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Si potrebbe dire Pomigliano, Europa. Bisogna andare in Brasile, o in Cina, per guardare lo stesso problema da un punto di vista diverso. Ma il caso Pomigliano sarebbe importante, paradigmatico, anche lì. L’affermazione più insensata che sia stata fatta sulla vertenza Pomigliano è quella di Bonanni, secondo cui si tratterebbe di una concessione irripetibile.
Forse l’accordo di Pomigliano, anche se firmato da tre dei quattro sindacati più importanti e approvato da una maggioranza netta, ma non plebiscitaria, dei lavoratori interessati, non sarà mai applicato a Pomigliano. Forse non verrà trasferita dalla Polonia la produzione della Panda, con minore disoccupazione e perdurante fatica degli operai di lì – il solito Altan ha fatto dire da uno dei suoi omini: “Come si dice disoccupazione in polacco?” Forse Marchionne non ha mai veramente pensato di portare la Panda in Campania; ne dubitano commentatori autorevoli come Gallino e De Cecco. Certo la Confindustria e la maggioranza dei commentatori dei giornali importanti sono saltati sull’accordo per proclamarne la emblematicità; la necessaria durezza; la inevitabilità. Lo stesso Luciano Gallino, che ha sostenuto per tutta la vita, a voce più o meno alta, la concezione opposta di fare industria, per liberarsi dalle necessità della concorrenza che tutti proclamano, ha dovuto cominciare con la difficoltà di trovare alternative all’applicazione dello standard mondiale. Ma il centro del suo commento è un pesante elenco di critiche, e di alternative socialmente e produttivamente più sensate. Il problema è generale, riguarda una tendenza alla divaricazione dei redditi, all’aumento dello sfruttamento del lavoro, all’abbassamento dei salari, che non sembra minimamente scalfita dalla crisi, dagli insuccessi, dalla stessa difficoltà logica del proseguire su questa strada. La politica si è separata dal lavoro e il lavoro dalla politica. Si è verificato lo scandalo per cui chi vota, in percentuale molto alta e crescente, non lavora, perché è in pensione. E, d’altro canto, sempre in percentuale importante e crescente, chi lavora non vota, perché non è cittadino italiano. Cosa vuol dire democrazia a Prato, dove quasi la metà dei nuovi nati non ha la cittadinanza? O in Emilia, o in Veneto, o anche a Torino, dove i nuovi nati non cittadini sono uno su tre? A parte il diritto di voto, che è ciò di cui stiamo parlando, in Barriera di Milano, uno dei quartieri più popolari, come si dice adesso, della città, alle regionali ha realmente votato più o meno la metà degli aventi diritto: meno della metà le donne, appena più della metà gli uomini. E molti di quelli che lavorano e votano vanno a destra, votano Lega, dato che la cosiddetta sinistra non parla più con loro.
La trattativa, il testo dell’accordo, il rifiuto della Fiom Vittorio Rieser, in un pezzetto che ha fatto girare tra vecchi amici – lui comincia con “cari compagni” – elenca gli atti che la Fiat avrebbe dovuto compiere per avviare una vera trattativa su efficienza, qualità, assenteismo: “bilancio critico della past performance su questi tre parametri, articolato nello spazio e nel tempo; … responsabilità dell’eventuale mancato raggiungimento degli standard di… lavoratori,… sindacato,… fornitori,… gerarchie aziendali; obiettivi di progressivo miglioramento (ricordate il kaizen?); ‘repulisti’ o ‘energica formazione’ delle gerarchie di stabilimento.” Messa a punto di strumenti “premio di risultato, articolato per aree, eccetera.” Non è avvenuto niente di tutto questo. L’azienda si è presentata con una proposta “prendere o lasciare”. Ha preteso, e ottenuto da tutti, salvo la Fiom, la resa preventiva, il peggioramento dei tempi, dei turni, degli straordinari, delle regole. Ha proposto e imposto il W(orld) C(lass) M(anifacturing), come modificato dal sistema Ergo-Uas, che è parte integrante dell’accordo. Ha svincolato l’accordo da tutti gli accordi