Flaiano e il teatro, una lezione
di Lorenzo Donati   

In questi ultimi mesi, nel piccolo mondo degli addetti ai lavori, si è tornati a parlare con una certa insistenza di critica teatrale.

Ci sono stati progetti specifici e incontri pubblici, come Novo Critico a Roma o le presentazioni del manuale Questo Fantasma curato da Andrea Porcheddu e Roberta Ferraresi, mentre la critica teatrale sarà l’oggetto del prossimo dossier della rivista “Hystrio”. Senza entrare nel merito dei singoli percorsi, quello che spesso manca in molti dibattiti, e che è mancato anche in recenti occasioni, è un confronto concreto sul teatro e sui suoi linguaggi, unito a un pensiero sul “metodo” che si vuole praticare, che oggi non può non essere specialistico e insieme aperto sul mondo, per tentare di comprenderne le mutazioni e per non rinchiudersi in una riserva. Così questa nuova attenzione rischia subito di divenire rivendicazione, e di ruotare attorno a domande di retroguardia: quale è il ruolo della critica? perché ha perso di autorevolezza? come recuperarla? In altre parole si discute quasi esclusivamente di “cosa dovremmo fare”, scansando un confronto sul teatro che vive, rimandando ad altre sedi un “fare” concreto. In attesa che ciò avvenga, è bene confrontarsi direttamente con quanti hanno provato a fare e non solo a teorizzare, magari riscoprendo qualche maestro. Adelphi ha da poco ripubblicato un volume dall’eloquente titolo Lo spettatore addormentato: sono le cronache drammatiche di Ennio Flaiano, uno dei “critici d’occasione” più intelligenti che abbiamo avuto. L’orizzonte della professione è quantomai incerto, e proprio per questo non può prescindere da un dialogo col passato, per tentare rilanci anche inaspettati.
Sono tanti i motivi per guardare da vicino Flaiano, a cominciare dalla “domanda” che lo scrittore marchigiano poneva a ciò che guardava e che faceva trapelare in ogni suo scritto, domanda che quasi sempre coglieva tratti del teatro nazionale ravvisabili anche oggi. Flaiano non recensiva solo per parlare di teatro, ma considerava il teatro un luogo privilegiato dal quale guardare la società italiana. Due sono i periodi fotografati dal volume, curato da Anna Longoni: le cronache prodotte per “Oggi” dal 1939 al 1942, in pieno ventennio, e quelle dal 1962 al al 1967 per “L’Europeo”. Nella prima parte troviamo Flaiano in polemica con un teatro avvilito dalla censura fascista, nel quale molti testi edulcoravano la realtà per sciogliersi in un lieto fine, in quell’“ottimismo senza speranza” che riappacificava gli animi del pubblico: “Sui nostri palcoscenici, calata la tela, si fa raccolta di buoni sentimenti, di gioia di vivere e di grossi stipendi”, annota a proposito di I poeti servono a qualcosa di Nicola Manzari. Un teatro innocuo, quindi, nel quale proliferavano adattamenti di classici della letteratura che finivano per svilire gli originali, o si proponevano drammi incapaci di parlare al presente perché prelevati da altre epoche, come nel caso di La presidentessa di Maurice Hennequin: “Oggi la pochade non ha più ragione di vivere: manca nel pubblico una leva, l’innocenza, sulla quale la sua allegra forza può operare”. Basta scorrere i titoli di uno a caso dei nostri teatri comunali per accorgersi come queste osservazioni siano ancora attualissime, al punto che sorge il sospetto di trovarsi di fronte caratteri teatrali ereditari, quelli di una scena tradizionale che non rischia, che si accomoda sul già noto (e sia detto per inciso: La presidentessa è stata messa in scena da Massimo Castri due stagioni fa...). Nella sezione di scritti per “L’Europeo” la domanda di Flaiano si sposta, per mettere a nudo quei caratteri della società italiana già allora evidenti: la festa quotidiana che stava soppiantando le occasioni