| La Spagna vista dal Marocco |
| di Juan Goytisolo |
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incontro con Orazio Leogrande In un articolo scritto subito dopo la caduta del muro di Berlino, lo scrittore spagnolo Juan Goytisolo ammoniva a non erigere nuovi muri. Come hanno dimostrato i seguenti conflitti etnico-religiosi o le attuali misure antimigratorie europee, la sua proposta fu vana. Dal dopoguerra a oggi Goytisolo non ha mai interrotto, nei suoi romanzi, saggi, articoli, una critica a politiche e tradizioni escludenti, prima spagnole poi europee. Profondo conoscitore della cultura e del mondo musulmano, ne è uno dei suoi migliori interpreti occidentali. Forse è anche da questa posizione privilegiata che deriva una visione particolarmente radicale sulla scena europea. Goytisolo ha sempre cercato di rivendicare la natura ibrida delle nostre identità personali e collettive, ricordando per esempio che la cultura mediterranea si è formata dall’innesto arabo-greco-latino, e che scrittori come Dante Alighieri o Juan Ruiz non sono nemmeno concepibili senza tutte quelle radici, e molte altre, minori e invisibili. Karl Marx Show (Cargo 2005), oltre che un’esilarante anti-biografia e una rilettura del pensiero e della storia marxista, presenta una delle analisi più acute sulle possibilità della televisione di pervadere il nostro immaginario e la nostra vita materiale a un tempo, rivelando la comunicazione come uno degli strumenti più efficaci per dissotterrare vecchi luoghi comuni. Nato a Barcellona nel 1931, Goytisolo è presto emigrato in Francia, ha passato lunghi periodi negli Stati Uniti, in Turchia, e da quindici anni vive in Marocco. Tra la sue opere, dopo le molte edite da Feltrinelli negli anni sessanta, ricordiamo i romanzi Señas de identidad, Paesaggi dopo la battaglia (Cargo 2009), Oltre il sipario (idem 2009), Karl Marx Show (idem 2005), La settimana del giardino (Einaudi 2004), La Spagna e gli spagnoli (Mesogea 2005) e la raccolta di scritti politici Pájaro que ensucia su propio nido. Questo testo è frutto di una conversazione iniziata a Marrakech nel gennaio 2010. (o.l.) Me ne andai dalla Spagna appena ebbi l’uso della ragione e un poco di esperienza, cioè ai diciotto, diciannove anni. Mi fu sempre chiarissimo che il paese in cui vivevo non era quello che desideravo. Avevo desiderio di uscire fuori. Quello che ci imponeva l’educazione nazionale cattolica era insopportabile. Appena ebbi la possibilità di andare fuori, me ne andai. Sono stato un esiliato culturale prima ancora che politico, e sono stato, in qualche modo, un “esiliato di lusso”. Perché il treno con il quale andai in Francia nell’autunno del 1956 era pieno di immigranti, soprattutto di gente che emigrava dalla Spagna per guadagnarsi da vivere in Francia, Svizzera, Germania, eccetera. Questo giustifica perché il tema dell’immigrazione mi interessò sempre. Nella rivista “Tribuna socialista”, che si pubblicava in Francia, feci un ritratto degli immigranti che se ne andavano in Francia in quell’epoca. Dopo il mio ritorno in Spagna, in seguito alla morte di Franco, il tema dell’immigrazione appare precocemente nelle mie collaborazioni giornalistiche al quotidiano “El País”. In quel momento la Spagna non aveva ancora immigrati, ma temevo quello che sarebbe potuto succedere, e volevo mettere in guardia contro quella xenofobia che già cominciava ad apparire in alcuni paesi europei. Allontanarmi dallo spazio fisico, geografico della Spagna mi fece assumere un rapporto molto stretto con la cultura spagnola. Devo dire che l’esilio fu per me una benedizione, che mi permise di vedere la cultura spagnola alla luce di altre culture, non solo quella francese e nordamericana, ma anche araba e turca. In questo senso, credo di aver rotto un poco con la mancanza di curiosità per le altre culture che nuoce alla nostra cultura. Ho sempre detto che mentre non possiamo studiare la storia spagnola e la storia della cultura spagnola senza ricorrere agli studi di ispanisti tedeschi, francesi, inglesi, nordamericani, italiani, il contributo spagnolo alla conoscenza della cultura francese, nordamericana, tedesca, inglese, italiana è praticamente inesistente. Invece di essere soggetto di contemplazione, ci siamo convertiti in oggetto di contemplazione delle altre culture. E questo è da tenere in