| Dalla padella nella brace |
| di Giulio Marcon |
|
La crisi economica e finanziaria ha messo in luce tutte le debolezze strutturali dell’intervento sociale – pubblico e privato, istituzionale e non profit – in Italia. A fronte di queste debolezze strutturali è emersa la fragilità della coesione e la tenuta del tessuto sociale del paese: le famiglie stanno esaurendo rapidamente la loro funzione di “ammortizzatore sociale”, i giovani si stanno stufando (o non possono più farlo) di fare i bamboccioni, la povertà aumenta e gli emarginati non ce la fanno a uscire dai margini in cui si trovano, la mobilità sociale non esiste (in Italia è sempre stata alquanto modesta) se non quella verso il basso, e i conflitti intrasociali aumentano (giovani contro anziani, nord contro sud, residenti contro migranti)... La prima questione è che il sociale di fronte a questa crisi si trova di fronte a un sistema di welfare di una debolezza impressionante. Lo era prima della crisi (tanto è vero che siamo da tempo decisamente sotto la media Ue a 15 per la spesa sociale e in particolare per gli interventi per famiglie, minori e giovani, politiche attive del lavoro, casa, eccetera) e lo siamo ancora di più dopo gli ultimi tre anni e mezzo di devastazione economica e di governo Berlusconi.
A differenza di altri paesi, l’Italia è stata più esposta alla crisi a causa dell’insufficienti forme di protezione sociale (forse con l’eccezione della cassa integrazione, che riguarda un segmento limitato dei colpiti dalla crisi), che invece in altri paesi avevano una consolidata tradizione. Rapidamente molti servizi e interventi sociali – considerati meno importanti perché rivolti a settori marginali della società: disabili, immigrati eccetera – si sono dissolti o sono stati delegati al terzo settore, se esso era in grado di farlo. In Italia la debolezza del welfare (ci riferiamo qui in senso stretto alle politiche sociali e assistenziali e lasciamo da parte la scuola, la sanità, la previdenza) è stata accentuata non solo dalla mancanza di soldi, ma anche da una visione – di cui questi anni di governo berlusconiano sono espressione – che assegna alle “politiche sociali” il compito di affrontare i bisogni e non i diritti, le emergenze sociali e non la costruzione del benessere per tutti. Un welfare all’insegna di un “universalismo selettivo” (un ossimoro usato da Sacconi) che ha come compito quello di aiutare gli “autenticamente bisognosi” (come dice la legge-delega in campo assistenziale). Un welfare compassionevole, cioè, fondato su una visione residuale della sussidiarietà e della centralità dei mercati (anche qui) sociali e che si è concretizzata in tanti micro provvedimenti (alcuni solo annunciati) del governo Berlusconi di questi anni: social card, bonus bebè, bonus famiglia, de-tax eccetera. È una filosofia -– neoliberista e darwinista – che si è innervata su una debolezza drammatica già esistente di servizi e di strutture di intervento nella generalità dei settori del sociale. In questo contesto, in questi anni il governo Berlusconi – con la scusa della crisi economica – è andato a colpire dove esisteva quel poco di presidi, di strutture e di servizi che garantiscono quel minimo di welfare pubblico che ancora abbiamo: gli enti locali. I tagli sono stati devastanti, drammatici. Senza soldi molti interventi (pensiamo a quelli di natura specialistica o che necessitano di strutture particolari) non si fanno, nemmeno con il volontariato. E gli enti locali sono stati costretti a tagliare. Va ricordato che – per quel che conta: si trattava comunque di risorse molto limitate – i fondi sociali di carattere nazionale dal 2008 hanno avuto una riduzione di oltre l’85%. Alcuni, come il fondo per la non autosufficienza o il fondo per l’inclusione degli immigrati, sono stati azzerati; altri, come il fondo giovani, sono passati da 113 milioni a 13 milioni di euro! E si è scesi da una dotazione di questi fondi nel 2008 di 1 miliardo e mezzo di euro a meno di 150 milioni per il prossimo anno. Un taglio di questo genere non è “lineare”, è un vero e proprio massacro. E ancora non è finita: il disegno di legge-delega in campo fiscale e assistenziale (che dovrebbe essere approvato entro il prossimo 31 gennaio, secondo quanto promesso dalla lettera del governo Berlusconi al Consiglio europeo) ha come obiettivo di far risparmiare oltre 20 miliardi di euro tagliando le detrazioni fiscali, che sono in gran parte di natura sociale. Ad esempio saranno ridotte le detrazioni per gli ausili, per le spese sanitarie, per i veicoli che trasportano i disabili, saranno eliminate le deduzioni per gli oneri e la retribuzioni delle badanti, saranno eliminate le detrazioni per il figlio con disabilità e quelle per l’assistenza medica eccetera. Queste detrazioni fiscali assolvevano a un doppio compito: garantire un comunque limitato impatto redistributivo e progressivo che il nostro sistema fiscale ha in gran parte perso e fornire un po’ di welfare attraverso il fisco di fronte alla totale insufficienza di strutture e servizi sul territorio. Tutto questo verrà meno. E ovviamente tutto questo ha delle pesanti ricadute sul settore non profit. Evitando ogni retorica e ogni polemica ormai facile sulle fragilità (politiche, sociali, ideali, morali eccetera) di questo settore, bisogna essere consapevoli di questo fatto: il poco di welfare italiano si basa oggi sul settore non profit. Su quasi 700 mila operatori dei servizi sociali in Italia, circa 420 mila (cioè il 60%) lavorano in cooperative sociali e in organizzazioni non profit. Molti di questi sono mal pagati e sfruttati, hanno contratti a 3/6 mesi, devono aprirsi la partita Iva facendo finta di essere dei lavoratori autonomi, fanno un lavoro estenuante a fianco dei loro colleghi – dipendenti pubblici – che godono di un trattamento sicuramente modesto, ma garantito. Oggi sono i primi a essere licenziati, e sono ormai migliaia. E sono molti di più quelli che ricevono il loro stipendio (si fa per dire) con mediamente 4-6 mesi di ritardo. In alcuni casi sono dei professionisti del bene, in altri casi sono degli ammirevoli e mai abbastanza ringraziati missionari della solidarietà, ma nella stragrande maggioranza sono dei lavoratori precari, mal trattati e mal retribuiti. Di fronte a questa crisi anche loro stanno pagando un prezzo altissimo. E il settore non profit rischia di passare dalla padella (il parastato: i soldi non ci sono più) alla brace (il ricorso al mercato: si spera ci sia una domanda pagante) con un definitivo snaturamento della sua missione. Si può venir tentati di prendersela con quanto succede “a valle” (i cattivi comportamenti degli operatori sociali, il non profit amorale), mentre bisogna tornare “a monte” (il sistema pubblico delle politiche sociali) per ricostruire le ragioni di un sociale maturo – anche del terzo settore – e di un welfare rinnovato: ci vorranno anni per ricostruire il terreno di uno spazio pubblico delle politiche e dell’intervento sociale degno di questo nome. Giulio Marcon |
