Creatività e generosità nell’era digitale
di Simone Caputo   

L’epoca della “contrapposizione degli opposti” ha dominato a lungo il discorso su Internet. Due le figure dominanti: l’entusiasta, da una parte, a raccontare come la rete avrebbe cambiato il mondo, salvato la politica dai partiti, favorito i rapporti sociali, portato l’arte e la cultura ai più;

dall’altra l’inquisitore, a prefigurare i folli rischi della digitalizzazione di massa. Per fortuna quegli anni sono lontani; le chiacchiere inutili hanno lasciato il posto a riflessioni più ampie e dialogate sulla complessità della rete. Resta una sorta di radicalizzazione delle posizioni; i libri di Nicholas Carr, The Big Switch: Rewiring the World, from Edison to Google (2008), Jaron Lanier, You Are Not a Gadget (2009), e, contrapposto a questi, Surplus cognitivo di Clay Shirky (CodiceEdizioni, 2010), ne sono un chiaro esempio. Si tratta di tre dei titoli più interessanti, che si sono occupati della rete, editi in Italia negli ultimi tre anni (Carr, 2008, Il lato oscuro della rete. Libertà, sicurezza, privacy, Rizzoli; Lanier, 2010, Tu non sei un gadget, Mondadori); titoli poco noti ai più, ma causa di numerosi contrappunti on-line; titoli che provano a raccontare e a restituire la complessità del web, ma che non riescono a sottrarsi del tutto alla dialettica detrattore (You Are Not a Gadget, Il lato oscuro della libertà)-non/detrattore (Surplus cognitivo). La contrapposizione resta; smussata, dialogante, ma resta. Nella disputa destano particolare simpatia le posizioni di chi è molto critico nei confronti dell’evoluzione della rete: proprio perché è quasi solo sul web che hanno risonanza i testi che si occupano di internet, è assai difficile trovare internauti clementi verso riflessioni come quelle di Lanier e di Carr – riflessioni accuratamente analizzate, quasi vivisezionate nel senso di fatte a pezzi. Diversa, ovviamente, la sorte degli entusiasti, e Clay Shirky può essere annoverato tra questi. Quel che è interessante sottolineare in un primo momento non è se il libro di Shirky abbia o meno valore (e va subito precisato che Surplus cognitivo ce l’ha e come), quanto piuttosto notare il paradosso per cui spesso l’internauta esperto, accanito fruitore della rete, è il meno adatto a riflettere sulla rete stessa. Pur essendo molto preparato, perché “vive” in rete, utilizza software, frequenta social network, è troppo coinvolto e non riesce, spesso, ad andare oltre quella sensazione di libertà mista a potere che in effetti internet restituisce, facendone una sorta di nuova Eldorado.
Proprio della libertà e del tempo che si sceglie di trascorrere collegati alla Rete parla Surplus cognitivo. Partendo da una domanda di fondo: cosa ha fatto l’uomo con tutto il tempo libero che ha avuto a disposizione nel corso del ventesimo secolo? La risposta è banale e al contempo violenta come un montante: ha guardato la tv. Per decenni. Il pensiero di Shirky, statunitense, scrittore, professore, esperto di new media, è che solo oggi, messe alle spalle le varie Desperate housewifes, si assiste al risveglio dalla colossale sbronza collettiva da tv, grazie alla Rete e al surplus di attività e di informazioni che ne deriva. Un guadagno appassionante; di certo più appassionante dello stare semplicemente seduti dinanzi a una tv. “Oggi, media flessibili, economici e inclusivi ci permettono di fare cose d’ogni tipo che un tempo non facevamo. Nel mondo con ‘i media’ eravamo come bambini, seduti in silenzio al margine di un cerchio a consumare qualunque cosa i grandi seduti al centro decidessero di produrre. Quella realtà ha ceduto il posto a un mondo dove la maggior parte delle forme di comunicazione, pubbliche e private, è a disposizione di tutti in qualche forma”. L’espressione “surplus cognitivo” si riferisce tanto all’eccedenza di tempo libero che caratterizza le società avanzate dal dopoguerra in avanti, tanto al fatto che tale eccedenza ha prodotto una sorta di plus-valore culturale, che, grazie a nuove tecnologia e new media, è del tutto nuovo. Il tempo libero come vantaggio sociale, come occasione per generare progetti collettivi, grandi e piccoli, come minuti da trascorrere a interagire con il resto degli internauti. Non solo i nuovi media non producono isolamento sociale, ma