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Nell’azzurro dell’alba riconosco le stelle di una volta, ne ricordo anche il nome. E ritrovo l’erbosa scorciatoia che costeggia filari di salici e canali, fino alla vecchia scuola dove un tempo ho insegnato. Al mio passaggio riesplode un frullo d’ali: dai loro folti, tremuli nascondigli di foglie, come benigni lèmuri che emergano dai miei anni sepolti, scappano cardellini.
“Abbiamo qui stamane il poeta Bandini. Ci farà un bel discorso, forse ci leggerà qualche suo verso. Un poeta, capite? Uno che mette in rima i suoi pensieri e quello che vede (o forse sogna)”. Così mi ha presentato ai suoi scolari la soave maestra Giustina Falcipieri. Io più che vergogna provo quasi rimorso a ingannare coi versi tempi di non-speranza. Fare discorsi poi! È sempre più difficile l’arte della persuasio in specie coi bambini. Di cosa dunque parlerò? Di quanto ancora ci rimane della terra, di nevi e primavere ormai molto lontane. Comincio dalla neve: nell’aria fredda e pura degl’inverni cadeva copiosa anche in pianura come sulle montagne. Investiva i paesi rapita dentro vortici di luminosi venti boreali, cancellava le altane, accecava finestre ed abbaini. Di nevi così fitte che gonfiavano i pali del telegrafo e presto superavano in altezza i bambini ne hanno viste soltanto occhi di antiche infanzie, non ce ne sono più. Quando, cessato il nembo, neri corvi calavano planando sull’informe biancore la pianura sembrava diventata più grande. Dio, che immense nevate! Somigliavano a quelle che Bruegel nel Brabante sfumava in lontananza con un vago orlo blu. Vi proietto un suo quadro: cosa c’era, vi chiederete, dietro quel confine celeste che cinge gli orizzonti color perla? Ragazzi, se sapeste! Fino ai giorni gelidi della Merla, fino alla Candelora, dietro c’erano nevi e nevi ancora.
Il primo segno della primavera una chiara mattina era lo stillicidio dei grandi alberi: grosse gocce sonanti miste a silenziosi bioccoli di neve sfatta e a polvere di brina. Dimoiava la bianca distesa che faceva la Padania sorella delle Fiandre di Bruegel; si scioglieva con le nevi anche il gelo dei ruscelli e su sponde d’improvviso animate il sole risvegliava violette e salamandre. Volete adesso che ve la racconti la bella storia della salamandra che se vede nei pressi levarsi una spirale di fiamme cade in estasi, straluna gli occhi e a passo di danza entra nel fuoco senza farsi male? “No”, rispondete in coro, “non vogliamo sentirla!”. Naturale! Nessuno di voi ne ha visto una... Lo so che per la vostra gioia è più che abbastanza la primavera che vi soffia in viso dalle finestre aperte (ahimé, tardiva! il pero corvino dietro scuola è ancora brullo e inerte), e che di me pensate: “Ma da dove mai viene questo grandioso pirla?”.
Vengo da un vecchio mondo che credeva alle fate. Voi, mia vispa ciurmaglia, prestatemi attenzione: se da Ovest arriva il Demagogo dai grandi denti e dalla voce roca e proclama che un tempo la pianura fu dei Celti e che presto noi, loro discendenti, diventeremo libera nazione (parla di centomila fucili pronti a scendere da non so che vallate), non credete a chi invoca improbabili origini del sangue e un sacro mito, e sogna una repubblica di traffici e di lucri! Patrie ce n’è già troppe: rivogliamo la terra di ieri e il vasto spazio delle sue primavere, dove senza neppure un giorno di ritardo come a un segnale dato dappertuttutto sbocciavano aeree fioriture, dove c’era una guerra musicale fra tordi per conquistarsi un sito nel folto dei sambuchi.
Ecco il vostro momento: è già suonata la campanella e con lieto clamore fate ressa all’uscita. Io vi guardo scappare e vi saluto, e con voi correrei per campi e cavedagne, ragazzi miei, se avessi gambe che secondassero il mio cuore non ancora canuto.
(da Quattordici poesie, Edizioni l’Obliquo) Fernando Bandini |