mine antiuomo, ha causato migliaia di disabili. Se non avesse agito così, Emergency, non avrebbe potuto accedere a molte aree del paese. Non avrebbe potuto avere la fiducia innanzitutto della gente comune, che ha riconosciuto in loro un presidio di pace in un territorio di guerra. La storia dell’arresto-sequestro ci racconta invece che questo tipo di posizioni non sono più accettabili per gli eserciti “di pace”. Non è accettabile raccontare la guerra, non è accettabile curarne le vittime senza fare distinzioni. C’è una sottile linea di fascismo nelle posizioni dei nostri governanti. Dicendo che Emergency ha subito le conseguenze della sua indipendenza, di fatto si afferma che non è possibile che esistano ong indipendenti in uno stato democratico. Si afferma che l’associazionismo, gli operatori umanitari e quant’altri si occupino di solidarietà internazionale devono essere strumentali al potere dominante, alla sua politica estera e alle sue scelte di guerra e di pace. Un discorso molto pericoloso, che nel caso di Emergency si è interrotto subito grazie alla capacità dell’organizzazione di fare pressione sui media e sul governo, di mobilitare ampie risorse economiche e molti sostenitori. Un discorso che però sta diventando realtà altrove, e che colpisce soprattutto le piccole organizzazioni che non hanno i potenti mezzi dell’organizzazione di Gino Strada. Sono stati, infatti, tagliati i fondi alla cooperazione internazionale, i militari italiani dal Libano all’Afghanistan dispongono di ampie risorse che vengono utilizzate con enorme discrezionalità. Alle ong è richiesto chiaramente di essere collaterali alle missioni di pace e guerra e, laddove questo non avvenga, è facile lasciarle in balia dei poteri locali per farle scomparire.
Così è stato per l’ospedale di Emergency a Lashkar Gah e per le migliaia di persone da esso assistite. L’ospedale ha un destino incerto, gli operatori arrestati hanno dovuto lasciare il paese. La capacità operativa dell’organizzazione nel paese è stata fortemente attaccata. Con buona pace degli afghani, di questi tempi la solidarietà italiana sembra si debba esprimere solo con le armi in pugno.

Antonio Caponi