Archivio 2010 Ottobre – N.124 Gioventù perduta da Israele al Giappone
Gioventù perduta da Israele al Giappone
di Dario Zonta   

Cosa comporta consegnare la direzione di un festival internazionale di teatro nelle mani degli artisti piuttosto che in quelle di organizzatori culturali? In questi due anni di “auto-gestione” di Santarcangelo, a cui si aggiunge il primo esperimento di “Potere senza potere”, si può forse individuare una risposta: considerare il festival tutto come una grande opera in sé, come fosse la serie di studi che compongono uno spettacolo finale, ancora in divenire.

Quello che nelle mani di un direttore artistico sarebbe stato un “taglio editoriale”, nelle mani di un artista direttore diventa un immaginifico spettacolo, una riflessione, certo aperta e variegata, ma resa coerente da un preciso punto di vista.
La direzione di Chiara Guidi della Raffaello Sanzio l’anno scorso, quella di Enrico Casagrande dei Motus quest’anno, quella di Ermanna Montanari del Teatro delle Albe il prossimo (sempre supportati da un coordinamento critico-organizzativo che garantisce la continuità e aggiunge allo sguardo artistico quello critico e teorico) dimostrano e dimostreranno questo assunto.
Chi da spettatore va al festival auto-gestito di Santarcangelo si deve apprestare al viaggio cercando un filo rosso, l’ombra di un ombrello che si staglia sui vari spettacoli, o il buco che porta nel paese delle meraviglie, e in questo sforzo interpretativo dovrà se non altro compiere un’importante operazione di connessione delle singole esperienze teatrali.
Sotto questa spinta e suggestione, abbiamo cercato di vedere lo “spettacolo di Santarcangelo” e a volte siamo riusciti a mettere in parallelo opere singole che nella loro connessione ci hanno rivelato maggiori significati e possibili ulteriori interpretazioni.
Due spettacoli hanno reso possibile questo gioco. Il primo è Also Thus! degli israeliani Public Movement, l’altro è My name is I love You dei giapponesi Fai Fai.
Ora, non solo geograficamente e culturalmente stiamo avvicinando gli antipodi, ma anche artisticamente, dato che le esperienze di questi gruppi sono esteticamente opposte. Eppure c’è qualcosa che li accomuna: entrambi gli spettacoli mettono in scena una generazione di giovani nel loro contesto sociale, politico e culturale.
I Public Movement sono nati nel 2006 da un’azione pubblica, Accident (un finto incidente realisticamente messo in scena nel centro di Tel Aviv) che li ha definiti e proposti, sotto la guida di Dana Yahalomi e Omer Krieger. Si sono formati nelle scuole europee (Omer ha studiato allo Slade School of Fine Art e insegna “Arte, media e spazio pubblico” al Kalisher College di Tel Aviv, Dana Yahalomi ha studiato all’accademia sperimentale di danza a Salisburgo, ha lavorato con le maggiori coreografe israeliane) ma hanno mantenuto salde nelle varie loro performance (Spring in Warsaw – A walk through the ghetto, Performing politics for Germany e Also Thus!) le problematiche della scena israeliana.
Also Thus! è uno spettacolo di straordinaria durezza e angoscia, messo in scena rigorosamente in uno spazio pubblico che evoca i segni del potere (a Santarcangelo nel piazzale antistante alla linee rigide dell’architettura fascista del Super Cinema). Una sorta di parata militare, mimata da un gruppo di ragazzi e ragazze tutti vestiti di bianco, in fila per due, “fianco destr, fianco sinistr!”, che seguono un percorso definito, marcato, un perimetro invisibile, una gabbia ossessiva. Scortano una macchina blu, un segno del potere. Ginnastica, alza bandiera, corse improvvise, stop sull’attenti… insomma tutto l’armamentario coreografico del linguaggio militare e poliziesco in uno spazio rettangolare reso asfissiante dal fumo nero di alcune grosse torce di fuoco. Nessun gesto è autentico, ma tutti sono comandati. Non c’è e non si ci può essere alcuna alternativa, nessuna improvvisazione, nessun movimento che non sia il rispetto di un ordine implicito, un ordine storico, un ordine pubblico. Neanche quando, all’improvviso e con violenza inaspettata, quest’ordine viene apparentemente sconquassato da un incidente automobilistico, causato dalla macchina blu. I corpi cadono come manichini, e come tali, senza più neanche l’espressione del dolore, vengono portati via. Poi tutto riprende, come se niente fosse accaduto. Si va avanti, reiterando gesti e movimenti inespressivi, come le facce tirate e tese dei performer teatranti. Non ci sono parole, non ci sono storie, ma solo fatti e azioni. Che ricominciano, come se nulla fosse.
Ecco, questa è un’immagine sintetica ed esteticamente rilevante di un sentimento e di una condizione agghiacciante. Così i Public Movement vedono se stessi e la loro generazione in Israele, una condizione di perenne militarizzazione dell’immaginario e dei comportamenti.
Se i Public Movement sono marziali, ginnici, mortuari e rigorosi, i faifai sono vitali, rumorosi, casinisti, sporcaccioni, irriverenti, atletici e confusi. My name is I love You inizia con la regista Yon Kitagawa (che ha fondato il gruppo nel 2004 a Tokio) che fa una piccola lezione di giapponese al pubblico, spiegando che nella loro lingua non esiste una frase che sia il corrispettivo di “ti amo”, I love you, bensì, al massimo, un qualcosa che assomiglia a “mi piaci”, I like you. Qual è il valore delle relazioni in una società che non può dirsi ti amo? Da questa premessa prende avvio uno spettacolo entropico e casuale, che con sarcasmo e semplicità racconta storie di tutti i giorni, incentrate sulle relazioni tra ragazze e ragazzi in una grande e moderna città giapponese. Il dispositivo di narrazione è una sorta di teatrino dei burattini, sfegatato e fumettistico. Gli attori non parlano, ma sono parlati da una voce esterna, quasi robotica, un estensore di volontà a cui questi corpi muti si rifanno, amplificando con gesti fisici eclatanti il suo dettato. Sono eterodiretti, senza volontà, anch’essi sotto il giogo di un ordine impartito dall’alto (come per gli israeliani) a cui reagiscono con ostinata improvvisazione (a differenza degli israeliani, impossibilitati a qualsiasi improvvisazione), ma senza mai uscire dal seminato. L’escamotage narrativo è semplicissimo, dal momento in cui una ragazza si innamora di un ragazzo, di una figurina, non trovando neanche le parole per dirlo e alcuna corrispondenza. Tutto il resto è un caotico succedersi di azioni e situazioni, spesso scomposte, anche eccessive. Mischiando in maniera naif la televisione, il cinema, le anime, i manga, la pop music, i gossip, la moda in un complesso super colorato ed eccessivo, i faifai, sempre con grande spirito umoristico, riescono così a dare una rappresentazione sintetica ed estrema dei rapporti tra giovani nella società giapponese. Il finale dello spettacolo (all’opposto di quello dei Public Movement che si chiude con una danza catartica e liberatoria aperta al pubblico) è invece un estenuato urlo di dolore, un monologo cupo e teso di una delle protagoniste, la ragazza alla ricerca di una relazione d’amore, che sfoga la sua frustrazione, il suo senso di disagio. Questi due spettacoli, opposti per linguaggio tradizione codici e rappresentazione, riescono a restituire un’immagine chiarissima e durissima dell’oggi di una generazione di giovani che non ha la possibilità di autodeterminare il proprio futuro e questo non riguarda soltanto Israele e Giappone.

Dario Zonta