al contrario lo contrastano, o sono in grado di contrastarlo, promuovendo nuove forme di creatività e nuove culture della condivisione: questa la tesi contenuta in Surplus cognitivo. Il tentativo di Shirky è quello di guardare all’altra faccia della medaglia: alla Rete che mette al primo posto la persona e non la tecnologia, che genera combinabilità civica e non isolamento individualista, economia della condivisione e non collettivismo riduzionista, motivazioni amatoriali e intrinseche, dimensioni e azioni pubbliche, miglioramento gratis della vita degli altri, cultura come strumento di coordinamento. Gli esempi che Shirky presenta sono numerosi, disparati e non tutti convincenti: oltre i soliti Wikipedia e i blog, cose stupide come lolcat.com o charities nati da gruppi di fans di musicisti, ma anche cose serissime come la protesta politica del 2003 di Cheonggyecheon Park a Seul per la mucca pazza. Unico comune denominatore una sorta di solidarietà mediatica. Scrivendo dei giovani manifestanti coreani cita: “la loro partecipazione derivava non tanto dalle condizioni concrete della loro vita quotidiana, quanto dalla solidarietà verso un fandom mediatico condiviso. (…) Anche se molto di quel che i ragazzi fanno on-line può sembrare banale o frivolo, quel che stanno facendo è costruire la capacità di connettersi, di comunicare e, in definitiva, di mobilitarsi. Dai Pokémon alle grandi proteste politiche, quel che è peculiare di questo momento storico e della generazione che sta crescendo non è solo una forma distinta di espressione mediatica, ma come questa espressione sia legata all’azione sociale”. Se molti di quanto discutono di media digitali accusano la rete di essere la causa principale dell’odierno declino del contatto vis-à-vis, l’esempio di Seul, il posto più cablato wireless del pianeta, sembra servire a Shirky per indicare una prospettiva, una possibilità diverse: le tecnologie mediali digitali come strumento fondamentale per coordinare il contatto tra gli uomini e attività concrete da loro ideate. “Non solo i social media sono in nuove mani – le nostre – ma quando gli strumenti di comunicazione sono in nuove mani, assumono nuove caratteristiche”. Shirky è conscio che il surplus cognitivo non è detto che sia in assoluto un valore universale, né tantomeno eterno: al contrario, è ben probabile che la gran massa dei contenuti generati dagli utenti abbiano valore solo per coloro che li hanno messi in rete e per un ristretto gruppo di amici. Il vero plus-valore, secondo Shirky, è rappresentato dalla possibilità che ciascuno di noi ha di produrre i contenuti e condividerli, e/o di partecipare a progetti di valore pubblico o civile.
Scrive Shirky: “Creare valore pubblico o civico richiede qualcosa di più che postare delle foto divertenti. Il valore pubblico e civico esige impegno e fatica dal gruppo storico dei partecipanti. (…) Siccome inseguiamo sempre la soddisfazione individuale oltre che l’efficienza del gruppo, è raro che i gruppi votati al valore pubblico o civico siano permanenti. Piuttosto, i gruppi hanno bisogno di acquisire una cultura che premi i loro membri per il loro lavoro. Per ottenere quello di cui abbiamo bisogno, e non solo quel che ci piace, servono specifici lavori fatti da gruppi; capire come crearli e mantenerli è una delle grandi sfide della nostra epoca”. Una pre-visione positiva quanto utopica, che lo stesso presente della Rete sembra intaccare. Si prenda l’odiato-amato Facebook: “Facebook non ha un unico centro, come può essere il sito della Cnn, né ha confini assai precisi e definiti come quelli di molte mailing list. Ha piuttosto degli orizzonti sociali che si accavallano, all’interno dei quali, quasi nessuno degli utenti, però, si sente parte di un gruppo di trecento milioni di persone. Facebook è fatto di gruppi porosi ed elastici, decisamente più coesi di qualsiasi campione casuale dei commentatori e lettori di Cnn.com, ma comunque e sempre molto meno dei membri di una piccola mailing list”. Ogni servizio che voglia sfruttare il surplus cognitivo su grande scala ha davanti a sé queste alternative: avere un “grande” gruppo di utenti; avere un gruppo “attivo” di utenti; avere un gruppo di utenti tutti “interessati” alla stessa cosa. Avere tutte e tre le opzioni allo stesso