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Pratiche e idee condivise: lo sfondo Ritengo che sarebbe importante, giunti a questo punto dell’evoluzione della società italiana, segnata dal berlusconismo al tramonto e dall’incertezza sul futuro, disporre di repertori di pratiche sociali e culturali che oggi ne sono gli anticorpi e domani forse possono costituire le radici di un processo ricostruttivo di speranze e possibilità.
Qualcosa del genere esiste, per quanto per sua natura incompleto (1). Meno certe sono invece le informazioni che abbiamo sulle culture che tali pratiche elaborano a partire da una grande varietà di tradizioni. C’è veramente di tutto, e non è necessariamente un complimento. Molti presupposti sono condivisi, anche se non sempre è chiaro perché. Molte delle idee base non sono che confusamente elaborate, perché molto è anche e forse giustamente non detto o appena suggerito. Ma in prospettiva sarebbe importante chiarire per esempio quali siano i valori costituzionali di riferimento, le culture del conflitto, la cultura delle regole, l’idea delle istituzioni, il rapporto tra pubblico e privato e così via. Si può supporre che molte idee buone che circolano siano poco incisive come correttivi delle culture politiche dominanti proprio perché lasciate allo sbando, poco curate, generiche, forse anche generosamente confuse, o compiaciute nella propria autosufficiente alternatività. Che però ci dice poco sulla loro reale efficacia e produttività sociale in termini di sostenibilità, coesione e giustizia. Quanto segue è solo uno spunto per un’indagine più accurata e più documentata, che magari “Lo straniero” può promuovere con altri soggetti del pluralismo del margine (2). Il panorama è davvero variegato, ma va subito detto che tale varietà non è sempre di buona qualità. Ci sono anche troppi residui di un passato che è passato, ma crede di esistere ancora. Cito subito alcuni casi emblematici. Esistono ancora qui e là lacerti di una tradizione leninista, mentre qualche tempo fa l’intellighenzia neo-marxista allo sbando non si peritò di agganciarsi al carro funebre di Schmitt per tenerli in vita. Ci sono tracce di operaismo post-industriale, quasi un mitraismo per l’epoca della società dei servizi. Questi lacerti sono doverosamente accompagnati da vocabolari fondamentalisti, che alimentano un residuale, ma sempre rischioso, estremismo e massimalismo. Ma ci sono anche e più vistosi pallori socialdemocratici, come ancora di salvezza di una sinistra che è risultata incapace di diventare riformista, quando nel paese non ne esistono più da tempo i presupposti sociali e culturali, mentre un moderatismo senza argomenti, che non sia la difesa degli interessi costituiti, penetra ovunque trionfante nell’opposizione politica in parlamento. Qui poi nella cultura – ma, più che altro, con un tono e un vocabolario della rassegnazione – prevale un approccio buonista ovvero da riformismo alla buona, sia nella versione del piccolo imprenditore padano che si rimbocca le maniche, sia in quella di un obamismo passepartout. Ciò spiega anche perché nella società politica, ma anche nella società civile, cioè l’area che qui appunto interessa, siano anche molto diffusi e operanti i “copioni”, quelli che a scuola si facevano passare i compiti. Le pensate buone le fanno gli altri, in genere in Inghilterra (tipo terza via) o negli Usa (obamismo) e ora ci mancava anche la big society. Si discute alacremente di importare qualcuna di queste ideuzze per coprire il vuoto reale di elaborazioni proprie. Ora in tutto quanto detto finora ciò che colpisce nelle culture politiche dominanti è: – la mancanza di ogni riferimento minimamente credibile alle analisi prodotte dalle scienze sociali, sia sulla società della conoscenza, sia sulla società italiana (qui il Censis continua a supplire con le sue fantasiose, ma abbastanza spesso azzeccate analisi, specie quando sono autocritiche); – la mancanza, peggio ancora, di ogni riferimento alla cultura scientifica, anche nelle materie che più lo esigono (innovazione, energia, ambiente). Un antico atteggiamento anti-scienza di derivazione umanistica e idealistica si è trasformato nel tempo in mera ignoranza, anche a seguito del declino vistoso della qualità della classe dirigente. Perfino gli imprenditori non ne parlano mai, se non retoricamente nei convegni. I tagli alla cultura e alla ricerca possono passare anche perché abbiamo classi dirigenti debitamente ignoranti, provinciali, che come ceto non ha abitudini e attitudini né culturali né scientifiche. Anche nella classe dirigente però, come nella società civile, esistono “anticorpi” ovvero minoranze che non imitano il modello dominate. Perché allora non parlano? E sarebbe anche utile sapere come fanno a sopravvivere nella giungla dei loro stessi colleghi, forse adottando lo stesso gergo volgare ormai ben documentato? – l’estrema difficoltà di fare proprie, incorporare, assimilare rendere mainstreaming i principi costituzionali di stampo comunitario, pur da anni all’opera dentro la programmazione integrata tra Pon e Por. Essi implicano una cultura della complessità, prospettive strategiche, coerenze temporali e intersettoriali, cultura delle regole e degli standard. Tutto ciò è alieno alla cultura mediamente condivisa degli italiani (se esistono), e delle loro classi dirigenti. Ma, occorre dirlo, questi elementi normativi ancora non si possono dire affermati sicuramente nemmeno dentro le pratiche “alternative” di matrice civile. Nel prossimo futuro vedremo come l’implementazione del principio di sussidiarietà nelle pratiche sociali e istituzionali possa diventare il test di queste capacità ancora rare, eccezionali e per lo più non ancora riconosciute come semplicemente doverose.
