| La Calabria di Frammartino |
| di Goffredo Fofi |
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Michelangelo Frammartino, milanese, è originario di Caulonia, la cittadina calabrese di cui alcuni vecchi si ricordano perché vi fu nel 1945, capitanata dall’allora sindaco Pasquale Cavallaro, una rivolta contadina che proclamò “la Repubblica di Caulonia”, di breve durata e soffocata nel sangue. A difendere i rivoltosi fu in tribunale la nostra amica Bianca Guidetti Serra, torinese, e chi scrive ricorda con emozione di aver conosciuto molti anni fa, nel suo studio, la vedova del sindaco Cavallaro in visita a Bianca. Frammartino ha girato a Caulonia il suo primo film Il dono, apprezzato a Locarno, che ci colpì per il suo ritratto di un paese da cui la maggior parte degli abitanti è emigrata lontano, un paese fermo nel tempo, ma non prigioniero del passato bensì dentro un presente malinconico e silenzioso. A Caulonia (e sul Pollino e a Serra San Bruno) è girato in parte, mi pare, anche il nuovo film di Frammartino, apprezzato quest’anno a Cannes, dal titolo molto “teorico” Le quattro volte. Con ancora maggiori perizia e determinazione, preparazione e calcolo, ostinazione e precisione, per lunghi piani sequenza di grandissima abilità e per accostamenti mai superflui a persone cose animali, tra azioni minime e vaste sospensioni, tenendo a distanza gli stessi rumori della vita affinché si sprigioni la misura di un tempo solo apparentemente fermo, di un rapporto civiltà-natura che è di oggi ma potrebbe essere di ieri e di (quasi) sempre, Frammartino racconta qualcosa di extra-storico e di antico, o meglio di eterno, trovando la sua ispirazione nel frammento pitagorico che dice che ci sono in noi quattro vite successive, incastrate l’una nell’altra, l’umana l’animale la vegetale la minerale. è lungo questa esile (apparentemente) linea ispiratrice che Frammartino racconta, con la serena sicurezza di un Esiodo o di un Virgilio, una realtà tutta di oggi – in luoghi lasciati ai margini dalla storia, dal benessere, dalla modernità – e tutta di ieri, e anche se forse non di domani, forse di dopo-domani… C’è sicuramente molto di Flaherty e molto di De Seta, nella sua galleria di influenze, ma egli si è appropriato della loro lezione con splendida sicurezza e in spirito di autonomia, costruendo il suo poema immagine per immagine e situazione per situazione – ché di poema si tratta – con mano maestra, sì che sembra controllare perfino i fenomeni atmosferici, il passaggio delle nuvole, il soffiare del vento. Le “quattro volte” sono gli ultimi tempi di un vecchio pastore di capre e la sua morte, dopo che in paese si è svolta, passando davanti al suo recinto delle capre, la processione del venerdì santo con gli antichi romani e col Cristo sotto la croce (una sequenza magistrale per il calcolo di tempi e movimenti; gli stessi luoghi, gli stessi movimenti presiederanno al povero funerale del vecchio, anche se la strada del cimitero è diversa e più vicina a noi di quella del Golgota), sono la nascita e le prime esperienze di un capretto, che si perde poi ai piedi di un grande abete, lo stesso che in una cerimonia antica (documentata da molti etnologi, ripresa anche da De Seta) verrà abbattuto, trascinato in paese, eretto a palo della cuccagna, e verrà a festa finita segato in pezzi e venduto ai carbonai, che lo ridurranno da vegetale a minerale, permettendoci di assistere alla lunga, arcaica preparazione. Goffredo Fofi |
