Archivio 2010 Agosto/Settembre – N. 122/123 Discorso ai bambini della pianura
Discorso ai bambini della pianura
di Fernando Bandini   

Nell’azzurro dell’alba riconosco
le stelle di una volta, ne ricordo anche il nome.
E ritrovo l’erbosa scorciatoia
che costeggia filari di salici e canali,
fino alla vecchia scuola
dove un tempo ho insegnato. Al mio passaggio
riesplode un frullo d’ali: dai loro folti, tremuli
nascondigli di foglie,
come benigni lèmuri che emergano
dai miei anni sepolti, scappano cardellini.

“Abbiamo qui stamane
il poeta Bandini. Ci farà un bel discorso,
forse ci leggerà qualche suo verso.
Un poeta, capite? Uno che mette in rima
i suoi pensieri e quello che vede (o forse sogna)”.
Così mi ha presentato ai suoi scolari
la soave maestra Giustina Falcipieri.
Io più che vergogna provo quasi rimorso
a ingannare coi versi tempi di non-speranza.
Fare discorsi poi! È sempre più difficile
l’arte della persuasio in specie coi bambini.
Di cosa dunque parlerò? Di quanto
ancora ci rimane
della terra, di nevi e primavere
ormai molto lontane.
Comincio dalla neve: nell’aria fredda e pura
degl’inverni cadeva copiosa anche in pianura
come sulle montagne. Investiva i paesi
rapita dentro vortici
di luminosi venti boreali,
cancellava le altane,
accecava finestre ed abbaini.
Di nevi così fitte che gonfiavano i pali
del telegrafo e presto superavano
in altezza i bambini
ne hanno viste soltanto occhi di antiche infanzie,
non ce ne sono più.
Quando, cessato il nembo, neri corvi
calavano planando sull’informe biancore
la pianura sembrava diventata più grande.
Dio, che immense nevate! Somigliavano a quelle
che Bruegel nel Brabante
sfumava in lontananza con un vago orlo blu.
Vi proietto un suo quadro: cosa c’era,
vi chiederete, dietro quel confine celeste
che cinge gli orizzonti color perla?
Ragazzi, se sapeste! Fino ai giorni
gelidi della Merla, fino alla Candelora,
dietro c’erano nevi e nevi ancora.

Il primo segno della primavera
una chiara mattina
era lo stillicidio dei grandi alberi: grosse
gocce sonanti miste a silenziosi bioccoli
di neve sfatta e a polvere di brina.
Dimoiava la bianca distesa che faceva
la Padania sorella delle Fiandre
di Bruegel; si scioglieva con le nevi anche il gelo
dei ruscelli e su sponde d’improvviso animate
il sole risvegliava violette e salamandre.
Volete adesso che ve la racconti
la bella storia della salamandra
che se vede nei pressi levarsi una spirale
di fiamme cade in estasi, straluna
gli occhi e a passo di danza
entra nel fuoco senza farsi male?
“No”, rispondete in coro, “non vogliamo sentirla!”.
Naturale! Nessuno di voi ne ha visto una...
Lo so che per la vostra gioia è più che abbastanza
la primavera che vi soffia in viso
dalle finestre aperte (ahimé, tardiva! il pero
corvino dietro scuola è ancora brullo e inerte),
e che di me pensate:
“Ma da dove mai viene questo grandioso pirla?”.

Vengo da un vecchio mondo che credeva alle fate.
Voi, mia vispa ciurmaglia, prestatemi attenzione:
se da Ovest arriva il Demagogo
dai grandi denti e dalla voce roca
e proclama che un tempo la pianura
fu dei Celti e che presto noi, loro discendenti,
diventeremo libera nazione
(parla di centomila fucili pronti a scendere
da non so che vallate),
non credete a chi invoca
improbabili origini del sangue e un sacro mito,
e sogna una repubblica di traffici e di lucri!
Patrie ce n’è già troppe: rivogliamo la terra
di ieri e il vasto spazio delle sue primavere,
dove senza neppure
un giorno di ritardo come a un segnale dato
dappertuttutto sbocciavano aeree fioriture,
dove c’era una guerra
musicale fra tordi per conquistarsi un sito
nel folto dei sambuchi.

Ecco il vostro momento: è già suonata
la campanella e con lieto clamore
fate ressa all’uscita.
Io vi guardo scappare e vi saluto,
e con voi correrei
per campi e cavedagne, ragazzi miei, se avessi
gambe che secondassero il mio cuore
non ancora canuto.

(da Quattordici poesie, Edizioni l’Obliquo)

Fernando Bandini