Archivio 2010 Giugno – N. 120 Il libro dei fiumi di José Luandino Vieira
Il libro dei fiumi di José Luandino Vieira
di Livia Apa   

Dopo quasi trent’anni di silenzio Luandino Vieira ha pubblicato nel 2006 un nuovo romanzo, O livro dos rios, il primo di una trilogia, De rios velhos e guerrilheiros, ora presentato in edizione italiana per i tipi di Albatros che lo stampa con il titolo Di fiumi anziani e guerriglieri, Il libro dei fiumi. Luandino aveva lasciato a lungo a bocca asciutta i suoi lettori.

Dopo aver scritto la parte più significativa della sua opera nel campo di concentramento di Tarrafal, a Capo Verde, dove era stato rinchiuso dalla polizia segreta portoghese per la sua attività anticoloniale, negli anni immediatamente successivi all’indipendenza del suo paese, l’Angola, si era dedicato a “costruire la nazione” assumendo svariati incarichi, da quello di direttore della Televisão Popular de Angola a quello di capo del D. O. R. (Departamento de orientação revolucionária del Movimento popular para a libertação de Angola) fino al 1984, quando passò a dirigere l’Instituto angolano de cinema. Luandino è stato anche uno dei fondatori dell’União dos escritores angolanos di cui fu in varie fasi segretario. Poi, nel 1992, dopo il fallimento delle elezioni e la ripresa della guerra civile, si è ritirato dalla vita pubblica. Ricordando quegli anni, Luandino ha dichiarato in una recente intervista che “C’era un paese da costruire, i portoghesi, andando via, avevano svuotato tutta l’ossatura dell’amministrazione pubblica del Paese, e noi che avevamo lottato per l’indipendenza, ci siamo trovati all’improvviso con una nazione tra le mani e abbiamo dovuto cominciare pensare a come metterla in funzione”. Da quando ha lasciato l’Angola, Luandino vive nel Nord del Portogallo, ed è davvero impressionante notare come poco a poco, nel corso degli anni, sia calato su di lui, anche nel mondo accademico, un silenzio crescente. Man mano anche i suoi libri sono diventati introvabili. Luandino è diventato così quasi una icona impalpabile del nesso politica-letteratura così fondante, come sappiamo, del processo di emergenza e autonomia estetica delle letterature africane, diventando però, in qualche misura, un autore del passato poco studiato per la sua complessità, poco ristampato e sempre meno letto. Certamente il lavoro da lui operato sulla lingua – che ha un unico esempio simile nel mondo di lingua portoghese e cioè quello autorevolissimo del brasiliano Guimarães Rosa – non ha mai fatto di lui un autore di massa, illeggibile, va detto, anche per la maggior parte degli angolani. Luandino è però un esempio di come si possa aggredire la lingua del colono, occupandola con la coscienza di esserne ospite, un ospite che rivendica però il pieno diritto di farlo, pur non essendo un occupante per diritto, diciamo così, ereditario. Questo processo, che è poi diventato in qualche misura la cifra della letteratura di Luandino, segue una prima fase più realista della sua opera, e comincia a operarsi a partire dalla pubblicazione di Luuanda nel 1964. L’aggressione del portoghese normativo rende unica l’opera di Luandino per il modo in cui ordisce la sua originalissima tessitura tra forma e contenuto, descrivendo il mondo del musseque, cioè dei quartieri della periferia di Luanda nel tempo coloniale, piegando la sintassi del portoghese in quanto lingua di colonizzazione, al kimbundo, riuscendo a creare un linguaggio unico e compatto, indistricabile però nelle sue parti. La creazione di questo linguaggio, che veramente poco ha a che fare con certi creativi neologismi pur utilizzati da tanti scrittori africani, o dall’utilizzo di parole ed espressioni in lingue nazionali che rimangono nel testo come dei veri e propri calchi, è un sabotaggio profondo della correttezza formale perché sovvertire la lingua per Luandino voleva dire, durante il salazarismo, sovvertire il pensiero e l’ordine costituito della forma grazie a cui esso si esprime. Che si trattasse di un atto profondamente rivoluzionario fu chiaro persino all’ottusa macchina della censura portoghese che, quando la Sociedade portuguesa dos autores decise di premiare Luuanda, ordinò la chiusura della Sociedade per aver promosso un pericoloso sovversivo.