conto per capire le carenze storiche della nostra letteratura. Mi è stato rimproverato e mi si rimprovera ancora il mio interesse per la cultura araba. Alla domanda proverbiale: da dove viene questo interesse per la cultura araba?, mi viene di rispondere: da dove viene questa mancanza di interesse per la cultura araba?, tenendo conto che è uno degli elementi integranti della cultura spagnola, come lo è pure la cultura ebraica. Nonostante tutto persiste ancora questa resistenza ad assorbire ingredienti ebraici e arabi. È molto interessante comparare quello che scrivevano durante la guerra civile gli scrittori franchisti e quelli repubblicani. Tra i franchisti, che si servivano di mercenari del Rif durante la guerra contro la repubblica, c’era un grande silenzio sui mori, però c’era un antigiudaismo dichiarato – la cospirazione giudaico-massonica, eccetera. E sul versante repubblicano la cosa opposta: si demonizzavano gli infelici mercenari del Rif, trascinati a combattere nella guerra, con una viscerale manifestazione antimoresca che contraddistingue la quasi totalità degli autori che scrissero su di loro. Rivissero tutti i fantasmi della cultura spagnola, che continuano a manifestarsi tutt’oggi. A proposito delle questioni migratorie, purtroppo la Spagna ha firmato la normativa europea sul rimpatrio. Mi sembra aberrante che si possa ritenere colpevole una persona che non abbia commesso nessun delitto, la cui unica “colpa” è cercare un luogo per vivere. Mi sembra una barbarie. Le cose non sono giunte all’estremo dell’Italia di Berlusconi, però una possibile vittoria elettorale del Pp fra due anni mi fa temere che si seguirà il modello italiano. Credo che l’attitudine dell’Unione Europea rispetto alla Turchia, e specialmente la posizione della Francia e della Germania, siano assolutamente deplorevoli. Da un lato questo semestre Istanbul è la Capitale europea della cultura e dall’altro lato si esclude la Turchia dall’Europa, alla quale appartiene per diritto. E tali questioni influiscono sugli esiti elettorali, tenendo anche in considerazione la crisi, che scuote la maggior parte dei paesi dell’Unione Europea e che propizia politiche antimigratorie. La nuova normativa europea sul rimpatrio mi sembra una retrocessione rispetto alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite. Il dibattito sull’attuale identità europea e le politiche identitarie sono una dimostrazione chiarissima di questa involuzione. Cosa significa una identità pura? Non esiste una identità. Tutti siamo bastardi, per la fusione di culture che si è avuta in Europa per secoli. Parlare di purezza come faceva una volta il Sant’Uffizio dell’Inquisizione – purezza di sangue, purezza identitaria – o come facevano gli estremisti serbi durante l’assedio di Sarajevo mi fa accapponare la pelle, ed è qualcosa su cui la gente dovrebbe riflettere, e liberarsene. Questo “noi” clamoroso che si espone e si difende di fronte agli altri, visti come esseri inassimilabili, indegni di appartenere alla nostra comunità, ci trascina secoli addietro. Nel XV secolo, la regina Isabella la Cattolica non solo espulse gli ebrei, ma abolì lo statuto mudéjar accordato ai musulmani in seguito alla resa di Granada, ordinando inoltre l’espulsione dei gitani. Con una santità degna di encomio, ordinò che a coloro che avessero osato tornare gli fossero tagliate le orecchie. È un episodio poco conosciuto della nostra storia però molto ben documentato. E adesso questi zingari vengono espulsi nella forma più ignominiosa, senza ammettere che possiamo coesistere con loro nonostante le differenze di costume e di tradizioni. È completamente un ritorno al passato. Le nostre identità personali sono mutanti, e per questo anche la società lo è. La Spagna della seconda repubblica non ha niente a che vedere con quella che imperò nella penisola dopo la guerra civile; quella degli anni quaranta non aveva molto a che vedere con quella del decollo economico e dell’esilio di quasi tre milioni di emigranti spagnoli in Europa degli anni sessanta; quella della transizione non è nemmeno quella dell’attuale millennio. Le società cambiano perché anche gli esseri umani cambiano. Non esistono culture pure, tutte le culture sono ibride. Quanto maggiore è la loro apertura al mondo esteriore, tanto più ricche e salutari sono. Osservo il mio paese