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| di Alberto Saibene |
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Il 27 febbraio 1960 Adriano Olivetti, colpito da infarto, moriva all’età di 59 anni sulla tratta ferroviaria Milano-Losanna. Nei giorni successivi gli articoli dei giornali furono sobri nel rievocare la sua figura; a Ivrea invece, caso unico nella storia, venne interrotto il tradizionale Carnevale e le tribune allestite per l’occasione furono utilizzate da una folla attonita per seguire il corteo funebre dell’“Ingegner Adriano”. Ancora non si usava applaudire ai funerali. Dopo la morte, attorno ad Adriano Olivetti e all’azienda fondata dal padre Camillo nel 1908, la “prima fabbrica italiana di macchine per scrivere”, crebbe una mitologia destinata a durare a lungo. Ad alimentarla contribuirono non solo le dimensioni raggiunte dall’azienda, oltre 60.000 dipendenti sparsi in tutto mondo nell’epoca di massima espansione, ma i racconti e le memorie di molti intellettuali, architetti e designer che lavorarono per l’azienda di Ivrea: Pampaloni, Giudici, Fortini, Volponi (a lungo direttore del personale), Ottieri, Zorzi, Sottsass, Soavi, Nizzoli e molti altri, compresa la nostra Marisa Bulgheroni che fu segretaria di redazione della rivista “Comunità” e redattrice delle Edizioni di Comunità (nel cui catalogo gli autori decisivi sono Maritain, Mounier, la Weil, Mumford). La mitologia olivettiana, coltivata da una minoranza colta e a volte un po’ snob, ma avversata, per ragioni diverse, dal capitalismo italiano attraverso i suoi giornali, dagli intellettuali di formazione marxista, dal cattolicesimo ufficiale, si offuscò verso la fine del XX secolo. Il nostro capitalismo non poteva digerire un industriale che a lungo non aderì a Confindustria e che, incredibile a dirsi, giunse a proporre la cessione della proprietà dell’azienda ai dipendenti e a varie istituzioni pubbliche; i marxisti restarono spiazzati da una proposta di società comunitaria che mandava in soffitta la lotta di classe; le gerarchie cattoliche, in epoca preconciliare, non potevano apprezzare l’insistenza sui valori spirituali e l’interesse per la chiesa del dissenso. Una riprova dell’offuscamento del mito olivettiano è che nei migliori libri sulla storia dell’Italia repubblicana lo spazio dedicato a Olivetti e alla Olivetti è esiguo. I libri di storia nascono da altri libri e da questo punto di vista, a parte i ricordi e i ragionamenti di alcuni protagonisti (Gallino, Ferrarotti), le riflessioni di storici dell’economia (Berta, forse Sapelli), i libri prodotti nelle occasioni giubilari (il catalogo della mostra Olivetti 1908-2008: una bella società), il panorama è carente. Manca una biografia di Adriano Olivetti basata sui documenti, manca una storia dell’azienda. Uniche eccezioni gli studi di Davide Cadeddu, il cui miglior esito è il recente Adriano Olivetti politico (Edizioni di Storia e Letteratura, 2009) e il lavoro collettivo, guidato dagli psicologi di fabbrica olivettiani (una delle tanti innovazioni di Adriano), Uomini e lavoro all’Olivetti (Bruno Mondadori, 2005) a cura di Francesco Novara, Renato Rozzi e Roberta Garruccio. Difficile occuparsi della Olivetti perché vuol dire mettere insieme design, organizzazione industriale, architettura, strategia di comunicazione, prospettive politiche, ruolo degli intellettuali, valori etici, coscienza sociale, l’uso delle esperienze artistiche, ricerca tecnologica, grafica e il fine ultimo della comunità. Negli ultimi anni si segnalano alcuni lavori specialistici, anche pregevoli, ma è e sarà importante studiare la storia dell’Olivetti con una visione d’insieme, per capire come sarebbe potuta andare la modernizzazione dell’Italia (la biforcazione tra progresso e sviluppo) e cosa possiamo imparare da quella esperienza. Al centro di quella storia, anche cronologicamente, c’è Adriano Olivetti. Figlio di Camillo, un positivista con inquietudini religiose, Adriano è un caso unico di pensatore a capo di una grande industria. Della sua biografia bisogna fermare questi elementi: la giovanile vicinanza a Salvemini e al suo socialismo empirico; il viaggio negli Usa nel 1925-26 dai quali importa l’organizzazione del lavoro che applica, primo in Italia, a Ivrea nel decennio successivo; l’aver appreso la lezione della Bauhaus come laboratorio della modernità (comunicazione, grafica, la coincidenza tra forma e funzione del prodotto); la seconda guerra mondiale vissuta come fine di una civiltà e possibilità di palingenesi (Un mondo nuovo è il titolo