Pratiche e culture condivise: prime acquisizioni Torniamo sul terreno delle pratiche sociali e culturali che non hanno ragione né bisogno di autodefinirsi antagoniste, ma che certamente alimentano culture alternative alle egemonie disossate dominanti. In esse filtra ora anche una certa dose di populismo, per lo più buonista, cioè anche autoassolutorio come se il “popolo” non fosse anche corresponsabile dei propri mali (ma chi vota in Campania coloro che poi gli riempono la vita di spazzatura?). Il populismo progressista di matrice “pugliese” vorrebbe anche essere un antidoto a quello becero di destra. E c’è del vero, anche se qui ci vorrebbero analisi differenziate. È il populismo delle sindromi nimby (“non nel mio cortile”) che facilmente può essere assunto anche da nuovi leader come criterio nel conflitto tra centro e periferia, tra istituzioni e società, tra popolo buono e palazzo cattivo. Un filo di populismo può essere indispensabile come riconoscimento che gruppi di cittadini, quando si muovono in nome del popolo (popolazione locale intesa come campione rappresentativo di un popolo più ampio), rivelano capacità, conoscenze, progetti. E anche come riconoscimento della dignità riconquistata come individui e come gruppo. Fin qui ci siamo, andare oltre ha implicazioni molto più problematiche. Con tutti questi limiti e altri che sarebbe più facile agli stessi protagonisti evidenziare, voglio invece finire con il ricordare alcuni elementi positivi che si vanno sedimentando. Intanto c’è un possibile radicalismo, che in qualche caso potrebbe sfiorare il moralismo, che è componente essenziale di ogni possibile alternativa anche per sfuggire alle sirene moderate che ci perseguitano da ogni parte con le loro programmatiche al tè verde [si può qui citare subito l’esempio delle analisi informate sul lavoro industriale e il suo destino di Luciano Gallino]. Il compito e senso di un radicalismo nel pensare e nel progettare è quello tipico di avanguardie (culturali, non politiche, ma su questo punto molto altro si dovrebbe chiarire sul nesso oggi tra impolitico, politico e antipolitica) (3), di evitare accuratamente gli scogli dell’estremismo, specie nelle sue forme di lacerto storico, e anche il massimalismo. Posto questo tono radicale - che però oggi non può che essere analiticamente fondato se non vuole essere velleitario o semplice sostituto di un bisogno di religione – le evidenze culturali da segnalare sono: – il radicarsi di una cultura dei diritti e, più stentatamente ma a poco a poco anche dei doveri (questo è un tema troppo grosso, spero di tornarci su un’altra volta e intanto lo possono fare altri), – l’elaborazione di criteri di giustizia sociale, redistribuiva in primo luogo, ma anche risarcitoria, e ancorata sempre più a questioni di merito, a circostanze di tempo e di luogo, alla lunga storia “locale” dell’ingiustizia, – la cultura della sussidiarietà implicita in tante pratiche sociali, che va letta come ridefinizione del rapporto cittadino-istituzioni e quindi come forza maggiore che può indurre un mutamento e riqualificazione democratica delle istituzioni stesse (sul punto rinviamo alle elaborazioni di Arena-Cotturri, Il valore aggiunto, Carocci, Roma 2010 e ai materiali pubblicati sul sito di Labsus tra i quali anche i miei), – l’embrione di un discorso civile e coesivo sul ruolo dei beni comuni nella nostra vita collettiva e sulla necessità di difenderli dai tanti assalti interessati, ma dalle nostre stesse pratiche sociali insostenibili; – più difficile resta il discorso sulla fedeltà fiscale, come parte di una