precedenti, che vengono aboliti, e dal contratto nazionale, tanto da far circolare la voce di una possibile chiusura dello stabilimento Giambattista Vico, licenziamento, ovvio, di tutti, e riassunzione dei lavoratori necessari – e graditi – in un’azienda nuova. L’accordo include le proprie procedure per la risoluzione di eventuali conflitti nelle clausole 14, 15 e 16, che sono quelle citate dalla Fiom per giustificarne la inaccettabilità: “l’accordo separato su Pomigliano introduce ‘un principio di libera licenziabilità del lavoratore considerato inadempiente da parte dell’azienda, principio che viola lo Statuto dei lavoratori e la stessa Costituzione della Repubblica’” (le virgolette nelle virgolette sono di Maurizio Landini; la citazione complessiva è presa da www.rassegna.it. Fiat Pomigliano, Fiom: i veri motivi del nostro no). Le norme pattuite rilevanti mi sembrano: “Le parti si danno altresì atto che comportamenti individuali e/o collettivi, dei lavoratori idonei a violare, in tutto o in parte e in misura significativa, le clausole del presente accordo ovvero a rendere inesigibili i diritti o l’esercizio dei poteri riconosciuti da esso all’Azienda /esonerano/ l’Azienda dagli obblighi derivanti dal presente accordo nonché da quelli derivanti dal Ccnl” (Clausola di responsabilità). “Le Parti convengono che le clausole del presente accordo integrano la regolamentazione dei contratti individuali di lavoro al cui interno sono da considerarsi correlate e inscindibili, sicché la violazione del singolo lavoratore di una di esse costituisce infrazione disciplinare di cui agli elenchi, secondo gradualità, degli articoli contrattuali relativi ai provvedimenti disciplinari conservativi e ai provvedimenti per mancanze e comporta il venire meno dell’efficacia, nei suoi confronti, delle altre clausole” (Clausole integrative del Contratto individuale di lavoro). “Le parti si danno atto che, nel corso della procedura suddetta /di conciliazione/ le Organizzazioni sindacali non faranno ricorso all’azione diretta e cha da parte aziendale non si procederà in via unilaterale” (Commissione paritetica di conciliazione). Non si afferma il diritto esplicito di licenziare ad nutum, come si diceva una volta; lo si rende esercitabile di fatto. Neppure si tratta della chiara rinuncia al diritto di sciopero, che renderebbe immediatamente nullo l’accordo. Si tratta di un’abolizione del diritto di ricorso alla magistratura, del ricorso a una commissione, che sostituisce l’arbitrato, che tutti i lavoratori dovrebbero accettare o rifiutare al momento dell’assunzione, secondo Confindustria. Sono queste le caratteristiche generali, ripetibili, che rendono particolarmente pericoloso l’accordo separato di Pomigliano, per cui, secondo me, la Fiom ha fatto bene a non firmare. La turnazione pesante, lo spostamento della pausa pranzo a fine turno e la sua eventuale cancellazione se ci sono straordinari, la riduzione delle pause, sono condizioni pesanti; rientrano nella generale tendenza a pagare di meno e pretendere di più. Ma le procedure interne agli accordi, non discusse in generale come forma di democrazia sindacale ma imposte come sacrificio della libertà a vantaggio della disciplina aziendale sono anche più gravi. Quanto pesante sarà la condizione materiale di lavoro a Pomigliano lo vedranno nel tempo quelli che resteranno in fabbrica. Sarà un processo lungo, di anni, pagato in gran parte dalla Cassa integrazione, per chi accetterà di formarsi rispettando le regole, mentre la fabbrica verrà profondamente cambiata, per la Panda o per altro. Centinaia di milioni di investimento vogliono dire molte macchine che qualcuno dovrà costruire e montare. Ci saranno cambiamenti per l’indotto. Al di là della solidarietà per chi rischia il posto di lavoro o la capacità di sopravvivenza della propria officina, gli scossoni non mancheranno. Ma non ci si può limitare ai problemi dei forse 15 mila lavoratori in pericolo in Campania.
