| Mario e il mago |
| di Goffredo Fofi |
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Il più bel racconto scritto da uno straniero sull’Italia nel corso del Novecento è probabilmente (o sicuramente) Mario e il mago di Thomas Mann. Anni trenta; in una località balneare tirrenica un volgare “mago Cipolla” ha doti di ipnotizzatore e incanta il pubblico, portatore di “un muto volere collettivo diffuso nell’aria”. Ipnotizza Mario, un cameriere, e gli si presenta come la ragazza da quello amata, se ne fa baciare. Mario, destatosi, lo uccide. Non fu difficile vedere in questa storia i riferimenti al fascismo, al duce, alla (sperata, lontana) ribellione del popolo. Che era ancora molto lontana: ci vollero una guerra mondiale e due anni di guerra civile perché questo accadesse.
Il mago di oggi, genio della tv, il “cavalier Lombardozzi” come lo chiamava Fellini, è caduto senza guerre e senza sangue ma anche senza rivolte, a causa di una crisi economica internazionale gravissima, affrontata con imbecille incoscienza. Nessun Mario lo ha deposto, lo ha deposto l’Europa, l’Europa delle banche, la stessa Europa che ci governerà per interposti politici almeno nell’immediato futuro, e non si sa quanto questo debba rallegrarci e quanto preoccuparci. Nel giro di poco tempo, tra il ferragosto e la prima settimana di novembre, l’astro berlusconiano è tramontato, l’ipnotico schermo televisivo si è infranto. Cosa verrà dopo non è così difficile da indovinare: se Berlusconi non risorgerà, ed è possibile se si va alle elezioni e si tiene conto di chi potrebbe sostituirlo, avremo dei governi “tecnici” guidati da un confuso centro destra (cioè la sinistra oggi esistente, chiamata abusivamente sinistra, ma anche il centro è defunto da tempo ) e una destra, vecchia per ora, e forse in prospettiva nuova e più aggressiva. Per il momento, l’embrassons nous della politica sembra riguardare tutti, con l’eccezione, forse, di una parte (non grande) del sindacato. E Mario tace, latitante da decenni, dimentico di una identità e di una storia, per quanto fragili, buttate velocemente a mare in cambio del piatto di lenticchie del benessere e della privata felicità. Lasciarsi castrare è stata, per questo popolo, un’esperienza piacevole. E una volta castrati, perché esso possa riprendersi e ritrovarsi ce ne vorrà. Certamente non possiamo aspettarci molto dalle generazioni cresciute dentro il ventennio, anzi trentennio: la cultura di cui sono intrise è quella che hanno assorbito dai consumi dominanti e dalla lettura dei giornali, e i giornalisti (pensiamo anzitutto a “la Repubblica” e al “Corriere” ma non possiamo certo nasconderci le responsabilità dei giornali di sinistra, dei loro miti e dei loro intrugli, dei loro stolidi o efferati compromessi, delle loro ipocrisie denunciatorie) non sono meno responsabili dei politici nella castrazione morale e intellettuale del paese e dei suoi giovani, forse anzi di più. E non possiamo aspettarci molto neanche da minoranze pressoché inesistenti: i “buoni” hanno pensato anch’essi al loro particulare più che alla comunità, alla collettività, a farsi forza più vasta e influente sulla cosa pubblica. I giovani che hanno cercato in vario modo di reagire all’abulia e all’anomia che il sistema ha offerto loro in cambio di private divagazioni e divertimenti, si sono compiaciuti di una presunta, non verificata alterità, e taluni della sterile contrapposizione violenza/nonviolenza dimenticando la sola molla possibile, certo rischiosa e costosa, della disubbidienza civile. Last but not least, la burocrazia cattolica ha contribuito non poco alla scomparsa dell’etica collettiva e della morale individuale spostando l’attenzione su obiettivi sbagliati, retrogradi e spesso immorali, e coprendo l’oscenità di questo potere (Berlusconi) in cambio di favori e beni molto materiali. Non ci aspettano tempi tranquilli, la crisi non si fermerà (anche se gli italiani non sembrano ancora accorgersene) e i nuovi governi saranno il frutto di una nazione (e di una “unità nazionale”) gestita da una classe dirigente che dire ignobile è dir poco: infame in buona parte, quella consolidata, e disposta a tutto quella emergente, a “sinistra” come a “destra”. In attesa di nuovi illusionisti e ipnotizzatori, o della fame di una parte e di conflitti tra le parti, soprattutto tra le più deboli. Molti anni fa fu Alberto Sordi nell’episodio di un film a illustrarci il futuro e a raccontarci Berlusconi prima di Berlusconi: usciva di casa in gonna invece che in pantaloni e con una valigetta in mano, attirava la curiosità dei passanti e si piazzava al centro di una piazza salendo su uno sgabello e imbonendo la sua merce: bolle di sapone. Prevedere oggi il nuovo (o vecchio, antico) volto del potere non è purtroppo così facile, né è facile prevedere se ci sarà un risveglio dei nostri connazionali o di una loro parte, sia pure piccola e minoritaria. Goffredo Fofi |