più ampia cultura delle regole, poiché la diffusa cultura dell’evasione e dell’abuso è presente anche tra i soggetti del mutamento, dato che questa è l’acqua in cui nuotiamo. Eppure senza fedeltà fiscale si mina la stessa cultura dei diritti, perché i diritti costano. Dalla lealtà fiscale occorre anche il passo verso una fiducia maggiore nelle istituzioni. È vero, queste se la devono guadagnare, ma da sole non possono farcela. L’istituzionalismo di maniera è ancora molto diffuso e rappresenta credo una cultura istituzionale alquanto primitiva, non al livello delle pratiche più ricche già sperimentate. – Allo stesso modo la cultura del conflitto che pure è molto ricca, se si pensa a storie come quella della Val di Susa, del Dal Molin, ma anche su temi relativi a diritti o a mobilitazioni nimby. Il conflitto nella nostra storia è ancora troppo dipendente dalle antiche immagini di lotta risalenti a più di 50 anni fa. Si sa che tutto oggi si gioca sulla comunicazione, e quindi occorre anche trarre la conseguenza che il conflitto principalmente è uno stato di cose virtuale e simbolico, “de-materializzato”. Impariamo anche dalle mamme vulcaniche. In generale poi anche grazie a internet molte pratiche locali di fatto sono globalizzate e circolano. Ciò aiuta molto a superare il localismo e il provincialismo. Si può dire che l’elemento translocale è un grande educatore perché fa cogliere ai soggetti livelli, scale e proporzioni altrimenti inafferrabili. Su questa base anche il principio responsabilità dentro le iniziative civiche diventa più ricco e fondato. Non propongo certo di depurare le culture concretamente esistenti di elementi riduttivi o regressivi. Questo è un compito del processo stesso, sociale e culturale. Piuttosto ritengo che si eviterebbero molti errori, e soprattutto il confinamento, che non permettono di irrompere per davvero sulla scena pubblica, se certe questioni di principio venissero chiarite un po’ meglio. Questa è solo l’inizio di una riflessione collettiva, che del resto è in atto, e che vorrei solo vedere accelerare e rendere più consistente e consapevole. Accenno solo per chiudere che è questione di egemonia. Questo termine gramsciano va ripreso coerentemente con i dati di una società della conoscenza e dell’informazione. Siamo dominati da alieni un po’ come nell’invasione degli ultra-corpi, li sento come insetti fastidiosi e ingombranti, parole di apparente buonsenso prive di senso (come quando ascolto i discorsi dei moderati del Pd o degli economisti “progressisti”). Per paradosso, a sinistra al cuore della gente ci puoi arrivare solo facendola ragionare, mentre il populismo becero e autoritario tocca corde esistenziali per impedire di riflettere. Su questo punto di differenza le minoranze attive non possono cedere.
Note 1) Vedere tra le pubblicazioni recenti: Alecci-Bottaccio, a cura, Fuori dall’angolo, L’ancora del Mediterraneo, Napoli 2010; Campedelli-Lepore-Tognoni, Epidemiologia di cittadinanza, Il pensiero scientifico, Roma 2010. Molte informazioni si trovano sui siti di Cittadinanzattiva e di Labsus, ma in generale su internet circolano notizie, cronache, progetti. Un’indagine specifica dovrebbe essere riservata alle elaborazioni delle fondazioni delle varie correnti politiche, per capire il tipo di culture che vengono promosse, sebbene anche qui prevalgano le copiature e il lessico preso in prestito. 2 Vedere G. Fofi, La vocazione minoritaria. Intervista sulla marginalità, Laterza, Bari-Roma 2009. 3 Rinvio per qualche argomento in più al mio Italia sperduta, Donzelli, Roma 2011. Carlo Donolo |