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Machiavelli ha scritto da qualche parte che quando il principe cade è meglio non trovarsi né troppo vicino né troppo lontano, perché chi è troppo vicino cade assieme a lui, e chi è troppo lontano non può approfittare della sua caduta. La frase è stata più volte citata dal dissidente dell’Europa dell’Est Fatos Lubonja, per spiegare il riciclarsi di molti apparatchik dei vecchi regimi durante gli anni della transizione post-89. Ma, fatte le dovute distinzioni, può tornare utile per analizzare la parabola discendente del berlusconismo, il va e vieni della sua corte polimorfa, e la gravissima crisi italiana degli ultimi tempi.
Qual è la giusta posizione che occorre occupare per trarre vantaggi dalla caduta del principe? Come si misura la giusta distanza? In metri? In chilometri? Insomma, per citare un altro grande autore italiano, come fare in modo che tutto cambi perché nulla cambi? Nonostante la gravissima crisi economica, il varo di una manovra abborracciata e – mai prima di adesso – anti-popolare e anti-operaia, i nuovi scandali sessuali che avvolgono il premier e i suoi procacciatori di escort, la vera domanda che agita il Palazzo italiano sembra essere quella della giusta distanza. Quella di sempre, quella di Machiavelli. Ciò spiega il restare a metà, con un piede dentro e un piede fuori, di tutti. E il discorso vale anche per l’opposizione. Chi grida più forte, contro la manovra e contro gli scandali, appare sempre più isolato. Chi invece briga per un governo tecnico post-berlusconiano vede crescere le proprie quotazioni. Ci sono sicuramente delle ragioni profonde che spiegano l’avvitarsi di una crisi strutturale, senza vie d’uscita. Una crisi che riguarda il sistema globale, e l’Europa in particolare. Ma se il mare è in burrasca per tutti, sicuramente andranno a fondo quelle navi la cui plancia di comando è vuota, deserta. Oppure occupata da un circo di quart’ordine. E questo è proprio il caso dell’Italia. La situazione appare bloccata per due motivi. Da una parte c’è una corte berlusconiana, e più in generale un’intera casta trasversale all’interno e al di fuori degli stessi palazzi della politica, che attende a pochi metri o a pochi chilometri di distanza la caduta del principe, ma senza agevolarla, e magari predisponendosi in quella posizione di trincea per anni. Dall’altra c’è lui, il principe, che non vuole cedere di un millimetro il proprio potere. Come tutti i principi della riva sud del Mediterraneo non se ne andrà fino a quando l’intero palazzo (o sistema) intorno a lui non sarà franato. Tutte le analisi sull’uscita di scena di Berlusconi paiono non considerare questo dato psicologico, eppure è un dato essenziale. Anche se messo alle corde, Berlusconi non vuole lasciare proprio un bel niente. Non lo farà fino al 2013, e poi si vedrà... Per anni abbiamo scritto che il berlusconismo (quale carattere antropologico diffuso, quale invasione del pubblico da parte di un nuovo modo di far politica) sarebbe sopravvissuto a Berlusconi. Ma proviamo a rovesciare per una volta i piani della questione. E se fosse Berlusconi a sopravvivere al berlusconismo? Se fosse Berlusconi (se non l’unica, comunque la massima causa dell’inceppamento del sistema) a correre e far correre tutti verso un vicolo cieco? Verso un baratro sempre più profondo? In questo, il principe avrebbe pochi argini, e molti sodali. La cronaca recente rivela un’eversione diffusa delle classi dirigenti di questo paese. Prendiamo i due casi maggiori, due esempi rivelatori. Innanzitutto, lo scandalo Tarantini-Lavitola. L’aspetto più inquietante dell’intera vicenda non risiede solo nel fatto che Tarantini e sua moglie sono, come ha scritto Nicola Lagioia su “il Fatto”, l’esempio lampante di una nuova borghesia barese, e più in generale italiana. Una borghesia lazzara, che spende senza produrre, che vive di ricatti e di lussi, completamente al di fuori di ogni remora morale. I due (insieme a Lavitola, direttore di una nuova edizione dell’“Avanti!”...) non sono casi isolati. Sono un pezzo consistente di Bari, di Sud, d’Italia. Ma – si diceva – la cosa più sconvolgente non è tanto questa. La cosa più sconvolgente è che questo pezzo di nuova Italia, che vive e ricatta alla corte del principe, è stata protetta dal nuovo procuratore capo di Bari, Antonio Laudati: uomo fidato di Angelino Alfano, mandato a fare il procuratore a Bari, in tutta fretta, due anni fa, quando lo scandalo delle escort era ancora agli albori. In questi anni, Laudati avrebbe ritardato ad arte (d’accordo con i vertici della Finanza, addetti alle intercettazioni) la conclusione delle indagini, in attesa che il sostituto procuratore che le faceva (Giuseppe Scelsi) venisse spostato a nuovo incarico. La cosa più inquietante dell’intera vicenda è che il procuratore Laudati, mentre da una parte impediva a Scelsi di accedere alle carte della propria inchiesta, dall’altra parlava allegramente con i legali di Lavitola e Tarantini delle intercettazioni che li riguardavano. Insomma, se la nuova borghesia barese (e italiana) è sozza, ormai sono irrimediabilmente inquinati anche i piani alti delle istituzioni non strettamente politiche. Ciò vale per la magistratura (nonostante la solita tiritera contro la toghe rosse), vale per le fondazioni bancarie, vale per gli enti, vale per le grandi imprese che drenano denaro pubblico. L’altro caso inquietante di questi giorni, le tangenti di Filippo Penati, lo dimostra appieno. Il saccheggio di Sesto San Giovanni, che vede coinvolto uno dei pezzi grossi del Pd, l’ex sindaco e presidente della Provincia Penati, lascia senza parole. Anche qui, a sconvolgere non sono solo i comportamenti privati, ma il carattere sistemico della vicenda. A cosa servivano tutti quei milioni di euro a Penati? Probabilmente non per arricchimento personale, ma – fatto ancor più grave – per finanziare le proprie campagne elettorali. Ciò proverebbe che il modello di finanziamento craxiano, che ha fatto crollare la Prima Repubblica, non solo è tracimato nella Seconda, ma è entrato a piè pari anche nelle stanze del principale partito di opposizione. Dio non voglia, ha detto recentemente Mussi, che il sistema sia servito per finanziare la corrente vincente (cioè quella di Penati, Bersani, Fassino, D’Alema) negli ultimi congressi dei Ds e del Pd... Questo è il punto in cui è arrivata la crisi italiana, mentre tutti erano lì a calcolare a quale distanza collocarsi dall’eventuale caduta del principe, che – detto per inciso ancora una volta – non vuole cadere o abdicare affatto. Prevedere cosa avverrà nei prossimi mesi è pressoché impossibile. Se però l’intreccio di vuoto politico e inarrestabilità della crisi economico-finanziaria dovesse portarci fuori dall’Europa, gli effetti saranno devastanti. Alessandro Leogrande |