Il contesto e le conseguenze Lo scandalo, persino maggiore dei lavoratori che non votano, è la prevalenza della convinzione diffusa che l’unica soluzione per restare ricchi sia pagare di meno il lavoro. Siamo – sono – tornati a pensare, come due secoli e mezzo fa, che la ricchezza delle nazioni si fonda sui bassi salari. Quanto bassi? Più bassi. Bassi abbastanza da fregare i polacchi, o i cinesi. Ciò che non è retribuzione del lavoro per l’esportazione, dalle retribuzioni dei politici, o degli alti funzionari, alle commissioni delle banche, ai dividendi degli azionisti, persino agli stipendi dei manager delle industrie esportatrici, può, deve, crescere indefinitamente – è il mercato, bellezza – ma il lavoro deve essere pagato sempre di meno, mentre il Pil deve crescere di più. Meno industria, più terziario, più produttività! Ma come possono crescere la produttività e il Pil se diminuisce l’industria, che è tipicamente il settore a produttività crescente? La produttività dei servizi alla persona, ovviamente, non può crescere. Ma anche pensare alla scuola, o al Sistema sanitario nazionale in termini di produttività è un delitto. Privatizzare i monopoli naturali, come anche la cosiddetta sinistra pensa di fare, è solo uno spostamento di soldi dagli utenti ai privati cui viene appaltato il servizio. Privatizzare la sanità è una spinta alla medicalizzazione del mondo, perché le aziende farmaceutiche e ospedaliere ci facciano i soldi; è una spinta all’aumento della mortalità dei poveri e all’arricchimento dei medici, non a un aumento della produttività. Si può fare in quanto nella scuola e nella salute non c’è concorrenza. Sì, i molto ricchi possono andare a pagarsi trattamenti costosi negli Stati Uniti, ma questo non sottopone a concorrenza le cliniche qui. Per far funzionare meglio gli ospedali non c’è altra via che il controllo pubblico delle forniture e degli appalti, che forse deprime il Pil ma migliora le cure e abbassa il deficit pubblico. Rischiamo davvero il vecchio dilemma socialismo o barbarie! Nessuno sembra porsi più un problema che è stato alla base dell’economia politica per un paio di secoli: la sussistenza dei lavoratori. Gli operai italiani, quelli tedeschi, quelli polacchi e quelli cinesi, non vanno allo stesso supermercato, non hanno gli stessi costi per mangiare, vestirsi, mandare i figli a scuola, almeno un poco; senza limiti verso l’alto e senza distinzione di reddito, per la Costituzione della Repubblica. Se ci sono limiti alla crescita dei salari, imposti, per certe produzioni e in una certa misura, dal commercio internazionale, lo stato sociale deve compensare per la salute, l’istruzione, la sicurezza. In ogni caso, qualunque misura di ripianamento del debito pubblico, per essere efficace, deve nello stesso tempo ridurre le differenze di reddito; deve, cioè, colpire i ricchi, i patrimoni – i paesi più liberisti del mondo, Gran Bretagna e Stati Uniti, tassano i patrimoni. E naturalmente dovremmo far pagare le tasse a chi non le paga, a cominciare dall’Iva, che dovrebbe essere la tassa più controllabile. Nel lungo periodo non si può che seguire i ragionamenti di Guido Viale. L’energia è diventata costosa e rischia di esaurirsi, non solo quella contenuta nel petrolio. Non si può fondare lo sviluppo sull’aumento delle macchine e dei cellulari; non in Italia. Nell’immediato e restando alla metalmeccanica, che è una sorta di specializzazione nazionale, che si è prodotta nell’ultimo secolo, la proposta di Gallino di fare più autobus per il mercato locale, e meno auto, sembra sensata e fattibile. Non si può pensare di fondare la permanenza in un’industria sovradimensionata del 40% tagliando i salari e aumentando la produttività. Naturalmente, se uno sta perdendo il lavoro, o lo ha perso e non più tanto giovane, sentirsi proporre produzioni innovative e istruzione da uno che la pensione, se non prosciugano l’Inps, ce l’ha, non è una gran prospettiva. Fanno bene, quando possono, gli operai e le organizzazioni sindacali a opporsi alla cancellazione di ogni posto di lavoro. Ma bisogna saper distinguere un paracadute da un aliante. Col paracadute si sa che, abbastanza presto, si finisce per terra, più morbidamente che senza. Con l’aliante si vola. Bisogna mettersi il paracadute e costruire alianti. Per consentire ai giovani di avere una speranza qualche idea generale per un futuro che non sia una corsa di topi bisogna averla. Sono i giovani a pagare il prezzo più pesante oggi. I precari non sono qualche migliaio ma qualche milione; la formazione, la tenuta morale, la libertà di questi milioni di ragazze e ragazzi sono un dovere per loro e per noi vecchi. Per noi che la linea d’ombra l’abbiamo passata da un pezzo vale più che mai un’affermazione di Guglielmo d’Orange che Bianca Guidetti Serra ha citato nel suo ultimo libro: “Non c’è alcun bisogno di speranza per intraprendere, né di successo per perseverare”. Francesco Ciafaloni |