festive dell’arte, la caricatura di un popolo disposto a vedere solo i difetti altrui e che stava rendendo l’ironia teatrale meno efficace di quella di tutti i giorni, il facile riconoscimento che a teatro creavano le starlette televisive. Ma non solo. Flaiano scrive nel mezzo di un guado, quello dell’avanguardia teatrale allo stato nascente, e come molti si trova a dover rivedere i propri parametri di valutazione. Con il Nuovo Teatro ai primi passi non si poteva più ignorare la visione della scena, relegandola a una nota di supporto al dettato del testo, e non si potevano più liquidare l’attore e la sua drammaturgia come meri corredi dell’interpretazione registica. Ecco dunque il favore accordato al primo Carmelo Bene (Salomè, 1964), definito “un regista con i piedi saldamente poggiati sulle nuvole”, o la magistrale cronaca del Marat/Sade di Weiss nella storica regia di Peter Brook, in cui si sostiene che l’ambiguo gioco di specchi fra normalità e follia consegna allo spettatore molte domande e non granitiche risposte, come invece faceva un Brecht descritto a cavallo fra la “la propaganda pensosa e la persuasione occulta” (nello strehleriano Galileo). In questo guado, si diceva, Flaiano ha saputo vederci chiaro pur restando un cronista drammatico attento al testo teatrale, parafrasando quella che Giuseppe Bartolucci avrebbe battezzato Scrittura scenica nel ’68, quando nel 1966 sempre a proposito di Brook scriveva: “Ma non sono le formule che valgono in casi come questi, quanto il risultato, cioè la fusione dell’idea con l’azione scenica, della parola con lo spettacolo”. Lo spettatore addormentato è dunque una lettura fondamentale per chi oggi voglia cimentarsi con la critica, e non solamente per il suo carattere di romanzo teatrale in anticipo sui tempi. Oltre a un breviario di levità, attraversato dalla sua celeberrima scrittura aforistica (“Pirandello, quest’Omero delle pensioni e camere ammobiliate”), il libro è un esempio di metodo che dovremmo tenerci stretto da tanti punti di vista. A cominciare dalla sua personalissima battaglia coi pubblici di teatro, che avrebbe voluto fischiare per aver disertato certe opere da lui amate e sempre messi in guardia di fronte a spettacoli in cui troppo facilmente si rispecchiavano, quando un’ “omertà biologica” aleggiava fra platea e palcoscenico: questa la fulminante descrizione che Flaiano dava del teatro dialettale, prendendo a esempio il pur elogiato Natale in casa Cupiello di De Filippo. A quasi cinquant’anni di distanza quelle di Flaiano restano considerazioni di amara attualità, valide per le tante parrocchie dei teatri d’oggi: la prosa degli stabili, i festival estivi, le nicchie della ricerca. Chi davvero mescola le carte spesso si muove nell’ostracismo degli addetti ai lavori, e questo vale per quelle pochissime figure che operano nelle istituzioni e per quei pochi organizzatori e artisti legati alla ricerca. Lo spettatore addormentato è infine una raccolta di folgoranti avvertimenti per chi voglia praticare un mestiere che oggi non esiste quasi più, quindi potenzialmente aperto a nuovi percorsi. Nell’ammonimento a non formarsi una cultura “di ripiego” sugli spettacoli di cui si scrive, nel ripensare al proprio posto nel mondo sapendo che si entra a teatro perché “la rappresentazione della strada diventa insopportabile”, nello sprone a considerare le opere come “persone vive”, mettendo dunque in gioco la propria autobiografia. Infine nell’andare in cerca di un teatro che ponga dubbi, ammaliati e cullati in quello stato che precede il sonno, quando a teatro si ha lo spettatore perfetto: nel limbo fra una vita “di recupero” (il sonno) e una vita “di ricambio” (il teatro), quando “si riceve tutto come un indimenticabile messaggio personale”.

Lorenzo Donati