L’operatore sociale dentro la crisi
di Stefano Laffi   
Ultimo atto
C’era una volta un fondale. Questo era il Paese, erano le Istituzioni, era la Politica: chi lavora nel sociale da educatore, psicologo, sociologo, eccetera è sempre stato un attore teatrale che agiva su di un palco allestito in quel modo, faceva la sua parte legittimato e credibile anche grazie a quel fondale bianco rosso e verde, non il lusso dell’azienda ma l’austera dignità del pubblico, sapeva di essere piccolo e precario e di fronte a problemi sociali crescenti ma di trovarsi, in un certo senso, sulle spalle di un gigante. Perché l’ente pubblico non va in fallimento, non esclude utenti, non licenzia personale, non chiede di vendere i suoi servizi… diciamolo, essere parte del sistema pubblico, anche se solo per mandato sul singolo progetto, veniva vissuto con l’orgoglio del no profit e della distanza dalla logica commerciale, partiva da un presupposto implicito del primato dell’istituzione sull’azienda, consentiva di esercitare sul lavoro un sentimento di solidarietà e comunità, ti lasciava in compagnia di conversazioni con le persone dove il denaro era un dato di partenza, modesto per ammontare ma non in discussione, e si finiva la giornata senza aver parlato di soldi, ma di problemi, di persone, di fenomeni.
Negli ultimi tempi quel fondale si era rovinato, il neo assessore o il neo collaboratore ne sapevano troppo poco del tuo campo, ti chiedevano di fare cose assurde, capivano solo le ragioni della comunicazione e della visibilità, non avevano tempo e voglia di affrontare la complessità, volevano soluzioni e consenso, e tu da operatore eri costretto a fare budget su budget, a calcolare e quantificare, a spacchettare il tuo lavoro in progetti e a venderli uno a uno per fare un anno di stipendio. Ma restava la forma, i riti tenevano, ed era tutto backstage, chi incontravi nel lavoro poteva non accorgersi della mutazione.
Ora il fondale è proprio venuto giù e lo spettacolo è imbarazzante. E la tua recita di appendice delle istituzioni che proteggono i deboli, temperano le disuguaglianze e tutelano i beni comuni si è interrotta, ora hanno acceso le luci e la platea ti guarda attonita perché non c’è più niente dietro a te, il fondale è caduto, è rimasto il backstage dei traffici, delle micro lotte di potere, delle poltrone, delle compravendite di voti, dei festini, delle tangenti. Quando oggi si nomina l’istituzione centrale della democrazia, il parlamento, vengono in mente risse, insulti, grida, oppure gente annoiata a morte, che fissa il vuoto, che legge il giornale, che parla al cellulare mascherando con la mano, o che vota per gli assenti…
L’invocazione alla partecipazione, al rispetto delle regole, alla legalità, alla fiducia nelle proprie possibilità, insomma il rosario laico che hai recitato per esempio in tanti progetti con gli adolescenti è diventata una preghiera insostenibile, perché smentita dietro le quinte. L’operatore sociale, che stava fra le persone comuni e le istituzioni, non ha più le spalle coperte, quel gigante è oggi un nano, che può fallire, svendere tutto, licenziare, escludere, punire i deboli e avvantaggiare i forti: l’operatore sociale rischia di vergognarsi del suo mandato, fatica a dire in nome di cosa correggere comportamenti, scommettere sul futuro, avere fiducia, insomma rischia di colludere col cinismo e disincanto di chi ha di fronte.

“Non ci sono più i soldi”
È il nuovo mantra, ed è vero, il welfare ha subito tagli giganteschi, ci si metterà un po’ ad accorgersi di cosa vuol dire, quando nelle biografie delle persone si incontreranno domande in cui la risposta prevista recita la dicitura “soppressa”: è come quando compare sul tabellone degli orari dei treni, resti senza parole, perché non è estinzione, sopprimere è omicidio intenzionale. E fanno bene ad arrabbiarsi tutti quelli che lavorano nel settore, perché la crisi non colpisce tutti allo stesso modo, ci sono settori quasi illesi, i poteri forti si vedono. Grazie alle mobilitazioni giovanili ora molti hanno capito che la crisi in un mondo governato dall’economia e in un’economia governata dalla finanza è in realtà il disvelamento della disuguaglianza senza la maschera della redistribuzione pubblica, è il tradimento del patto sociale, i capitali non si bruciano affatto ma cambiano di mano, quel che succede non è la povertà di tutti ma la ricchezza in tutta la sua violenza. 
Il quadro è cambiato, stanno montando un nuovo fondale: lo stato non riesce a operare la redistribuzione del reddito, non garantisce i servizi pubblici, preserva i grandi patrimoni privati ma svende o abbandona quelli pubblici, investe per salvare le banche e per reprimere le proteste, inasprisce le pene. Senza la funzione redistributiva e di sostegno ai più deboli, inaridito alle sole mansioni di controllo e repressione, senza amore per ciò che ha di più bello, abitato da personaggi che non vorresti avere nemmeno come vicini di casa, lo stato è diventato un fondale quasi ingombrante, certamente non è ora la fonte di ispirazione per nessuno dei discorsi che un operatore sociale dovrebbe fare col proprio territorio, con le persone che incontra. Senza soldi, l’istituzione tradisce una natura sgradevole, violenta. Altrove, anche in Europa, lo scenario è chiaro: arretramento del welfare ridotto a sussidi, rinuncia al corpo intermedio dei servizi, rinforzo delle politiche securitarie, divisione del mondo in buoni e cattivi, e i cattivi in carcere, margine di errore minimo, nessuna messa alla prova o misura alternativa, carriere devianti già segnate.
