| La chiesa e i preti pedofili |
| di Iacopo Scaramuzzi |
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Più che uno scandalo, quella dei preti pedofili rappresenta una crisi di sistema per la chiesa cattolica mondiale. Le domande che si pone sono fondamentali, le risposte che darà sono dirimenti per il suo futuro. Le cronache delle ultime settimane rivelano che, nel corso degli anni, gli uomini di chiesa hanno scelto, per usare un’immagine, di “lavare i panni sporchi in famiglia”. O meglio, alcuni, come l’attuale papa, volevano lavarli in famiglia, altri, come Giovanni Paolo II, non amavano neppure lavarli. In Wojtyla giocò, forse, il sospetto, maturato sotto il regime comunista polacco, che dietro l’accusa di pedofilia ai preti ci fossero dossier costruiti a tavolino dai servizi segreti per screditare una chiesa d’opposizione. Eventualità che effettivamente si verificava in quel contesto così come durante il nazismo e così come, al giorno d’oggi, è accaduto a danno di missionari che lavorano sotto alcuni regimi africani. Ma, per un pontefice che ha regnato per oltre un quarto di secolo, si tratta più di un’attenuante che di una scusante. In generale, pochi, nella chiesa, hanno agito in mala fede. Il problema è stato, piuttosto, l’inadeguatezza, una certa refrattarietà all’indagine psicologica, una profonda ignoranza della patologia della pedofilia, una diffidenza istintiva verso le accuse esterne. A volte, anche, una sciagurata superficialità. Di fondo, però, una malintesa difesa del buon nome della chiesa ha indotto quasi tutti a tacere e coprire, conservatori e progressisti, meridionali e settentrionali, laici e chierici. Poco cristianamente, la difesa del sacerdozio ha fatto premio sull’ascolto delle vittime, la preoccupazione per l’istituzione ha soffocato quella per le persone. Quanto al diritto ecclesiastico, nessun documento pontificio, in realtà, proibisce di denunciare un prete pedofilo alle forze dell’ordine, ma nessun documento lo prescrive. Soprattutto, non è mai accaduto. Un sacerdote pedofilo, invece, oltre che per sé e per la chiesa, è un problema per la società. È la società che dovrebbe punirlo – e farsene carico. La chiesa, da parte sua, deve scegliere se, quando un peccato è crimine, ricorrere ai carabinieri o solo al confessionale. C’è, poi, il nodo della sessualità. La riprova che non ci sia correlazione tra celibato e pedofilia è data dagli abusi sui minori compiuti da padri di famiglia così come dai molti celibi, sacerdoti e non, che mai violenterebbero un bambino. Si può invece ipotizzare un nesso tra pedofilia e obbligo del celibato. Una chiesa senza rapporti di coppia può attrarre persone immature o malate psicologicamente. Che si illudono di poter rimuovere la questione del sesso come si spazza la polvere sotto il tappeto. Che poi implodono, esplodono, danneggiano gli altri e se stessi. E coltivano, comunque, un’ossessione per le tematiche della sessualità che poco ha a che fare col Vangelo e con il magistero secolare della chiesa. Sia chiaro: se fossero liberi di sposarsi, molti preti maturi e consapevoli non lo farebbero. Ma, che elimini o mantenga l’obbligo del celibato, la chiesa è apparsa, con la vicenda della pedofilia, incapace di fare i conti, apertamente e pacificamente, con la questione del sesso. Nessuno – certo non il Vangelo – le chiede di adeguarsi al mondo e allo spirito del tempo. Proprio il Vangelo, però, la invita a vivere nel mondo. Nello specifico, a confrontarsi con una società segnata, nel bene e nel male, dalla “rivoluzione sessuale”, a declinare la propria dottrina in questo nuovo contesto, a riscoprire il senso e l’importanza della sessualità, delle relazioni affettive, anche della castità. L’alternativa, per la chiesa, è continuare a giocare di rimessa, come se il Sessantotto non ci fosse stato, spaventata. O, comunque, attraente per persone spaventate. Ogni abuso sessuale, poi, è un abuso di potere. Compiuto da una mente malata, accettato da un superiore che non se ne scandalizza, tollerato da un’omertà ambientale tanto più solida quanto più una confessione è maggioranza, cultura indiscutibile, relazione sociale. La caccia alle streghe, allora, non serve. Rischia di tramutarsi in una sanzione che colpisce solo chi, magari, è diventato pedofilo perché è stato abusato da bambino. Piuttosto, la chiesa deve chiarire se è disposta ad avere pochi preti ma buoni. A non contrastare il calo di vocazioni spalancando le porte dei seminari o tenendo in servizio sacerdoti criminali, ma reinventando la propria presenza in un mondo diverso da quello di cinquanta anni fa. A mandare via, misericordiosamente, i candidati sbagliati al sacerdozio. A essere maggioranza relativa nei numeri, magari, ma umile per fedeltà a Cristo. Sale della terra più che sistema di potere. La chiesa, infine, dovrà fare i conti con le molteplici spaccature interne che i casi di pedofilia stanno facendo emergere. Spaccature tanto trasversali quanto profonde, se non inconciliabili. Tra chi fa mea culpa e chi grida al complotto anti-cattolico. Tra chi percepisce le critiche dell’opinione pubblica, a tratti scomposte e irruente, come un’intrusione nel sancta sanctorum del tempio, e chi ne coglie la legittimità o, addirittura, vi intravede l’opportunità di una purificazione. Tra chi mette l’accento sul fatto che anche in famiglia, a scuola e negli spogliatoi delle palestre vengono abusati dei minori e chi si ferma a pensare che anche un solo bambino violentato da un prete è uno scandalo che grida vendetta al cospetto di Dio. Tra chi ritiene che i pedofili sono entrati nella chiesa insieme al secolarismo, e chi pensa, invece, che il secolarismo ha permesso di trasformare le ferite subite in silenzio in pubbliche denunce. Ancora, tra chi si affanna a dimostrare che la chiesa non è fatta solo da pedofili e chi ne è consapevole, ma ritiene che questo sia il tempo del pudore e del silenzio. Tra chi, forse per poca fede, trema, e chi, certo per fede, sente che tutto è grazia, anche la crisi. Tra chi si dispiace che la chiesa abbia perso dei fedeli e chi si dispiace che dei credenti abbiano perso la chiesa. Tra chi è irritato e chi è addolorato. Tra chi si concentra su come difendere la buona nomea dei preti e chi si domanda cosa pensi Dio in questo momento. Tra chi continua a preoccuparsi per la chiesa e chi, finalmente, si preoccupa dei bambini che furono stuprati il giorno che fu. Iacopo Scaramuzzi |