tempo sembra impossibile; forse due sì. Da cui alcuni dubbi e interrogativi – mutuati dai testi di Lanier e Carr – che vanno a intaccare la visione di Shirky, che è evidentemente una parte non trascurabile della storia della Rete, ma comunque una parte. Sono davvero i social media in “nuove mani”, le nostre mani, o i poteri che vi si nascondono dietro sono ancora più forti, grandi e abili nel manipolare di quanto non lo fossero gli editori proprietari dei media, tv, radio, giornali, di vecchia generazione? Al surplus cognitivo anarchico con cui nasceva internet si sta sostituendo il modello dominato dal web 2.0, dai grandi aggregatori uniformanti? Se si tende a legge maggiormente quello che già si approva, quanto è dato sperare che la blogosfera diventi una sfera pubblica razionale e migliore di quella attuale? E ancora: se molte delle tecnologie messe a disposizione degli internauti sono tecnologie di filtering, cioè di filtro, per selezionare informazioni e dati rilevanti per chi legge, gli incontri non voluti non finiranno col diventare sempre più rari? L’evoluzione stessa del web sembra attaccare violentemente le fiduciose analisi raccolte in Surplus cognitivo. Si pensi agli sforzi di Google per migliorare sempre di più i risultati di ricerca personalizzati: oggi due persone che cercano la stessa cosa ottengono risultati diversi basati su dove hanno cliccato in precedenza nella loro storia di internauti; e sulla scia di Google si è mosso Facebook. Un web dunque sempre più personale e meno sociale di quanto si creda. La questione è centrale, al punto che la domanda in fondo più rilevante che Shirky pone è la seguente: che ne faremo di questo surplus cognitivo? Saremo in grado di andare oltre la condivisione personale e comunitaria, per dedicare più tempo a progetti pubblici e/o di valore civico? “Dipende”, risponde Shirky, fotografando nitidamente un presente, quello della rete, per il quale è estremamente difficile pre-vedere un futuro certo. Perché le problematiche poste chiamano in causa gli individui che trascorrono il loro tempo libero navigando in Rete tanto quanto i colossi che muovono le fila della socialità e del consumo on-line; ma non escludono, anzi necessitano di un terzo soggetto completamente dimenticato dall’analisi di Shirky: la dimensione istituzionale della blogsfera. Perché senza, le parole d’ordine che ricorrono in Surplus cognitivo, “il comportamento segue l’opportunità”, “giocare partite piccole”, “rendere il valore sociale un’impostazione di default”, “sostenere una cultura del sostegno”, “far dialogare tradizionalisti e rivoluzionari”, non hanno senso.
Non si può fare a meno di osservare come le tradizioni civiche “reali” si trasferiscano anche sul Web, dando vita a esperienze molto diverse, e a controverse e mutevoli normative su Internet, controlli dei contenuti, sistemi delle sanzioni. Così il grado di attività on-line delle charities e dei vari movimenti civili, sociali e politici degli Stati Uniti non può essere messo a confronto con la situazione di altri paesi, senza tenere conto non solo delle culture, ma anche delle pratiche e degli aspetti istituzionali: dal sistema elettorale alla forma dei partiti, alle normative sulla raccolta dei fondi per charities e partiti e persino sul copyright. Ed è bene non credere che gli “altri paesi” siano poi così lontani da noi: ci si scandalizza per quanto successo a Wikileaks, o prima ancora per gli oscuramenti cinesi, e si ignora che proprio l’Italia, insieme a Turchia, Cina e pochi altri paesi, nel 2008 oscurò uno tra i più noti siti di filesharing come Pirate Bay, o la chiusura di Oink, comunità privata di condivisione dati, operata dalle polizie congiunte di Inghilterra e Olanda. E così addio luogo di condivisione e di scambio, di offerta e ricerca di musica, video e software spesso introvabili, di discussione e di riflessione; addio surplus cognitivo. Nonostante le ombre che si addensano sulla Rete, la visione evoluzionista e positiva di Shirky è comunque necessaria, oggi ancor più, perché tutta volta a riaffermare la centralità della personalità umana in una storia in cui troppo spesso si guarda alla sola tecnologia, e si dimentica che la tecnologia permette azioni e comportamenti, ma non è la causa prima delle stesse.

Simone Caputo