Lo spettacolo non è edificante. Se il backstage è ormai pornografico, il frontstage rischia di essere patetico e irritante. Il mantra dopo un po’ stanca, anche perché spesso è recitato da chi non ha perso lo stipendio o la pensione, al più ha tremato per la tredicesima e ha dovuto rivedere il conto alla rovescia per la pensione. In fondo, vive da sempre in un mondo in cui lo stipendio è quello, non ritarda di un giorno, la sera non si lavora, la malattia è pagata, eccetera: fantascienza, per la gran parte dei non molti che lavorano under 35, quegli stessi che lui o lei contribuisce a tenere in bilico, se lavora nella ragioneria del suo ente gestendo i tanti contratti precari. Di altra natura è invece l’impatto sul terzo settore, appeso a convenzioni e progetti suo malgrado che sono i primi a saltare, come se non fossero anche quelli posti di lavoro e famiglie, come se non fossero welfare. Di altra natura è l’impatto sugli utenti dei servizi, rimasti ammutoliti di fronte alla scritta “soppresso”. 
Con un fondale imbarazzante, costretto a parlare ossessivamente di risorse carenti, sempre più asimmetrico e dispari verso interlocutori precari o davvero lasciati a casa dalla crisi, l’operatore pubblico è ridotto all’ortodossia della gestione ordinaria, l’operatore del privato sociale rischia puzzle impossibili di mille collaborazioni nella speranza di collezionare uno stipendio, e tutti rischiano la banalità del male se il sistema per cui si lavora costruisce palesemente carriere devianti.

Tradire
Qualcuno se ne è andato, giustamente. I più giovani senza famiglia e senza radici, i neolaureati con le idee chiare sulla mancanza di prospettive su questo palco, gli attori precari da troppo in questa commedia del welfare: hanno preso e hanno cambiato paese, andando lontano, magari non più a Barcellona, Parigi o Berlino ma in Australia, che torna a essere la nostra frontiera, dove il lavoro c’è e ti puoi reinventare come vuoi, si parla inglese ma non senti la pesantezza degli Stati Uniti, c’è la natura e qualcosa ancora da scoprire. Non è la fuga dei cervelli, è la fuga di tutti, il giusto tradimento, verso cui bisognerebbe avere il massimo rispetto, perché a partire ci vuole coraggio e star lontano è soffrire, non sei mai a casa nemmeno dopo vent’anni.
Ma forse deve tradire anche chi resta, forse è quello il modo di salvarsi. Non si può agire l’ingiustizia come mandato sociale, non si può praticare un welfare dei forti e del controllo sociale, quel mestiere ha un altro nome. Partecipazione, mediazione, risoluzione dei conflitti, contenimento del disagio giovanile, eccetera: se il disagio è sacrosanto, se il conflitto non l’ha innescato il debole, se mediare e partecipare vuol dire aderire a un sistema corrotto, quelli possono essere al più i titoli dei tuoi progetti o dei tuoi servizi, non il senso delle tue azioni, che devono partire proprio dalle oggettive ragioni di disagio, conflitto e non partecipazione.
Questo è il momento in cui il mandato si sposta, non lo ricevi dall’alto ma da chi hai di fronte. Non è la collusione del lamento ma della reazione costruttiva alla crisi, è l’unione delle forze per riorganizzarsi, è fare a meno del padre o della madre se se ne sono andati o si sono assentati, per agire fratellanza/sorellanza e collaborazione. Forse mai come ora dovremmo sentirci vicini alle persone che si aiutano, non perché abbracciati di fronte alla fine del mondo ma perché stretti l’uno all’altro per avere una buona leva e risollevarci. 
Scesi finalmente dal palco, in mezzo al pubblico, non si tratta di fischiare insieme lo spettacolo penoso. Non si tratta nemmeno di ascoltare, capire, interpretare, empatizzare e così via, ma soprattutto di costruire e di mettere in campo altre competenze. Abbiamo reti e saperi centrati sui problemi e le loro interpretazioni, ora servono reti e saperi centrati su soluzioni, sull’autocostruzione delle risposte. Le competenze in tempo di crisi sono quelle più materiali e organizzative: costruirsi gli oggetti di uso quotidiano, sistemare un locale per viverci, cucinare ed essere autosufficienti nelle funzioni base, coltivare un orto o un giardino sotto casa, sapersi muovere in città, conoscere le risorse pubbliche e gratuite di un territorio, formare abilità usando il web, capire quante cose si possono fare col pc o il cellulare… Forse il welfare in tempo di crisi è semplicemente la ricostruzione di una quotidianità col minor numero possibile di transazioni monetarie e ad alto tasso di cooperazione. In questo, le più giovani generazioni, certo viziate dai comfort ma cresciute alla ricerca della soluzione gratuita, lontane dall’individualismo degli adulti, poco innamorate delle parole e molto pragmatiche, hanno da insegnarci.
Stefano Laffi