Dopo lunghi anni di silenzio, in cui però sentivi dire ogni tanto ma ciclicamente e a mezza voce come fosse un segreto che “Luandino sta in un convento al Nord e sta scrivendo”, il suo nome torna a riempire le cronache letterarie del mondo lusofono, per una questione molto polemica: lo scrittore aveva deciso di rifiutare il premio Camões, il maggior premio letterario del mondo che scrive in lingua portoghese adducendo, ufficialmente, “motivi personali” e non dilungandosi in troppe spiegazioni. In un mondo piccolo e in certi casi, va detto, provinciale come è il milieu culturale lusofono, si grida allo scandalo. C’è chi sospetta che Luandino abbia rifiutato quel premio perché quell’attribuzione sembrava troppo un’operazione di marketing pronta a preparare il suo imminente ritorno letterario, altri pensano che un premio come quello odorasse un po’ troppo di “lusofonia” e cioè di quella intricata e neocoloniale macchina ideologica sostenuta dal Portogallo in nome di una transcontinentale appartenenza alla stessa lingua che troppe volte si trasforma però in un ripescaggio dell’idea che la stessa lingua forgi, tutto sommato, culture simili. Ma si tratta di congetture vere come tante altre possibili. Quello che è vero è che poco dopo il gran rifiuto di Luandino uscì Il libro dei fiumi, un libro complesso costruito in una prosa corta e densa, in cui non si parla di Luanda e dei suoi musseques, ma si parla di guerra, precisamente quella di liberazione nazionale, in un’atmosfera rarefatta a tratti un po’ da Apocalypse Now, in cui si cerca l’origine della nazione angolana indipendente. Il libro ci riporta a una dimensione cartografica, come se ci si volesse così riappropriare della toponomastica della nazione liberata: in una trama intricata e paludosa, i fiumi e i racconti di vita e di guerra ridisegnano la mappa dell’Angola. Non avendo partecipato direttamente alla guerriglia, Luandino non può proporsi, come hanno fatto altri scrittori angolani (penso a Pepetela in Mayombe) come testimone diretto dei fatti, ma piuttosto come qualcuno che ritesse le tante storie di guerra vissute da altri, ricomponendo e ricucendo i pezzi di quella storia che è all’origine di quello che sono oggi gli angolani intesi come nazione. Luandino sfugge così al ricordo in prima persona e ricostruisce dalla coralità delle voci che propone una specie di epos collettivo, entrando nella mappa stessa dell’Angola evocandone l’esistenza prima della sua esistenza politica, raccontando frammenti di possibili storie che scorrono come i fiumi della nazione. Proprio perché può sfuggire a un certo canone facilmente celebrativo di tanta letteratura memorialistica, che troppe volte sembra non essere cosciente che ricordare passa sempre per una selezione di ricordi e che ogni costruzione di una narrativa che non è mai neutra, Luandino invalida la garanzia dell’“io c’ero e solo io posso dirvi come sono andate le cose”, ricordando che la narrazione di una nazione può nascere solo dalla coralità e dalla polifonia. Chi legge questo Libro dei fiumi non può non sentirsi disorientato da e dentro queste pagine in cui si raccontano pezzi di memorie che non rispondono a un’idea classica di narrativa che si completa e si chiude e guadagna corpo privilegiando le tracce più che le storie. Luandino sembra dirci così che la nazione e l’identità comune sono sempre una condizione da perseguire e non uno status quo. Il secondo libro della trilogia O livro dos guerrilheiros, uscito nel 2009 e ancora inedito in Italia, è più sicuro in questa operazione di ricostruzione dell’epos nazionale, che sovverte la narrazione del romanzo classico che ha troppo a lungo privilegiato la costruzione di una “unica storia” paradigmatica della nazione sognata. In fondo mi pare che Luandino ancora una volta ci dica, con questa sua opera assolutamente sperimentale e che rivela con grande nudità anche tutti i suoi limiti, che per lui un progetto letterario coincide sempre, ancora oggi, con un progetto di società. Se prima dell’indipendenza raccontare lo spazio del musseque voleva dire infatti sovvertire l’idea di un troppo facile e pacifico meticciato su cui si basava la retorica coloniale portoghese, oggi ripartire da dove la nazione è stata fondata, dall’epos della guerra di liberazione destrutturandolo, vuol dire ancora una volta interrogarsi e rivendicare al contempo una complessità, quella di un popolo, contro l’ordine vigente di narrative troppe volte strumentali che non riescono a “dire” cosa sia stata veramente la guerra per chi l’ha fatta e l’ha continuata a fare, anche dopo l’indipendenza e per quasi altri trent’anni.

Livia Apa