dell’editoriale di Ignazio Silone del primo numero della rivista “Comunità” nel 1946); l’aver vissuto il periodo postbellico e i primi anni del boom come occasione di crescita della società attraverso il wellfare aziendale e la costruzione di una comunità “modello” nel suo Canavese; l’utilizzo dell’urbanistica come strumento interdisciplinare di regolazione di una società in evoluzione; lo stimolo alla ricerca scientifica che farà dell’Olivetti la prima azienda al mondo a entrare nel campo dei computer aziendali, la necessità della bellezza come parte integrante di un mondo in cui la modernità aveva sovvertito i tradizionali canoni estetici; l’aver affrontato i problemi del meridione del paese con un approccio nuovo e, più in generale, la lotta politica, una traversata del deserto, che lo portò ad essere l’unico deputato nel Movimento di Comunità nel 1958. E poi ancora il versante più spirituale che si ritrova in parte nella raccolta di scritti La città dell’uomo (1960), volto alla liberazione dell’uomo, prima di tutto da se stesso. Un’eredità complessa, quella olivettiana, che ha forse il torto di riassumersi attorno alla persona e all’azione di Adriano Olivetti. Ma il suo lascito si ritrova innanzitutto nelle persone che radunò attorno a sé, uomini e donne liberi, poi nel valore di innovazione che l’esperienza olivettiana inseminò in campi diversi, a volte lontanissimi tra loro. Oggi si reclama da più parti quella eredità: la richiesta intellettualmente più disonesta arriva da parte del ministro Bondi che per un intero volume paragona Olivetti al presidente del Consiglio; pasticciano i leghisti che di quell’esperienza rivendicano un federalismo formale, ma una certa ambiguità c’è anche in alcuni intellettuali come Massimo Teodori che fanno ricadere l’azione olivettiana nel cosiddetto terzaforzismo degli anni cinquanta (l’esperienza dei partiti e movimenti laici stretti tra cattolici e marxisti), forzando quella che era una contingenza in un disegno politico da attualizzare in chiave di terzo polo. Rischioso pare anche occuparsi di Olivetti come fanno spesso architetti, grafici, designer, solo in termini dei risultati espressivi (belle fabbriche, bei prodotti, una comunicazione aziendale che ha fatto scuola in tutto il mondo). Basterà solo ricordare che le Edizioni di Comunità tradussero già negli anni cinquanta Educare con l’arte di Herbert Read, per comprendere come non sia possibile disgiungere etica ed estetica nel progetto olivettiano. Altri ci paiono gli spunti da riprendere. I principali paiono la centralità del lavoro nel rispetto della persona (e delle minoranze in genere), la formazione professionale che diviene lo strumento di creazione di una classe dirigente (olivettiani, a volte pentiti, sono Tatò, Gabetti, Furio Colombo, Guido Rossi), le forme di innovazione istituzionale come il federalismo dal basso che si riassume nel concetto di Comunità concreta, le responsabilità dell’impresa verso chi ci lavora e verso il territorio circostante. L’Olivetti di Adriano è stata anche un polo di attrazione dei cervelli inquieti del XX secolo. A ognuno di loro è stata offerta la libertà di esprimersi secondo non solo le proprie competenze, ma secondo le proprie possibilità, mettendo così al servizio dell’azienda e del consesso civile l’individualismo di intellettuali, artisti e progettisti, facendolo coincidere con il processo di modernizzazione della società italiana. E i risultati non sono stati di poco conto. Olivetti ha compreso con grande precocità i limiti della democrazia rappresentativa, la coincidenza tra politica e partiti; per questo la sua proposta politica, un progetto di riforma costituzionale fondato su una formazione territoriale nuova (la Comunità), va riletta (o forse letta) con attenzione in un momento di vuoto della politica e quindi, più in generale, di fragilità della nostra società. In occasione della morte di Adriano Olivetti, Eugenio Montale scrisse parole che, lette oggi, hanno acquistato un valore più profondo: “Dai miei incontri con Adriano Olivetti – infrequenti ma non pochi durante trent’anni di amicizia – ho riportato sempre un senso di ammirazione per la lotta da lui evidentemente sostenuta contro la lonely crowd ch’egli sentiva intorno a sé e soprattutto in sé. Al di là delle sue attuazioni comunitarie, che io non saprei giudicare, Olivetti era per me l’esemplare di un uomo nuovo che dovrebbe trovare continuatori, ammesso che in Italia ci sia davvero qualcosa che si sta formando e che meriti di essere proseguita”. Alberto Saibene |