da fuori, cioè senza nessun condizionamento. Ovviamente c’è una libertà che non esisteva prima della transizione democratica, però allo stesso tempo vedo che nella Spagna di oggi esiste tuttavia uno spirito tradizionalista che non ha messo in discussione la visione nazional-cattolica di Menéndez Pelayo y Blas Piñar. Permane il canone, e ciò che resta fuori dal canone non si studia. Ho dovuto tradurre Blanco White affinché la gente riconoscesse che fu il miglior scrittore spagnolo della prima metà del XIX secolo. I pregiudizi persistono ancora. C’è stata una transizione democratica, però la transizione culturale è molto più lenta. Non è mediante la proliferazione di romanzi con scene spinte che assumiamo la modernità. La modernità si incastona sempre nell’arte del passato. L’appartenenza, ha detto qualcuno, dentro la negazione. Tutti i grandi autori o artisti spagnoli, come Goya per esempio, sono andati sempre controcorrente. Ho vissuto la maggior parte della mia vita adulta in Francia, a contatto con il mondo culturale francese, che all’epoca era estremamente più stimolante e ricco di quello di oggi. Poi c’è stata l’esperienza nordamericana, che mi permise di vedere anche la dinamica culturale di quel paese. Sono sempre andato sommando esperienze. Non mi sono mai accontentato di ciò che possiedo. Come disse una volta Gaudí, bisogna sempre sommare. Questa è una delle lezioni che ho appreso durante la mia vita. Sommare sempre, e riesaminare sempre il passato storico della propria cultura per leggere in essa quella modernità che circola lungo la storia. Come disse Azaña, non bisogna confondere l’attualità con la modernità. Artisti come Velázquez, El Greco, Goya, o autori come l’Arciprete di Hita, l’autore della Celestina o della Lozana andaluza sono miei contemporanei. In un’invenzione letteraria non faccio distinzione tra tema e linguaggio. In ciascuno dei miei romanzi, a partire da Señas de identidad non rifletto un cambio di tema, rifletto un’impostazione letteraria distinta. Mi interessano le opere che mi oppongono una resistenza, che non si lasciano divorare immediatamente, che mi obbligano a tornare su di loro, a rileggerle. Esigo da me stesso come autore ciò che esigo da tutti gli altri come lettori. Come diceva Genet, se si conosce l’inizio e la fine di un romanzo questo non è un avventura letteraria, è un tragitto in autobus. Aveva assolutamente ragione. Ho cercato di rendere ciascuna delle mie opere un’avventura letteraria. Nella ineguagliata lettura di Jorge Luis Borges delle Mille e una notte, in Guillermo Cabrera Infante, José Lezama Lima, Carlo Emilio Gadda, Italo Calvino, nel Viaggio al termine della notte di Louis-Ferdinand Céline o nei migliori romanzi di Carlos Fuentes, c’è sempre una volontà di ricerca di qualcosa di nuovo. Questo concorda con quello che ho cercato di esprimere da sempre, e cioè che l’unico compromesso dello scrittore è di restituire alla comunità linguistica alla quale appartiene una lingua diversa da quella che ha ricevuto prima della sua creazione. Lo scrittore deve essere capace di viaggiare fino a territori letterari sconosciuti, fino alla cosiddetta “terra incognita”. Deve intraprendere una sfida ai cliché e spingere oltre la propria immaginazione. Credo che gli scrittori che valgono sono una anomalia. Un critico disse una volta, con dispetto, che ero uno “scrittore raro”. Avevo voglia di ringraziarlo, perché Cervantes definiva se stesso come “un raro inventore”. Questo dimostra che uno scrittore non è un numero in più all’interno di una determinata generazione. Le divisioni degli scrittori per generazione sono qualcosa che hanno inventato i professori di letteratura. Ognuno dovrebbe essere uno scrittore anomalo. La conclusione del mio libro Señas de identidad è che l’identità è sempre completamente dubbiosa. Álvaro arriva alla conclusione che non appartiene alla comunità. Credo che questo rifiuto di una identità fissa è necessario per l’artista. Ricordo che in una riunione, molti anni fa, un poeta latinoamericano espose il proprio discorso prima di me, iniziando: “noi, latinoamericani…” E gli dissi: “come puoi parlare in nome di centocinquanta milioni di persone? Io oso appena a parlare nel mio proprio nome”. Il “noi” mi ha sempre spaventato. Assumo dubbiosamente la mia propria voce. Nient’altro. Juan Goytisolo |
